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02 Gennaio 2026 - 10:43
La fine dell’anno, per qualcuno, è tempo di bilanci. Per altri, di sopralluoghi che lasciano il segno. Il 28 dicembre, mentre il calendario scivolava verso il nuovo anno, Matteo Maino, referente piemontese di +Europa, membro della Direzione nazionale del partito e possibile candidato sindaco alle prossime amministrative di Ciriè, ha varcato uno dei cancelli più pesanti dello Stato: quello della Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, il carcere delle Vallette.
Non una visita rituale, né una passerella. Quello che Maino racconta dopo è una riflessione che non cerca scorciatoie e non addolcisce i contorni. Parte da una domanda che non è retorica, ma volutamente spiazzante: «Voi, in coscienza, affidereste una persona cara a una struttura in cui la violenza è abituale, l’autolesionismo quotidiano e con condizioni di vita estreme?». La risposta arriva subito dopo, netta, senza ambiguità: «No. E non per astratte convinzioni, ma perché questa realtà l’ho vista».
Dentro le Vallette, Maino dice di aver trovato una realtà che non sarebbe tollerata in nessuna struttura privata e che, proprio per questo, appare ancora più grave perché affidata allo Stato. «Una realtà che non sarebbe tollerata in alcuna struttura privata, tanto meno se affidata alla responsabilità dello Stato», scrive, definendo il carcere come «l’angolo più buio delle istituzioni repubblicane».
Il carcere torinese, nelle sue parole, non assomiglia a uno spazio di reinserimento. «Più che uno spazio di reinserimento, appare sempre più come una fabbrica di morte e recidiva», afferma, riportando un dato che pesa come un macigno: quattordici suicidi negli ultimi dieci anni all’interno della struttura. Un numero che non resta isolato, ma che si intreccia con il tema del sovraffollamento, con l’aumento dei gesti estremi e con un uso – e abuso – di psicofarmaci che finisce per diventare parte strutturale della gestione quotidiana.

Il quadro che emerge è quello di una condizione che Maino definisce «incompatibile con qualsiasi idea di dignità umana». A rendere il sistema ancora più fragile è la carenza cronica di personale di polizia penitenziaria, un sotto-organico che non mette a rischio solo i detenuti, ma anche chi lavora ogni giorno dentro quelle mura. «Una gravissima carenza di personale che compromette la sicurezza, per tutti», sottolinea.
Il punto centrale, però, va oltre il perimetro delle Vallette. Quello che Maino dice di aver visto non è, a suo giudizio, un’eccezione. «Quello che ho visto oggi non riguarda soltanto una singola struttura, ma il modello attraverso cui lo Stato gestisce le persone private della libertà personale. È il sistema, non l’eccezione». Una critica che chiama in causa l’intero impianto penitenziario e il modo in cui viene concepita la pena.
Non è solo una questione di umanità, anche se basterebbe. Maino lega il tema carcerario direttamente alla sicurezza collettiva, rovesciando uno degli slogan più ricorrenti nel dibattito pubblico. «Un sistema che umilia, brutalizza è un sistema condannato a produrre crimine», scrive, aggiungendo che «chi si riempie la bocca della parola “sicurezza” dovrebbe smettere di produrre reati e iniziare a rieducare chi condanna».
Nelle sue parole, l’umanità non è un concetto astratto o buonista, ma uno strumento razionale di politica pubblica. «L’umanità, proprio nelle carceri, riscopre la sua funzione meno astratta e più razionale», conclude, lasciando intendere che il vero fallimento non è solo morale, ma anche istituzionale.
Una visita di fine anno che, più che chiudere una parentesi, apre una questione. E che, inevitabilmente, si inserisce anche nel profilo pubblico di Maino, sempre più presente nel dibattito piemontese e ciriacese. Le Vallette, almeno per ora, restano lì. Ma il racconto che ne esce è destinato a pesare ben oltre il 28 dicembre.

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