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Carnevale di Ivrea: tra invenzioni, omissioni e distorsioni

Due studiosi eporediesi, Gabriella Gianotti e Danilo Zaia, riflettono sui limiti della narrazione attuale del Carnevale di Ivrea, troppo legata a stereotipi ottocenteschi, e propongono un’interpretazione più ampia e storicamente fondata

Carnevale di Ivrea: tra invenzioni, omissioni e distorsioni

Gabriella Gianotti e Danilo Zaia

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta di due studiosi eporediesi del Carnevale, Gabriella Gianotti e Danilo Zaia. Propongono una riflessione critica sulla narrazione della festa e sui suoi significati storici, antropologici e religiosi, cristallizzatasi attorno a schemi ottocenteschi e stereotipi cittadini che, per quanto radicati nella tradizione, rischiano di ridurne la portata e i suoi significati.

Il mito della lotta per la libertà, per quanto centrale e imprescindibile, rappresenta per Zaia e Gianotti solo una delle molteplici chiavi di lettura del Carnevale. Insomma, il Carnevale non dovrebbe solo essere il racconto di un’insurrezione contro il potere, ma uno specchio della società e delle sue trasformazioni, un contenitore di riti e simboli che meritano di essere valorizzati in tutta la loro complessità.

Non si tratta di sminuire il tema della libertà, ma di inserirlo in una cornice più ampia, che riconosca la pluralità dei significati del Carnevale e il suo legame con un intero territorio. Così facendo – insistono – si potrebbe restituire alla festa quella profondità che la retorica monotematica rischia di appiattire, impedendo una reale comprensione delle sue radici e del suo valore culturale.

Il dito è puntato anche su Francesco Gioana, storico curatore della rivista La Diana. Capita tutto questo oggi anche e non solo in vista del grande lavoro che la Fondazione dello Storico Carnevale si è impegnata a portare avanti per retrodatare l’anzianità della manifestazione, cosa che consentirà di ottenere un contributo ben più consistente dal Ministero della Cultura.

battaglia delle arance

Riceviamo e pubblichiamo

Una narrazione da riscrivere? Scontro tra "storici"

Una delle cose belle del nostro Carnevale consiste nella possibilità di poter sperimentare nuovi modi di interpretarlo. Ogni anno abbiamo vistosi esempi di sperimentazioni che generano nuove forme di ricreazione. Abbiamo “inventato” di tutto: dalla leggenda alle narrazioni delle singole figure sino a trasformare un “gioco” fra ragazzi in una spettacolare ed apprezzata battaglia delle arance che “dovrebbe rappresentare la rivolta del popolo contro il tiranno”. È il bello e la forza del nostro Carnevale.

Così facendo però abbiamo finito col perdere il senso delle nostre radici che in questo caso non risiedono in una festa, in un momento di divertimento, ma affondano in riti (documentati) nati nel mondo contadino. Sminuirli implica non riconoscere e capire quanto la Mugnaia, il Generale, gli Abbà e lo Stato Maggiore abbiano subito profonde trasformazioni, perdendo il loro originario spirito religioso e diventando un elemento della festa.

Noi abbiamo sempre apprezzato Francesco Gioana per il suo entusiasmo, un po’ meno per i suoi toni da fustigatore di costumi e “correttore” di false interpretazioni. Ma chi si pone in tale ruolo finisce con l’inciampare lui stesso. Lui ed il gruppo dei Citoyens raccontano di rappresentare il simbolo della libertà, il popolo che il 13 dicembre 1798 piantò l’albero della libertà nella città di Ivrea. Purtroppo non raccontano cosa accadde veramente quel giorno.

Uno dei giorni più tristi della storia bimillenaria della nostra città vide un gruppo di giacobini entrare con violenza dentro le case dei loro rivali politici, picchiare (non sappiamo se ci scappò il morto) e rubare documenti e quant’altro, per poi bruciarli sotto l’albero della libertà per contrastare i loro avversari politici. Basta leggere le testimonianze dell’epoca, sia da parte giacobina che da parte savoiarda, che concordano su questi atti di violenza compiuti dai giacobini eporediesi in città e contemporaneamente a Torino.

Qualcuno potrebbe citare Mao Tse Tung che diceva: “La rivoluzione non è un pranzo di gala”. Solo che qui occorre spiegare che ad Ivrea non si trattò di rivoluzione, ma di un sopruso compiuto da una parte della nobiltà locale contro i propri avversari politici. Questi erano i giacobini canavesani che non rappresentavano il popolo, ma solo se stessi, spalleggiati dalle occupanti truppe francesi. Tant’è che le loro politiche dogmatiche e completamente fuori dal contesto sociale di quel periodo sfociarono, in meno di due anni, nella rivolta degli zoccoli, che vide il 14 gennaio 1801 l’uccisione di cento-trecento rivoltosi (le fonti discordano sul numero dei morti), da parte delle truppe francesi presenti in città. Fu la fine del giacobinismo locale, anche se Ivrea non ha mai voluto ricordare questi morti.

Ma far passare i Citoyens come simbolo di libertà è un po’ troppo. Dispiace per chi, con tanto entusiasmo, si è prestato ad interpretare il ruolo di popolano, ma la narrazione che li legittima è funzionale alla narrativa che da anni Francesco Gioana continua a tenere di un Carnevale cittadino. Anche quando tratta delle sue radici, non perde il vizio di raccontarle sotto l’aspetto cittadino.

Esemplare in questo senso quando definisce le mascherate medievali “feste”, mentre queste erano molto più vicine a quanto, lo scorso lunedì e martedì grasso, hanno rappresentato i Maimulu di Gairo. Queste mascherate, compiute dai ragazzi di Ivrea il Sei e il Sette dicembre, non erano divertimento o ricreazione, ma incutevano timore, paura, spavento. Ribadiamo: erano riti religiosi e non feste, anche se si svolgevano nelle festività di San Nicola e Sant’Ambrogio.

Non ci si deve stupire poi se qualcuno scrive che il Carnevale nasce nel 1808, quando nei giornali e nelle riviste locali la stragrande maggioranza degli articoli (compresa la rivista curata da Francesco Gioana) riguarda quasi esclusivamente gli ultimi duecento anni. Se si accenna a quanto accaduto in precedenza, lo si fa con una mentalità che è quella della narrazione ottocentesca.

Qualcuno potrà ribadire: “Ma così facendo non vi mettete anche voi nel ruolo di fustigatori?” Non lo abbiamo mai fatto e questo intervento è compiuto da studiosi che da tempo cercano di evidenziare come la continua trattazione del carnevale ottocentesco abbia ulteriormente stravolto la comprensione del rito e della festa.

Non riteniamo che i nostri studi mettano la parola fine alle ricerche sul Carnevale. Anzi, speriamo che in un prossimo futuro qualcun altro rintracci altri documenti ed elabori una nuova “narrazione”, aiutandoci a comprendere che anche quanto da noi scoperto e raccontato è parziale. È il bello della ricerca storica.

Gabriella Gianotti
Danilo Zaia

*Gabriella Gianotti, autrice di Il getto delle arance nel Carnevale di Ivrea (con Franco Quaccia), La festa dello Scarlo (con Franco Quaccia), Eporedia libera e vari volumi sulle “voci del Carnevale” (Mugnaia, Comitato, ecc.).

* Danilo Zaia, autore di Dalla paura alla vanità. Storia del Carnevale di Ivrea (unica pubblicazione storico-scientifica sulla festa), Carnevali dimenticati – L’epoca d’oro delle fagiolate e il recente Approfondimenti sulla storia del Carnevale di Ivrea.

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