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Konecta chiude ad Asti e Ivrea: mille lavoratori verso Torino entro il 2026

Decisione comunicata a sorpresa durante un incontro a Roma: le due sedi piemontesi verranno accorpate al polo torinese. Sindacati sul piede di guerra: “Pendolarismo insostenibile e stipendi troppo bassi, pronti allo sciopero regionale”.

Konecta chiude ad Asti e Ivrea

Konecta chiude ad Asti e Ivrea: mille lavoratori verso Torino entro il 2026

La decisione è arrivata senza preavviso, al termine di un incontro a Roma che i sindacati definiscono “improvviso e inatteso”. La Konecta – multinazionale spagnola leader globale nel settore del Business Process Outsourcing (BPO), con oltre 120 mila dipendenti nel mondo – ha annunciato la chiusura delle sedi di Asti e Ivrea entro giugno 2026, con il conseguente trasferimento a Torino di oltre mille lavoratori. Si tratta di circa 400 addetti ad Asti e 700 a Ivrea, due filiali che per il Piemonte rappresentano da anni un presidio occupazionale strategico, soprattutto dopo la lunga stagione di crisi industriale che ha attraversato il territorio.

L’azienda, che in Italia gestisce commesse per alcuni tra i principali player nazionali – da Iren a Eni, da WindTre e Vodafone fino al comparto bancario e assicurativo con Mediolanum e Allianz – ha comunicato l’intenzione di concentrare tutte le attività piemontesi nel grande polo di Torino, in Strada del Drosso, dove già operano circa 500 dipendenti. Un ridisegno della presenza territoriale che, secondo la versione ufficiale, risponde alle difficoltà del mercato italiano dei CRM-BPO: nel 2024 il gruppo ha registrato un calo del 10% dei volumi complessivi e nel 2025 ha avviato un piano di investimenti in nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale per la gestione avanzata della customer base e una divisione digital cresciuta del 40% rispetto all’anno precedente.

Nonostante questi interventi – dalla dematerializzazione dei documenti della Pubblica Amministrazione al rilascio dei clienti meno remunerativi fino al ricorso agli ammortizzatori sociali – il quadro rimane critico. Per questo, nel 2026, Konecta metterà in campo un piano di ristrutturazione su tre assi: la liquidazione di Pay Care, con ammortizzatori per i 78 dipendenti coinvolti; un nuovo percorso di esodi incentivati, che a gennaio dovrebbe riguardare altre 350 persone a livello nazionale; e, infine, l’accorpamento delle tre sedi piemontesi in un unico grande sito torinese.

Per i sindacati, però, la decisione non è né inevitabile né accettabile. Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom Piemonte parlano di un vero e proprio fulmine a ciel sereno e annunciano “immediata mobilitazione”. Saranno avviate le procedure di raffreddamento propedeutiche allo sciopero e verranno convocate assemblee con tutti i lavoratori piemontesi. «Contrasteremo immediatamente la chiusura delle sedi Konecta di Ivrea e Asti utilizzando tutti gli strumenti a nostra disposizione», si legge nella nota congiunta.

Il nodo più evidente resta l’impatto sui lavoratori. Secondo la Slc-Cgil, l’accorpamento rappresenta un fattore di rischio enorme.

“Molti dipendenti - dicono e scrivono - dovranno percorrere 116 chilometri tra andata e ritorno, spesso con turni spezzati e contratti part-time involontari. Con stipendi che oscillano tra i 600 e i 700 euro, l’operazione rischia di essere insostenibile”. Il settore dei call center è infatti caratterizzato da una struttura dei costi fortemente labour-intensive: circa il 90% riguarda il personale, mentre il resto è limitato a dispositivi essenziali come computer, cuffie e tastiere. Una struttura che rende il costo del lavoro l’elemento decisivo di ogni gara d’appalto e che, di conseguenza, espone i lavoratori alla massima fragilità.

Il trasferimento a Torino, avvertono i sindacati, non è solo una questione di chilometri: per molti potrebbe trasformarsi in un disincentivo tale da indurre all’uscita dall’azienda, sommando pendolarismo, carichi familiari, orari variabili e retribuzioni minime. Un contesto che rischia di spaccare in due le vite di centinaia di persone dell’astigiano, dell’eporediese e delle zone più periferiche della provincia.

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Ma il tema supera i confini individuali. La chiusura simultanea delle sedi di Asti e Ivrea rappresenta un colpo durissimo per territori che, soprattutto dopo la crisi della manifattura e la trasformazione dell’economia locale, avevano trovato in questi servizi una delle poche opportunità occupazionali stabili, soprattutto per giovani e donne. La sede di Ivrea – ex Comdata – era diventata un punto di riferimento per centinaia di famiglie, così come quella astigiana, che negli ultimi dieci anni aveva contribuito a tenere in piedi un fragile equilibrio sociale fatto di salari, turnazioni, microeconomia locale e una rete di servizi costruita attorno ai turni dei call center.

Nelle prossime settimane si capirà se esistono margini per un confronto reale con l’azienda. I sindacati chiedono che vengano valutate soluzioni alternative, che si salvaguardi la territorialità dei servizi e che non si scarichi sui lavoratori il peso della riorganizzazione. Nel frattempo, però, l’orizzonte è già quello di una mobilitazione crescente, che potrebbe coinvolgere anche le istituzioni locali e regionali, chiamate a difendere un comparto che, pur tra mille difficoltà, rappresenta ancora oggi una fetta essenziale dell’occupazione piemontese.

La chiusura delle sedi di Asti e Ivrea non è, dunque, semplicemente una pagina di riorganizzazione industriale: è un passaggio che tocca la struttura stessa del lavoro in Piemonte. E le sue conseguenze, avvertono i sindacati, rischiano di farsi sentire ben oltre i confini del settore.

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