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22 Maggio 2018 - 18:50
Professoressa
L’Insegnante di italiano all’ITIS di Torre Annunziata non è in classe da tre giorni. Un’assenza anomala, i ragazzi della quinta A si insospettiscono, si armano di telefonino, lo usano per una volta nel modo giusto e chiamano un vicino di casa, mentre con l’aiuto di un altro docente raggiungono la sua casa, dove la trovano riversa a terra per un malore. La salvano.
Eccoli, finalmente i giovani che ci piacciono, quelli su cui porre le basi del futuro: se li ami, loro ti amano. Da Torre Annunziata ci è arrivata una lezione contro l’indifferenza e a darcela sono proprio i ragazzi, quelli che altre volte abbiamo definito ciusy, mammoni, violenti, aggressivi, maleducati. Non sono un’eccezione. Semplicemente, quella professoressa per loro era una persona e come tale valeva. Inoltre, non si trattava di una docente qualsiasi, negli anni ha insegnato loro la passione per la materia, arrivando addirittura a piangere sui versi di Ungaretti che riaprivano una sua personale ferita.
Abbiamo bisogno di insegnanti appassionati, innamorati della vita e del loro bellissimo mestiere, uomini e donne credibili perché insegnano con una passione che esce dai loro occhi e si fa vita, che non nascondono le emozioni e sanno prendersi cura degli studenti, che “perdono” tempo con loro. È lì che i giovani si innamorano della scuola, del sapere e anche di chi fa bene il proprio lavoro. È un amore come quello tra padre e figlio, madre e figlia. Anzi, di più, perché quel docente prima o poi ti lascerà andare per la tua strada e di lui resterà solo la lezione più bella, quella della vita.
La professoressa Russo e i suoi ragazzi ci ricordano tutte quelle volte in cui non siamo stati lasciati soli. E allora non si nascondano le emozioni, si pianga quando è ora di piangere, si sia severi alla bisogna, si parli ai giovani delle delusioni, dei difetti, delle fragilità. Ma anche delle cose belle che la vita può riservare loro se si impegnano seriamente nello studio.
Se la professoressa Russo non avesse mai accennato un sorriso, avesse fatto lezione senza far trasparire una smorfia, un’emozione, un segno di vita, avrebbe fatto meno fatica, ma sarebbe rimasta a terra, nel suo appartamento, a lungo. O forse no, ma non sarebbe stata la stessa cosa.
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