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IVREA. Botte ai detenuti, indagini in archivio?

IVREA. Botte ai detenuti,  indagini in archivio?

Il Procuratore Capo di Ivrea Giuseppe Ferrando

A  giugno, il procuratore capo d’Ivrea  Giuseppe Ferrando aveva chiesto l’archiviazione del dossier (per fatti avvenuti nel 2015), che vedeva indagati, per presunti maltrattamenti ai danni di alcuni detenuti, sette agenti della polizia penitenziaria in servizio all’interno del carcere di Ivrea. Si aggiungevano anche le accuse all’indirizzo di cinque detenuti “per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale”. Nei giorni scorsi, sul tavolo del GIP (Giudice per le indagini preliminari), che ha già fissato due udienze il 6 e l’11 febbraio del prossimo anno, è arrivata la formale opposizione degli avvocati del Garante dei detenuti e di Antigone, l’associazione nazionale che si occupa dei diritti dei detenuti. I riflettori puntati Tutto nasce in seguito ad una lettera, con nomi e cognomi, inviata dal detenuto Matteo Palo ad alcuni esponenti del Partito Radicale, pubblicata sul sito infoaut.org. Si raccontano le rivolte del 25 e del 26 ottobre del 2016 che sarebbero (il condizionale è d’obbligo) state sedate dalla polizia “con un pestaggio ai limiti della sopportazione e due detenuti quasi in fin di vita”. Ultima fermata di un calvario cominciato con la protesta del 14 ottobre dello stesso anno organizzata per richiedere un televisore in cella. Ed è il racconto di chi si era ritrovato ostaggio di 3 o 4 agenti. E’ la disperazione che sale di notte, quando la direttrice non c’è. Ed è la paura di finire al quarto piano, in isolamento. Si aggiunge il dramma di gestire una struttura con meno agenti di quanti non ne occorrerebbero (a quei tempi erano 144 su 156) senza un comandante di reparto e con pochi ispettori. “Conosco il comandante che c’era quella sera, conosco il personale che ha lavorato e conosco le carte. E conosco anche i detenuti coinvolti – era intervenuta nel dibattito con una nota il direttore del carcere Assuntina Di Rienzo prendendo subito le difese degli agenti – I detenuti sono gli stessi che ad agosto avevano avuto 30 giorni di isolamento perché avevano malmenato un altro detenuto…». “C’era chi stava lanciando oggetti, pezzi di sanitari, schegge di ceramica, si doveva pure intervenire in qualche modo – aveva aggiunto Di RienzoI primi accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria hanno permesso di acclarare una diversa verità sui gravi episodi a cui il detenuto fa riferimento  già al vaglio dei competenti uffici ministeriali e della locale autorità giudiziaria”. Peccato che non ci fossero testimoni, nè per la difesa, nè per l’accusa, dato che gli impianti di videosorveglianza del quarto piano non funzionavano. Se ne discusse a Roma e pure a Ivrea, in consiglio comunale, grazie ad una mozione (poi bocciata dalla maggioranza) dei consiglieri comunali Francesco Comotto e Alberto Tognoli. La domanda che girarono al sindaco  è: “Il carcere di Ivrea è davvero uno dei peggiori di tutta Italia come è stato titolato e continuano a titolare un po’ tutti i giornali…”. La risposta avrebbe dovuto essere  “Sì”, almeno a sentire le tante incongruenze rilevate da quei consiglieri regionali (di diverso schieramento politico) che lì dentro ci erano entrati e avevano potuto constatare tutto, ma proprio tutto, con i propri occhi. Laddove per “tutto “s’intende, tutto quel che c’era da vedere. E si ricomincia dai numeri che si diedero in allora: 244 detenuti anzichè 192 e 144 agenti penitenziari invece di 156. Ci si era concentrati sulla relazione del Garante Nazionale, Mauro Palma, del 15 dicembre. “Abbiamo appreso – avevano commentato Comotto e Tognoli – di quei due locali di contenimento, definiti “cella liscia” nel reparto di isolamento e “acquario” a fianco della sala per le visite mediche. Sarebbero in condizioni strutturali e igieniche molto al di sotto dei limiti di accettabilità e del rispetto della dignità dell’essere umano …”. Ma quel che più di tutto aveva stupito entrambi i consiglieri è che la direttrice si fosse rifiutata di autorizzare una visita di una rappresentanza del consiglio perchè “il carcere non è uno zoo…”. “Parole offensive – aveva tuonato Comotto nei confronti di chi cerca di esercitare il proprio ruolo….”. Ancora impresse nelle memoria la descrizione che il garante fa delle due celle senza vetri e senza riscaldamento, del materasso tagliato e dei resti fecali nella turca. “Immagini che si vedono solo nei film – ci era andato giù secco Comotto – Mancava anche il registro degli eventi critici e dei procedimenti disciplinari…”. E adesso? Adesso niente. C’è una richiesta di  archiviazione e se ne occuperà direttamente un giudice che potrà chiedere l’archiviazione definitiva o disporre una proroga delle indagini. Chi è Matteo Palo Matteo Palo, 42 anni, di Chivasso, finito in galera, nel settembre del 2016 su ordine del tribunale di Ivrea, in seguito ad una operazione condotta dai carabinieri di Chivasso che da tempo stavano pedinando Ennio Sinigaglia, 79 anni, in arte «Tepepa», Evangelista Giustozzi, 66 anni, di Vinovo, Antonio Managò, 46 anni, di Torino, Samantha Duò, 33 anni, di Chivasso e Giuseppe Palombella, 62, di Rivoli. Una banda vera e propria  specializzata nell’organizzare di rapine con gli abiti da finti finanzieri. Suonavano ai campanelli di ville e uffici postali, indossando  pettorine, mostrando falsi tesserini e pistole e poi zac… A portare i carabinieri di Chivasso sulla tracce di «Tepepa» era stata una sim telefonica, inserita nel cellulare rubato la sera del 23 ottobre 2015 al titolare della tabaccheria della stazione ferroviaria di Chivasso, pedinato, aggredito con la moglie all’ingresso della sua abitazione a San Raffaele Cimena, e picchiato da un bandito a volto scoperto, poi fuggito su un’auto di colore chiaro con altri due complici.
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