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01 Gennaio 2026 - 15:03
Il 2026 inizia sotto assedio: l’esercito israeliano irrompe nella Città Vecchia di Nablus
È iniziato con il fragore degli elicotteri e delle scariche a razzo il primo giorno del 2026 nella Cisgiordania occupata. All’alba di oggi, mentre il mondo salutava l’anno nuovo, un’imponente colonna di soldati dell’esercito israeliano ha fatto irruzione nella Città Vecchia di Nablus, cuore storico e commerciale della grande città palestinese nel nord della West Bank, segnando così il primo capitolo di un nuovo anno all’insegna di tensioni e violenza che sembrano non dare tregua.
Secondo testimoni oculari e fonti palestinesi presenti sul posto, decine di mezzi militari blindati e gruppi di soldati armati fino ai denti hanno sfondato i varchi del quartiere antico, penetrando tra le strette vie e le piazze affollate di famiglie ancora intente a festeggiare — o a riposare — dopo la notte di Capodanno. Le testimonianze descrivono scene di forte tensione: porte sfondate, case perquisite e negozi chiusi forzatamente, con residenti obbligati ad allontanarsi o trattenuti fuori dalle loro abitazioni.
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L’offensiva, che ha preso di mira proprio il nucleo urbano classificato tra i più densamente popolati di tutta la Cisgiordania, segue un modello già visto più volte negli ultimi mesi e anni: le forze israeliane, spesso con grandi dispiegamenti numerici, entrano nelle città palestinesi per arresti mirati o per operazioni dichiarate contro «militanti», ma che finiscono per impattare profondamente sulla vita quotidiana di civili e famiglie. Raid simili nella Città Vecchia di Nablus si sono già verificati negli scorsi mesi di agosto e giugno del 2025 — con decine di feriti, uso di gas lacrimogeni, arresti e scontri con i residenti — mostrando che la dinamica qui si ripete con frequenza preoccupante.
Nonostante l’assenza per il momento di dati ufficiali sul bilancio delle vittime o dei feriti per l’operazione di oggi, fonti sanitarie palestinesi citano già i primi casi di persone trattate per inalazione di gas e altri disturbi legati alla confusione e al panico suscitato dall’irruzione. I residenti raccontano di familiari svegliati nel cuore della notte da esplosioni improvvise alla porta, dall’illuminazione intensa dei proiettori militari e dal rumore costante di passi pesanti su viuzze storiche costruite secoli fa, non certo pensate per un’azione bellica.
Per la popolazione palestinese di Nablus, città da sempre simbolo di resistenza e identità culturale nella Cisgiordania occupata, l’irruzione del primo giorno del 2026 non è solo un episodio di guerra: è la conferma tangibile che il conflitto quotidiano non conosce pause, nemmeno nelle ricorrenze più intime come l’inizio di un nuovo anno.
Le autorità israeliane non hanno finora rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’obiettivo specifico dell’operazione odierna. In passato, l’esercito di Tel Aviv ha giustificato simili incursioni come parte di operazioni contro cellule armate o strutture ritenute pericolose, pur senza fornire dettagli completi né tempistiche precise sulle attività in corso. Allo stesso tempo, organismi internazionali e gruppi per i diritti umani hanno ripetutamente denunciato l’escalation di violenza in Cisgiordania, evidenziando come tali raid finiscano regolarmente per colpire anche civili e infrastrutture non militari.
Mentre il sole del primo gennaio illumina ancora le antiche mura di Nablus, tra bandiere palestinesi issate sui terrazzi e ombre lunghe di blindati, la popolazione si prepara — ancora una volta — a un nuovo giorno sotto occupazione, tra paura, resistenza e un desiderio di normalità che appare, oggi come ieri, lontano dall’essere raggiunto.
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