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DIOCESI. Quest’autunno Nosiglia lascia. Il successore non sarà Cerrato

DIOCESI. Quest’autunno Nosiglia lascia. Il successore non sarà Cerrato

Nosiglia

DIOCESI DI IVREA E TORINO. Nei palazzi apostolici al di là del Tevere, tra le mura leonine il caldo umido dei primi giorni d’estate mette a dura prova il tradizionale aplomb del più navigato dei monsignori e accade che si dicano cose che si pensano. Esattamente il contrario di ciò che è costume nelle segrete stanze vaticane.  All’ordine del giorno c’è la vicenda relativa alla diocesi di Torino che in autunno saluterà l’attuale arcivescovo, Cesare Nosiglia, collocato a riposo per raggiunti limiti d’età. Nell’arco di poche settimane, sotto la Mole siederà un nuovo sindaco (o sindaca) e sulla cattedra di San Giovanni Battista, un nuovo arcivescovo. Ma  quest’ultimo è ben più importante del primo, perché funzioni e potere del titolare dell’archidiocesi si estendono ben oltre la città e comprendono numerosi centri della provincia. Per tornare alle calde stanze della Segreteria di Stato, non risparmiate dai tagli bergogliani, e alcune rimaste senza aria condizionata, l’enigma da risolvere oggi è: “Chi dopo Nosiglia?”. Da quel che si apprende, sembra che le procedure curiali sino più lente del previsto, perché le idee sul successore non sono chiare. In Vaticano nessuno rimprovera all’attuale arcivescovo il lavoro pastorale svolto in questi anni, ma si ricorda anche che, per secoli, la città è stata sede cardinalizia. Francesco, però, non ha premiato Nosiglia con la porpora, nonostante quest’ultimo non si sia risparmiato nel voler apparire così progressista da far sembrare l’emerito di Ivrea Luigi Bettazzi un moderato, se non un conservatore. Ma il Papa non se ne deve essere accorto o “non avrebbe apprezzato”. Fatto sta che, nonostante goda di buona salute e dunque potrebbe essere invitato a proseguire il suo mandato ben oltre i limiti d’età, Nosiglia lascerà la diocesi e consegnerà Mitra e Pastorale al suo successore. La cinquina di candidati da presentare al pontefice ancora non è stata completata perché “attualmente la diocesi di Torino - spiegano fonti vicine alla Santa Sede - presenta criticità particolarmente gravi”.  Il primo dei problemi riguarda la mancanza di sacerdoti, un numero di seminaristi che si può contare sulla punta delle dita e numerosi abbandoni dell’abito. Senza considerare, poi, l’età avanzata dei parroci e la difficoltà nell’operare sostituzioni. Il panorama è desolante: chiese chiuse per mancanza di sacerdoti; preti che percorrono in auto più chilometri di un commesso viaggiatore per poter dire messa nelle parrocchie orfane di pastore. E se è vero che questi sono tempi duri e bui per l’intera Chiesa universale, è altrettanto vero che nella diocesi subalpina, difficoltà e problemi sembrano essere più acuti che altrove. In diocesi, dunque, servirebbe la presenza di un vescovo capace di infondere un impulso tutto nuovo, ma il candidato ideale non si trova. “C’era un progetto - confida un monsignore di lungo corso, molto addentro alle cose di Santa Romana Chiesa -, ma non sembra più praticabile. Quando monsignor Edoardo Cerrato venne consacrato e inviato a Ivrea, su di lui si erano concentrate le speranze delle alte sfere vaticane.  Lo stimavano i cardinali Tarcisio Bertone e Carlo Furno e il nunzio apostolico Adriano Bernardini. Questi ritenevano che Cerrato dopo il “tirocinio” eporediese, avrebbe potuto affacciarsi come candidato per il dopo Nosiglia. Le carte in regola Cerrato le aveva: già procuratore generale della confederazione dell’oratorio di San Filippo Neri e agiografo di John Henry Newman, “per aspirare all’archidiocesi e sede cardinalizia di Torino, a Cerrato mancava solo l’esperienza pastorale”.  Ma a Ivrea le cose, evidentemente, non sono andate così come auspicato e, sotto le Rossi Torri, non pochi preti rimpiangono  i tempi di Arrigo Miglio, di Giorgio Debernardi e “l’età dell’oro” di Luigi Bettazzi.  Altri tempi.  Dunque, la candidatura Cerrato, non solo ha perso peso, ma allo stato dei fatti sembra non venire neppure presa in considerazione. Domenica 23 maggio, giorno di Pentecoste, in un appartamento poco fuori le Sacre Mura vaticane e domicilio di un altro prelato della Santa Sede, in serata vi sarebbe stato un incontro informale tra “opinion leader” in abito talare con all’ordine del giorno: la successione di Cesare Nosiglia. Presenti, si lascia sfuggire il solito monsignore chiacchierone “i cardinali Bertone (di Romano Canavese), Bertello (di Foglizzo),  Sodano (di Asti e già Segretario di Stato) e Poletto (arcivescovo emerito di Torino)”.  Con loro anche altri monsignori e, tra questi, Arrigo Miglio (di San Giorgio Canavese ed Emerito di Cagliari) e Paul Gallagher, uomo di punta della Segreteria di Stato e autore della recente nota redatta dalla diplomazia vaticana sul decreto Zan.  Gallagher conosce bene le vicende torinesi, ma anche quelle delle altre diocesi del Piemonte, perché uno dei suoi fidi consiglieri, monsignor Roberto Lucchini (oggi addetto alla Nunziatura Apostolica in Messico e nativo di Pont Canavese), è stato per anni il braccio desto di Gallagher quando questi ricopriva il ruolo di Nunzio Apostolico in Burundi.  Dal “brain storming” a casa del prelato, tra eminenze ed eccellenze, sarebbero stati fatti alcuni nomi, “i soliti che girano”, spiega la fonte, che però aggiunge: “Più uno, totalmente nuovo, ma di  grande prestigio. Un nome degno del ruolo da ricoprire nella diocesi che fu del cardinal Pellegrino, un gigante della Chiesa e grande elettore di Karol  Wojtyla”.  Con non poca riluttanza, il monsignore chiacchierone spiega: “Il nome è quello di Renato Boccardo attuale vescovo della diocesi di Spoleto-Norcia, già responsabile con Giovanni Paolo II dell’organizzazione delle Giornate mondiali della Gioventù e relegato poi, inspiegabilmente, ad un ruolo secondario da papa Ratzinger”.  Boccardo che è stato anche capo del Protocollo con incarichi speciali presso la Sezione Affari Generali della Segreteria di Stato e come responsabile dell’organizzazione dei viaggi del Santo Padre, è nativo di Sant’Ambrogio di Torino e ha 69 anni. L’età giusta e l’esperienza adeguata che la diocesi di Torino si meriterebbe.

Beppe Alberico

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