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Ucciso a martellate e poi bruciato sulle rive dell'Orco. L'omicidio di Filippo Capasso

A soli 27 anni da chi considerava amici: la tragica storia di un giovane tradito dall'avidità e dalla violenza

Ucciso a martellate e poi bruciato sulle rive dell'Orco. L'omicidio di Filippo Capasso

In questi giorni cade la ricorrenza di una storia raccapricciante. Di un ragazzo sgozzato e bruciato. Così la notte del 27 dicembre del 1995 è morto Filippo Capasso. Aveva 27 anni.

Abitava con la madre in via Montanaro a Chivasso.

Si era licenziato in estate dalla Vetro Europa di Settimo Torinese e voleva rilevare, con i 40 milioni della liquidazione, una birreria con la fidanzata.

Ma poi, per le liti con quella ragazza, aveva cambiato idea, si era trovato un nuovo lavoro e aveva deciso di andare a vivere insieme ad un amico minorenne in una casetta su due piani in frazione Montegiove.

Capasso pensa a tutto. A pagare l’anticipo di tre mensilità (1.800.000 lire) e il primo affitto (600.000 lire), oltre ad acquistare mobili e elettrodomestici.

Capasso

Su quei soldi avevano messo gli occhi proprio questo amico, più altri conosciuti in un ristorante a Torino. In tutto quattro ragazzi di età compresa fra 17 e 23 anni.  Salvo uno, tutti incensurati.

Lo convincono a investire nella droga. E lui ci casca e dà 10 milioni.

Gli amici però quel denaro lo vogliono tutto e sanno che Capasso ha ancora in banca circa 25 milioni. 

Gli prospettano un affare: «Sappiamo dove trovare tre chili di hashish a prezzo molto favorevole. C’è da guadagnarci un sacco». Filippo abbocca all’amo ed il 21 dicembre ritira dalla banca altri 10 milioni.

All’appuntamento Adamo Salatino gli sferra alle spalle un tremendo colpo di mattarello, poi continua a colpire, mentre i complici tengono fermo il bersaglio.

Infine, tutti e quattro, trascinano il cadavere in auto e lo trasportano in riva all’Orco a Pratoregio per bruciarlo e simulare un delitto di mafia. 

Finita la mattanza, gli assassini detraggono le spese (circa 2 milioni utilizzati per ritinteggiare l’appartamento sporco di sangue) dalla somma rubata, spartendosi quel che resta (due milioni a testa) e se ne vanno in vacanza: chi a sciare a Deux Alpes sulle Alpi francesi, chi in gita a Roma, chi sulla riviera ligure, a Ospedaletti. 

Si scoprirà nel corso delle indagini che l’allucinante aggressione era stata pianificata nell’arco di alcune settimane. Le due taniche di benzina, usate per carbonizzare il cadavere, erano infatti state acquistate a fine novembre e poi «affidate» in custodia proprio alla vittima. 

In dieci giorni i carabinieri del Nucleo Operativo di Torino e della compagnia di Chivasso scoprono la messinscena e arrestano i responsabili. 

Al processo di primo grado, nel febbraio del ‘97, Adamo Salatino, 19 anni, l’autore materiale del delitto, è condannato all’ergastolo, Luigi Sàias a 24 e Maurizio Restivo a 20 anni.

In appello Salatino scende a 28 anni e i complici a 24. Poi arriva la Cassazione a rimettere tutto in discussione; nell’aprile ‘99 saltano le condanne per Luigi Sàias e Maurizio Restivo: bisogna rifare il processo. 

Nel febbraio 2000 nuovo verdetto; Luigi Saiàs 22 anni e 9 mesi. Maurizio Restivo 8 anni. Per Salatino i 28 anni sono ormai passati in giudicato e per il minore è definitivo il verdetto di 7 anni.

Si arriva all’ultima tappa.  Nel 2000 la Corte di Cassazione conferma le pene dell’Appello per Luigi Saias e Maurizio Restivo. Il primo aveva avuto 22 anni e 9 mesi, mentre il secondo, assolto dall’omicidio, era stato condannato a 8 anni per distruzione di cadavere e ricettazione (pena ridotta a 7 anni). 

Nella cronaca di quei giorni la disperazione  di Caterina Cepparano, mamma di Filippo.

Operaia alla Fiat Mirafiori, aveva 50 anni. Con lo sguardo allucinato di chi non riusciva a capire, e non sapeva darsi pace. «Quell’amico - dichiarava ai giornali - non l’ho mai visto volentieri per casa. Avevo un presentimento. E lo avevo ripetuto anche a mio figlio. Ma lui era generoso, ottimista, credeva nel prossimo. Diceva che era solo un ragazzino, che non poteva far male a nessuno». 

Invece sarebbe stato proprio lui, nonostante i suoi 17 anni, a progettare con Salatino l’assassinio di Filippo.

«Quando penso a lui  ne ho orrore - piangeva Caterina -  ma non riesco a provare odio, rancore. Penso piuttosto al dramma della sua famiglia, che conosco bene. Non hanno perso un figlio come me, ma è una disgrazia immane anche la loro… Quando è venuto a trovarmi, una settimana dopo il ritrovamento del corpo, e mi ha dato la mano, ho avvertito un senso di grande freddezza. Quel gesto mi ha colpito. Perché la mano e non un bacio, come gli altri?». 

I protagonisti

Adamo Salatino aveva 19 anni, tornitore, risiedeva a Chivasso nelle case popolari di corso Galileo Ferraris. A giorni sarebbe dovuto partire per il servizio militare. Era noto, nelle balere del chivassese, come cantante di karaoke, ma soprattutto per essere stato finalista, nel ‘93, al concorso «Il più bello d’Italia» di Alassio. Aveva fatto anche l’indossatore (pigiami e costumi da bagno). 

Il minore aveva 17 anni. Fisico imponente, capelli a caschetto e molti orecchini, era l’«amico del cuore» di Capasso, cresciuti nello stesso cortile. Da un paio d’anni non studiava più, cercava lavoro. Viveva con il padre, artigiano edile, e un fratello. 

Maurizio Restivo, 24 anni, abitava a San Giusto Canavese e Gino Saias, 24 anni, in via Martorelli 75 a Chivasso. Filippo li aveva conosciuti a Torino, nella pizzeria II Rusticone di corso Giulio Cesare, dove lavorava la «fidanzata» del minorenne. 

Tra i protagonisti anche due ragazze davvero coraggiose. Furono loro a incastrare la «comitiva di assassini».

Sonia, 21 anni, di Chivasso e Alice, 22 anni, di Verolengo. Pesantemente minacciate ed intimidite, avevano «finto» solo per poche ore. Poi avevano deciso di vuotare il sacco di fronte ai carabinieri, e l’indagine era andata in discesa. Erano state assoldate da Filippo per le le pulizie della nuova abitazione di Montegiove.

Nel pomeriggio del 28 dicembre si trovarono davanti ad una scena che non seppere comprendere. Gianluca, insieme ad un altro amico erano lì a pulire i pavimenti e a imbiancare i muri. Avevano già passato tre mani di bianco, ma si notavano ancora alcune macchie di sangue. 

Alice lo dice subito “Ma avete ucciso qualcuno?”». 

Gianluca prima parla di schizzi di vino Brachetto e dopo dell’uccisione di una cagnetta. 

I sospetti nascono nei giorni successivi quando si sparge la voce che Filippo è stato trovato cadavere, semicarbonizzato, a Pratoregio.

Le ragazze sono spaventate, ne parlano con gli amici.

Il minore di rientro dalle Deux Alpes dov’era andato a trascorrere la notte di Capodanno incontra le due ragazze il 2 gennaio, al Bar Posta.

Sa che cominciano a sospettare e le affronta: «Se parlate di quelle macchie ai carabinieri, io vi uccido».

Sonia ed Alice sono terrorizzate e il giorno dopo interrogate dai carabinieri della compagnia di Chivasso, mentono con decisione. Poi il rimorso e la decisione di parlare di nuovo con il maresciallo del Nucleo Operativo: «Dobbiamo parlargli di nuovo, ieri abbiamo mentito». 

Al processo

“Ho ucciso Filippo e mi maledico - Maledico quello che ho fatto. Chiedo perdono alla famiglia di Filippo. So che ho arrecato loro un grande dolore, solo il tempo rimarginerà questa ferita. Io pagherò con il carcere”. Così Adamo Salatino, imputato al processo.

“Ho ucciso Filippo, ma è stato GD, quello già giudicato dal tribunale dei minori, a mettermi contro di lui. Io non avevo alcun motivo per farlo fuori. Restivo sapeva, ma ha sempre voluto restarne fuori. Saias era presente al delitto, ma l’ho incitato io a muoversi, a fare qualcosa...”.

Poi di se stesso: “Ho studiato fino alla terza media. Ho fatto l’elettricista. Un giorno mi hanno scelto come modello e mi sono sentito finalmente realizzato. Ma è arrivata la droga ed è stata la mia rovina. Prendevo una grammata di cocaina al giorno. Non avevamo armi, né pistole, né coltelli. Si pensava che sarebbe bastato una botta di mattarello in testa. Ma Filippo non è svenuto, come capita sempre nei film, e allora ho preso il coltello e ho colpito, colpito. Lui gridava e io colpivo, per farlo tacere. La cocaina mi aveva sconvolto la mente. Solo dopo ho capito quello che avevp fatto. Sono stato un vile». 

Sconcertanti anche le dichiarazioni di Maurizio Restivo:«Sapevo quello che aveva in testa Salatino. Non pensavo certo che fosse uno scherzo, ma non mi sembrava che potesse accadere. Sono arrivato dopo che l’aveva già ucciso, ho preso la benzina come mi aveva chiesto lui”. 

Oggi Oggi nessuno dei quattro è ancora in carcere. Quel che si sa è che il minore,  è morto a 43 anni in Germania dove è emigrato tanti anni prima.

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