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Israele blocca gli aiuti e affama Gaza: 37 ONG fermate ai valichi

Consegna dei nomi o stop: il divieto israeliano a 37 ONG paralizza gli aiuti sanitari vitali a Gaza e mette a rischio il personale palestinese.

Israele blocca gli aiuti e affama Gaza: 37 ONG fermate ai valichi

Israele blocca gli aiuti e affama Gaza: 37 ONG fermate ai valichi

La scena è questa: in un magazzino di El-Arish, a pochi chilometri dal valico di Rafah, restano fermi pallet con i loghi di Médecins Sans Frontières (MSF, Medici Senza Frontiere), di Médecins du Monde (Medici del Mondo), dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di numerose altre organizzazioni umanitarie internazionali. Dentro ci sono kit chirurgici, sacche per flebo, incubatrici portatili, materiali per la riabilitazione, farmaci essenziali. Fuori, nella Striscia di Gaza, un’altra notte di vento umido si abbatte sulle tende degli sfollati. Gli aiuti non arrivano. Non perché manchino. Ma perché qualcuno ha deciso che non devono passare.

Dal 1 gennaio 2026, lo Stato di Israele ha reso operativo un provvedimento che vieta l’ingresso a 37 organizzazioni internazionali, accusate di non aver consegnato gli elenchi nominativi completi del proprio personale, in particolare quello palestinese. La motivazione ufficiale è la sicurezza nazionale. Ma l’effetto concreto è un altro: il blocco simultaneo di una parte rilevante dell’infrastruttura umanitaria ancora attiva a Gaza. È una scelta politica precisa, non un effetto collaterale. E come tutte le scelte politiche, produce conseguenze misurabili.

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Il provvedimento, diffuso dal Ministero israeliano per la Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo tra il 30 e il 31 dicembre 2025, colpisce organizzazioni che da anni operano sul terreno in coordinamento con l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e con le stesse autorità israeliane. Tra queste ci sono Action Against Hunger, ActionAid, CARE (Cooperative for Assistance and Relief Everywhere), Oxfam, Mercy Corps, World Vision International, International Rescue Committee, Norwegian Refugee Council, Danish Refugee Council, Relief International, Première Urgence Internationale, WeWorld-GVC, la Fondazione AVSI, Handicap International – Humanity & Inclusion, Medical Aid for Palestinians UK, DanChurchAid, Medico International, Japan International Volunteer Center, Terre des hommes Lausanne, War Child Holland, Movement for Peace-MPDL, Alianza por la Solidaridad, Campaign for the Children of Palestine, Oxfam Quebec, Palestine Solidarity Association in Sweden, l’American Friends Service Committee, Defence for Children International, oltre alle reti di Caritas Internationalis, Caritas Jerusalem e del Near East Council of Churches.

Il blocco investe anche più sezioni nazionali di Médecins Sans Frontières, tra cui MSF Belgium, MSF France, MSF Nederland e MSF Spain, insieme a Médecins du Monde France, Médecins du Monde Switzerland e Medicos del Mundo. Organizzazioni che costituiscono, nei fatti, l’ossatura della risposta sanitaria e umanitaria in un territorio dove il sistema pubblico è stato in larga parte distrutto.

Israele chiede la consegna di elenchi nominativi completi, inclusi i lavoratori palestinesi, insieme a informazioni dettagliate su finanziamenti e strutture operative. In assenza di conformità, scatta la sospensione immediata della licenza e l’ordine di cessare le attività entro il 1 marzo 2026. Il messaggio è netto: o consegnate i nomi, o smettete di lavorare. È una linea che ignora deliberatamente il contesto in cui queste persone operano e i rischi concreti che la diffusione dei dati personali comporta in un teatro di guerra.

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Un portavoce del ministero, Gilad Zwick, ha parlato di presunti collegamenti tra membri dello staff delle ONG e Hamas o altri gruppi armati, senza rendere pubbliche prove verificabili. Il ministro Amichai Chikli ha ribadito che l’assistenza è accettabile solo se non viene “strumentalizzata”. Ma il problema, sottolineano osservatori indipendenti, è che la soglia tra controllo e punizione collettiva è stata superata. Qui non si colpiscono individui sospetti: si colpiscono intere organizzazioni, e con esse milioni di civili.

Le ONG respingono le accuse e parlano apertamente di una decisione politica travestita da misura tecnica. Médecins Sans Frontières ricorda di aver avviato già da luglio 2025 un confronto con le autorità israeliane per adeguarsi alle nuove regole, chiedendo però garanzie chiare sull’uso e sulla protezione dei dati del personale locale. Garanzie che non sono mai arrivate. Secondo MSF, la consegna indiscriminata di elenchi nominativi espone medici, infermieri e tecnici palestinesi a rischi diretti, in un contesto in cui gli operatori umanitari sono già tra i bersagli più colpiti.

Nel 2025, MSF ha sostenuto un letto ospedaliero su cinque nella Striscia di Gaza, garantendo quasi 800.000 consulti ambulatoriali, oltre 100.000 casi di trauma e 22.700 interventi chirurgici. Non si tratta di numeri astratti, ma di servizi che oggi rischiano di scomparire per decisione amministrativa. Lo stesso vale per il lavoro di CARE, Oxfam e Action Against Hunger sulle reti idriche e alimentari, per Handicap International sulla riabilitazione degli amputati, per Norwegian Refugee Council e Danish Refugee Council sulla protezione legale degli sfollati. L’idea che questi servizi possano essere sostituiti rapidamente è, nei fatti, una finzione.

Il contesto rende la scelta ancora più controversa. Secondo dati delle Nazioni Unite, nel solo 2024 sono stati uccisi almeno 383 operatori umanitari nel mondo, quasi la metà nei Territori palestinesi. Dal 7 ottobre 2023 in poi, le stime parlano di oltre 560 operatori uccisi a Gaza. In questo scenario, chiedere la consegna di liste nominative senza un quadro chiaro di tutele non è solo una questione burocratica: è una decisione che incide direttamente sulla sicurezza delle persone.

Le reazioni internazionali confermano l’isolamento crescente di Israele su questo fronte. Rappresentanti dell’Unione Europea hanno chiesto di sospendere l’applicazione della misura. Governi di Parigi e di altre capitali europee hanno parlato di un precedente pericoloso. L’ONU ha ricordato che il diritto internazionale umanitario impone alla potenza occupante di garantire l’accesso agli aiuti essenziali. Ma, finora, le critiche non hanno modificato la linea del governo israeliano, che prosegue anche lo scontro con UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), restringendo ulteriormente lo spazio operativo dell’assistenza.

Dal 1 gennaio 2026, le licenze delle 37 organizzazioni risultano sospese. Esiste una finestra fino al 1 marzo 2026, ma senza procedure chiare e senza garanzie sulla tutela dei dati. Israele tende a minimizzare l’impatto, sostenendo che una parte limitata degli aiuti dipende da queste ONG. È un’affermazione che non trova riscontro nelle valutazioni degli operatori sul campo e degli osservatori indipendenti.

Questa non è una disputa tecnica. È una scelta che ridefinisce il perimetro dell’azione umanitaria e lo subordina interamente al controllo politico e di sicurezza di uno Stato in guerra. In un territorio dove l’accesso è già fragile, ogni restrizione aggiuntiva ha effetti immediati sulla popolazione civile. I pallet fermi a El-Arish non sono simboli astratti: sono cliniche che non aprono, interventi che slittano, reti idriche che restano danneggiate. Trasformare l’assistenza in uno strumento di pressione significa accettare che il prezzo venga pagato da chi non ha alcun potere decisionale. Ed è una responsabilità che non può essere mascherata dietro un modulo non compilato.

Fonti
Associated Press, Ministero israeliano per la Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo, Médecins Sans Frontières, Médecins du Monde, Organizzazione delle Nazioni Unite, UNRWA, dichiarazioni ufficiali del governo di Israele, report di ONG internazionali e osservatori indipendenti.

NELLA FOTO. Durante il periodo delle vacanze e l'inizio di un nuovo anno, un musicista e artista gaza di nome Ezzat Al-Qawasmi, ha deciso di diffondere l'allegria delle vacanze tra i rifugiati che vivono nelle tende. Vestito con un vestito da Babbo Natale, cammina tra le macerie di Gaza, suonando per i bambini e distribuendo palloncini. Ezzat dice che cerca di creare semplici momenti di gioia. "Dopo aver assistito a due anni di distruzione, l'intrattenimento per i bambini di Gaza è stato totalmente assente. Abbiamo deciso di fare un semplice passo: portare gioia e felicità ai bambini attraverso la musica. Oggi, salutando il 2025, auguriamo alle persone di tutto il mondo un felice anno nuovo e speriamo che il 2026 sia un anno di resurrezione per Gaza, un anno in cui ridare gioia e ricostruire le nostre case”.

Siamo tutti terroristi

A questo punto smettiamola con le perifrasi. Chiamiamo le cose con il loro nome. A Gaza si muore. Muoiono i bambini. E quello che è in corso è un genocidio. Tutto il resto – moduli, elenchi, licenze sospese, norme di “trasparenza” – è solo la carta velina con cui si tenta di avvolgere l’orrore per renderlo presentabile.

Se il criterio per decidere chi può entrare e chi no è la consegna di liste nominative in un territorio bombardato, allora il messaggio è chiaro: la vita vale meno del controllo. Vale meno della paura. Vale meno della narrativa della sicurezza usata come lasciapassare morale. Non importa se fuori da quei valichi ci sono bambini denutriti, feriti senza anestesia, neonati che muoiono di infezioni banali. Importa sapere chi sei, chi conosci, a chi appartieni. Se non lo dici, o se non lo dici nel modo giusto, puoi anche morire. Anzi, puoi far morire.

Qui non siamo più nel campo della prevenzione. Siamo nel campo della punizione collettiva. E chi continua a fingere che si tratti di una disputa tecnica o amministrativa è complice. Perché mentre si discute di liste e autorizzazioni, i corpi si accumulano. E tra quei corpi ci sono troppi bambini perché si possa ancora parlare di “effetti collaterali”.

Il punto è semplice e terribile: quando impedisci consapevolmente l’accesso agli aiuti salvavita, stai scegliendo chi può vivere e chi può morire. Non serve un ordine scritto. Basta sapere cosa succede quando blocchi medici, farmaci, acqua, cibo. Basta sapere e andare avanti lo stesso. Questa non è difesa. È esercizio di potere sulla sopravvivenza altrui.

E allora sì, se curare diventa sospetto, se assistere diventa una colpa, se non consegnare nomi equivale a una condanna, siamo tutti terroristi. Terroristi perché non accettiamo che un bambino paghi il prezzo di una “verifica”. Terroristi perché pensiamo che la neutralità umanitaria non sia una concessione dello Stato di turno, ma un principio. Terroristi perché rifiutiamo l’idea che la sicurezza di qualcuno passi per la morte certa di qualcun altro.

C’è un salto che è già stato compiuto, e molti fingono di non vederlo. Non si sta più dicendo “difendiamo i nostri cittadini”. Si sta dicendo: possiamo decidere chi ha diritto a essere curato. E quando uno Stato arriva a questo punto, non è più questione di alleanze, di geopolitica o di schieramenti. È una questione di responsabilità storica.

Il genocidio non comincia sempre con le camere a gas. Spesso comincia con i blocchi. Con le restrizioni. Con i permessi negati. Con il linguaggio freddo che trasforma la sofferenza in una variabile accettabile. Gaza oggi è questo: un luogo dove la morte non è un incidente, ma una conseguenza prevista.

E il silenzio complice dell’Occidente, che balbetta “preoccupazione” mentre continua a fornire copertura politica e diplomatica, mentre arresta i presunti complici di "Hamas" è parte del problema. Perché chi potrebbe fermare tutto questo sceglie di non farlo. E chi sceglie di non fermarlo, ne condivide il peso.

Alla fine resta una verità che nessuna conferenza stampa può cancellare: quando i bambini muoiono a migliaia e gli aiuti vengono fermati consapevolmente, non c’è più nulla da spiegare. C’è solo da prendere posizione.

E se dire tutto questo significa essere messi nella stessa categoria di chi semina terrore, allora va bene così.
Siamo tutti terroristi. Ma non siamo assassini.

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