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IVREA. La Caritas è preoccupata. Ricci:“Le Istituzioni ci aiutino”. Crescono le richieste di aiuto

Fiorentino, 83 anni, da 30 trapiantato a Ivrea. Ha vissuto la guerra. Ricorda ancora il passaggio delle truppe in avanzata e in ritirata. Poi la crisi del petrolio, la crisi del 2008 ma questa del Coronavirus anche per lui è una cosa diversa, inaspettata, traumatica. Emiliano Ricci in città lo conoscono tutti. Gestisce la Caritas e lo fa con amore, con passione, soprattutto con cervello. In questi giorni è aperta solo la distribuzione alimenti, chiusi tutti gli altri servizi. “La situazione è grave - ci racconta - Gestiamo un elenco di 700 famiglie più di 1.500 persone. In tempi normali non ci sarebbe alcun problema. E’ quel che abbiamo sempre fatto. Ma adesso è diverso. Le richieste stanno aumentando e sono tantissime quelle di famiglie segnalate dai servizi sociali e dalla Croce Rossa. Alcune provengono da uomini e donne bloccati in casa in quarantena. Altre da anziani con problemi di deambulazione. Poi  ci sono i giostrai che non stanno lavorando ma anche i nomadi...”. Mal contate circa 150 richieste in più di aiuto. “Quel che ci preoccupa e che siamo rimasti gli unici a distribuire alimenti. Il Centro aiuto alla vita ha dovuto chiudere. La San Vincenzo lo stesso. L’immediato è in qualche modo gestibile, ma domani? Ormai è chiaro: l’emergenza non finirà in pochi giorni. Chi già lavorava poco riuscirà a rimettersi in pista?  Abbiamo bisogno dell’aiuto delle Istituzioni e del Comune. Il rischio è di  non avere generi alimentari a sufficienza per tutti... S’aggiunge che quando l’emergenza finirà la Caritas rischia davvero di venir travolta da richieste di tipo economico, per esempio bollette e affitti…” In piazza Castello i volontari sono circa un’ottantina, per la stragrande maggioranza molto in là con l’età. Eppure tutte le mattine si svegliano all’alba e fino al tramonto altro non fanno che vivere in solidarietà, qualche volta alzando gli occhi al cielo, ma sempre con i piedi ben piantati sul terreno. “A distribuire il cibo siamo solo  in quattro con l’aiuto di qualche giovane che ci dà una mano -  conclude Ricci - In linea con le nuove disposizioni non possiamo essere in molti. Nel magazzino ci districhiamo  tutti ad almeno un metro di distanza. Non entra nessun’altro. Prendiamo le richieste, identifichiamo le persone e consegnamo il pacco all’esterno....” Tra i servizi che hanno chiuso c’è anche la mensa di fraternità. “Stiamo lavorando per ripartire - assicura Ricci - Non abbiamo il personale e neanche una cucina. Prendiamo i pasti dal ristorante Cibò, dalla mensa delle scuole e da quella dell’ospedale...”. Liborio La Mattina
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