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Carceri piene, reati in calo: il paradosso italiano del 2025

Dati ufficiali, ispezioni e numeri smentiscono la retorica della sicurezza

Carceri piene, reati in calo: il paradosso italiano del 2025

Carceri piene, reati in calo: il paradosso italiano del 2025

All’alba, nella sezione transito di un vecchio istituto penitenziario, tre letti a castello occupano quasi tutto lo spazio. Restano pochi passi tra branda e wc: non più di tre metri quadrati calpestabili a testa. Sul termosifone spento è appoggiata una bottiglia che raccoglie le gocce di acqua calda quando arriva. Fuori è inverno, dentro l’aria è ferma. Eppure, secondo i numeri ufficiali, quella stanza è “regolare”. È da qui, da una cella come migliaia, che bisogna partire per capire perché il 2025 si chiude come l’anno in cui il carcere italiano è tornato a essere un contenitore di corpi, più che un luogo di pena e rieducazione.

Al 30 novembre 2025 i detenuti negli istituti per adulti sono 63.868, distribuiti in 189 carceri. Un anno prima erano 61.861: oltre duemila persone in più, circa centottanta al mese. La capienza regolamentare ufficiale è di 51.275 posti, ma la capienza effettiva, al netto di sezioni chiuse o inagibili, scende a circa 46.124. Il tasso medio di affollamento reale tocca così il 138,5%, con punte che superano il 200% in diversi istituti. Il paradosso è che l’aumento dei detenuti non coincide con un aumento dei reati denunciati. Nei primi mesi dell’anno il Viminale ha registrato un calo dei delitti: tra il 1° gennaio e il 31 luglio 2025 i reati sono diminuiti di circa il 9% rispetto al 2024; su base semestrale, fonti di settore parlano di una flessione attorno al –4,8/–4,9%, in attesa di consolidamento. In sintesi: più persone in cella, senza più reati. Un cortocircuito che interroga politiche penali, scelte giudiziarie e gestione degli ingressi.

Le mappe dell’Associazione Antigone mostrano che la media nazionale nasconde fratture profonde. Nel 2025 le ispezioni dell’Osservatorio Antigone hanno documentato affollamenti oltre il 150% in decine di istituti e picchi impressionanti: Lucca al 247%, Vigevano al 243%, Milano San Vittore al 231%, Brescia Canton Mombello al 216%, Foggia al 215%, Lodi al 211%, Udine al 209%, Trieste al 201%. In termini assoluti, solo 36 carceri su 189 non risultano sovraffollate. A fine primavera, Antigone fissava la fotografia al 30 aprile: 62.445 presenze, 51.280 posti ufficiali, almeno 4.500 indisponibili per lavori o inagibilità, affollamento reale non sotto il 133%. Da allora la situazione è peggiorata.

I dati del Dossier del Viminale di Ferragosto sono netti. Tra gennaio e luglio 2025 calano furti (–7,7%), rapine (–6,7%), violenze sessuali (–17,3%). Aumentano gli omicidi (+3,4%), un dato da monitorare ma insufficiente a spiegare il boom delle presenze. In parallelo, le persone denunciate diminuiscono dell’8% rispetto al 2024. È un altro meccanismo, dunque, a riempire le celle. Gli addetti ai lavori indicano cause convergenti: maggiore ricorso alla custodia cautelare, allungamento dei tempi processuali, nuove strettoie normative, arretramento della messa alla prova e delle misure alternative, riduzione dei posti reali per sezioni chiuse. La capienza ufficiale resta stabile, quella effettiva si accorcia.

Dal 2013 l’Italia convive con una sentenza spartiacque. La Corte europea dei diritti dell’uomo, nel caso Torreggiani, ha fissato la soglia dei tre metri quadrati netti pro capite come limite oltre il quale si configurano trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’articolo 3 della CEDU. La giurisprudenza successiva, inclusa Ananyev e le pronunce della Cassazione, ha chiarito che non vanno conteggiati servizi igienici e arredi fissi, come i letti a castello. Eppure, ancora nel 2025, Antigone ha documentato decine di celle sotto quella soglia.

Se l’affollamento è l’indice strutturale, il termometro più doloroso resta l’emergenza suicidi. Il 2024 è stato l’anno con più suicidi in carcere da quando esistono rilevazioni sistematiche: almeno 91 persone, un dato superiore a quello ufficiale del DAP perché include i decessi avvenuti in ospedale dopo il gesto in cella. Nel 2025, tra gennaio e maggio, i suicidi erano già 33; a fine luglio, le rilevazioni parlavano di 45 casi. Il tasso italiano risulta più che doppio della media UE. Non sono numeri: sono vite, spesso spezzate nei primi sei mesi di detenzione, talvolta nella prima settimana. Le ispezioni estive hanno aggiunto un dato ulteriore: 22,3 atti di autolesionismo e 3,2 tentativi di suicidio ogni 100 detenuti, con medico assente nelle ore notturne in quasi 30 istituti. Il quadro è anche sanitario.

Nel 2025 la polizia penitenziaria ha continuato a lavorare in sottorganico. Secondo Antigone, a maggio mancava circa il 16% del personale previsto, con 30.964 unità presenti su 34.162. In alcune regioni il rapporto detenuti/agente supera 2,4 a 1. I sindacati denunciano dimissioni, turni estenuanti, aggressioni in crescita, straordinari non pagati. Sul fronte sanitario, le celle senza acqua calda superano le 40, i riscaldamenti mancano in 12 istituti, interi padiglioni restano chiusi, le liste d’attesa per visite specialistiche si allungano. In questo scenario aumentano proteste e scioperi della fame.

Negli ultimi mesi si è discusso di nuovi padiglioni prefabbricati e di piani edilizi straordinari. Ma un dato basta a misurare il limite dell’edilizia: con una crescita di circa 300 detenuti ogni due mesi, servirebbe costruire l’equivalente di sei carceri l’anno, per un costo stimato di 180 milioni di euro, escluso il personale. È per questo che Antigone insiste: la soluzione non è più celle, ma meno cella.

Le aree più in sofferenza restano Puglia, Friuli Venezia Giulia e Veneto, con indici oltre il 140–150%. Nel Nord, Lombardia e Lazio ospitano istituti simbolo della saturazione, come San Vittore e Regina Coeli. In Sicilia, dati sindacali segnalano presenze oltre soglia e dotazioni di personale inadeguate. Preoccupa anche il fronte dei minori. Negli Istituti penali per minorenni, negli ultimi tre anni la presenza è cresciuta di circa il 50%, anche per effetto di nuove norme. Il comparto registra scoperture e carenze nel personale sociopedagogico, proprio dove l’intervento educativo dovrebbe prevalere.

Le leve da correggere sono note: custodia cautelare usata oltre il necessario, esecuzione penale esterna applicata in modo disomogeneo, infrastrutture sulla carta ma non nella realtà, personale e sanità insufficienti. Al 30 giugno, circa 24 mila persone avevano una pena residua sotto i tre anni, potenzialmente gestibile fuori dal carcere. Le proposte sono sul tavolo: una deflazione mirata per i residui brevi non violenti, il principio dello stop agli ingressi senza posto, un fondo per la manutenzione prima dell’edilizia nuova, sanità h24 e presa in carico psicologica nelle prime 72 ore, rafforzamento degli UEPE, investimenti su istruzione, lavoro e legami familiari.

Qui non è in gioco solo la gestione. La Costituzione assegna alla pena una funzione rieducativa. La CEDU impone il rispetto della dignità personale. I numeri raccontano una distanza ormai strutturale tra principi e realtà. Con i reati in calo, l’aumento delle presenze appare il prodotto di scelte punitive non selettive e di inerzie sistemiche. Continuare così significa spendere di più per ottenere peggio: più affollamento, più tensione, più suicidi, più contenziosi.

Il 2026 comincia da qui. Dieci anni dopo la lezione della Corte di Strasburgo, il 2025 mostra che senza una svolta l’onda lunga continuerà. La domanda resta aperta, ed è politica prima ancora che penale: se i reati calano ma le carceri esplodono, che cosa stiamo davvero punendo?

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