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Falsari in Val Soana: arresti, fughe e monete taroccate ...

Un testo di Enrico Chiades per la rivista Canavèis. Nel 1781 tra Ceres e Forzo scatta una maxi inchiesta per produzione di monete false. L’arresto di un merciaio dà il via a una catena di interrogatori, perquisizioni e rivelazioni scottanti. Ma dell’esito del processo nessuna traccia

Vecchia cartolina di Forzo, con la borgata Molino in primo piano e Cima Cavallo sullo sfondo. Il sentiero prosegue per Boschietto e Boschiettiera e verso l’alto Colle di Bardoney (m 2833), che porta a

Cartolina di Forzo, borgata Molino in primo piano e Cima Cavallo sullo sfondo. Il sentiero prosegue per Boschietto e Boschiettiera e verso il Colle di Bardoney (m 2833), che porta alla valle di Cogne

Nel periodo che va dal 1750 al 1780 a Pont e nella Val Soana non ci si divertiva o perlomeno le occasioni per farlo erano veramente poche. Gli uomini emigravano per cercar lavoro lasciando le famiglie con donne, vecchi e bambini nelle casupole abbarbicate sulle montagne. I più fortunati avevano un lavoro fisso nelle Manifatture di Pont e nelle numerose fucine e mulini della zona. Le distanze che ora facciamo in macchina controllando prima le previsioni meteo e collegandoci a Internet per valutare il traffico erano normalmente percorse a piedi o a cavallo col bello e cattivo tempo. E con un tozzo di pane e formaggio nella bisaccia.


Non erano tempi tranquilli ed i casi di violenza personale, danni al patrimonio, danni al Regio Governo, negli antichi atti risultavano frequentissimi. Il più delle volte il complicato iter amministrativo partiva da una denuncia esplicita contro i presunti rei ma altre volte fattori contingenti mettevano in movimento la Giustizia.
Nel nostro caso si vociferava molto. Di che? I faldoni degli atti criminali dell’Archivio di Pont contengono decine e decine di interrogatori fatti dal Giudice nelle nostre valli.
Ma una raccolta di atti più cospicua riguarda la possibile produzione di monete false in Val Soana.
I numerosi interrogatori ci danno uno spaccato della vita di allora e i lunghissimi tragitti compiuti a piedi, su un asino o nella migliore delle ipotesi a cavallo, sono per noi distanze inimmaginabili da percorrere senza un mezzo meccanico.
Ma veniamo al caso.

Fucina per la produzione di monete in una stampa del XVI secolo. Sul fondo si scorgono i mantici per alimentare il fuoco. Il secondo uomo da sinistra, per mezzo di stampi, imprime il conio sulle facce dei dischi di metallo, colpendo violentemente con un martello.

Fucina per la produzione di monete in una stampa del XVI secolo. Sul fondo si scorgono i mantici per alimentare il fuoco. Il secondo uomo da sinistra, per mezzo di stampi, imprime il conio sulle facce dei dischi di metallo, colpendo violentemente con un martello.

L'arresto dell'indiziato
Il 29 luglio 1781, a Ceres, il Signor Giò Pietro Giorgis, Vice Procuratore Fiscale del luogo di Lanzo, Notaio e Segretario, avendo ricevuta la lettera del Giudice di Pont («ricevuta per espresso circa un’ora di notte», cioè un'ora dopo il tramonto, nda), in cui si notificava che tal «Giuseppe P.» (nel testo originale il cognome – che qui è omesso – precede il nome, nda), esercente l’arte di merciere nel luogo di Ceres era indiziato di fabbricazione di monete false sotto la marca di quattrini di Milano, si mise prontamente all’opera.
Partì da Lanzo intorno alle ore tre insieme a due serventi di giustizia e quattro uomini di Lanzo appositamente precettati ed il gruppo giunse a Ceres un’ora prima dell’alba.
Qui furono chiamati altri tre uomini di scorta in aiuto e tutti si portarono alla casa del sospetto. «Dopo aver primieramente assicurato tutti gli uscj e passaggi della medesima casa, fattoci aprire l’uscio della medesima, si è subito proceduto all’arresto del Giuseppe P. padre, che unicamente si è in essa trovato solo».
In quel momento però si aprì l’uscio di una casa vicina e da lì uscì un uomo che alla richiesta dei serventi si qualificò come servo del Signor Giuseppe P. e «ad ogni buon fine anche esso fu trattenuto. Ed poscia vennero fatte le diligenti perquisizioni di questa casa, ed angoli della medesima, per il rinvenimento de corpi ed altre cose influenti al delitto di cui sono li suddetti inquisiti ed indiziati».

Le prime indagini
Per prima cosa venne chiesto all’inquisito di indicare dove tenesse il denaro del suo negozio da merciere. I denari erano nel cassetto del banco e, «visitatolo minutamente, ritrovarono vari involti di denari, cioè uno di pezze da due denari, altro di soldi, ed altro di diverse specie tutte monete del nostro Reale Sovrano».
Poi la perquisizione continuò e sopra l’asse del camino si trovarono polveri, minerali e droghe («che potrebbero influire al delitto suddetto»), e dalla parte opposta della bottega rottami di rame, paioli ammucchiati, diversi pezzi di rame fuso.
Sebbene la perquisizione fosse stata fatta accuratamente alla luce dei lumi e con la collaborazione di due testimoni, non furono trovati altri corpi di reato. I denari trovati risultavano legali. I possibili corpi del reato furono impacchettati e sigillati.
Vennero a questo punto richieste le generalità all’imputato: «Mi chiamo P. Giuseppe, nativo di Ronco, in Val Soana, di anni 77 e più, merciere di professione, valgono li miei beni lire 1000 circa…».
E interrogato se avesse figli disse di averne due, Giò Battista e Giò Carlo, e due nipoti figli di Giò Battista. Le stesse domande vennero fatte al servo che dichiarò di avere ventidue anni circa ed era di professione magnano (fabbro).
Il giorno dopo, 30 luglio 1781, le tasche sigillate con gli effetti confiscati furono portate a Lanzo ed esaminate dal Giudice Destefanis. All’interno della tasca dei soldi c’era anche un piccolo involto di carta bianca non individuato nella prima perquisizione, in cui furono trovate ventisette monete di diverse specie false e non permesse di porre in corso. Per l’indiziato si stava mettendo male.
Negli altri sacchi aperti c’erano «sale amoniaco, piombo purificato, fior di zolfaro, borace minerale, arsenico, vetriolo di cipro, feccia di metalli fonduti». I vari oggetti furono nuovamente riposti e sigillati. Venne trattenuta invece una parte del denaro per coprire le spese di accesso, soggiorno e ritorno degli impiegati e per l’affitto della mula che aveva portato l’imputato da Ceres a Lanzo.

L'interrogatorio nel carcere di Torino
Il 26 agosto fu effettuata una nuova perquisizione nella casa e bottega di Ceres senza risultato. Il P.G. era nel frattempo stato trasferito nelle carceri di Torino.
L’11 ottobre 1781 nelle carceri di Torino vengono interrogati prima il servo ed in seguito il sospetto reo. Il servo afferma di non sapere perché è stato arrestato e di «non essere mai entrato nella casa del padrone».
[...]
«Subito gionto in queste carceri... si è sparsa detta voce che io fossi monettaro falso».

[L'interrogatorio prosegue con le risposte contraddittorie e dettagliate di Giuseppe P.]

I commerci e i parenti in Lombardia
Il Giudice passa quindi al punto fondamentale: torchi, stampe, monete di Milano, spostamenti tra Stati. Giuseppe P.nega il possesso di strumenti e racconta con minuzia come era solito vestirsi nei viaggi.
[...]
«Io so che hanno preso ad imprestito un mezzo per far balle... forse useranno dette palle per detti animali».
Termina così l’interrogatorio.

Le conclusioni del giudice
Il Giudice elenca cinque motivazioni che aggravano la posizione dell’imputato, tra cui:
«una concorde voce pubblica e universale...», «grandi avanzi di patrimonio...», «i figlioli si sono dati alla fuga...»

Un altro testimone
Il 31 luglio 1781 il testimone Costanzo P. racconta un episodio decisivo:
[...]
«...mi fece vedere tre modeli o sian stampe... una monetta d’oro, mi pare però che fossero Luigi di Francia...»
[...]
«...comprende la necessità di adoprarsi a tutto potere per ottenere il loro arresto...»


Purtroppo, nonostante accurate ricerche nell’Archivio di Pont, con la collaborazione dell’instancabile e paziente Elena Vittolo, non è stata ritrovata la sentenza e quindi non ci sono notizie storiche documentate riguardanti l’epilogo di questa vecchia storia.

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