GASSINO. Rombano i motori per l’ultimo saluto a Dario Mazzone. Che folla sul sagrato dei Santi Pietro e Paolo. Squadroni di centauri su due ruote e file indiane di pulcini in uniforme; cari e amici, familiari e conoscenti: tutti ad arrampicarsi per via, infilarsi in qualche strada laterale per trovare un cantuccio libero e regalare l'ultimo pietoso saluto ad un ragazzo, un “sempre-ragazzo”, di 46 anni che ha salutato troppo presto chi gli voleva bene.
Il funerale di Dario Mazzone è un altro di quelli cui ci siamo abituati ad assistere, da un anno a questa parte, pur non avendoci fatto il callo. Unzioni funebri dove la parola sacra incensa con un significato una strage inaspettata, pur non scalfendo neanche un po' la corteccia dietro cui il dolore trincerato.
Gassino, sabato 10, stava per addormentarsi nella consueta giornata uggiosa della Valcerrina. Il sereno mattutino s'è d'un tratto oscurato in viso, mentre cresceva nel pomeriggio; ingrigitosi dolcemente, senza dare il sospetto di alcunché di minaccioso in vista. Ma è bastato un colpo di acceleratore per rompere quel tedio. Un fragore motociclistico che ha rotto la noia. Uno stormo di cavalieri nerovestiti con i loro cavalli fumanti si sono dati l'adunata alla Fontanella per crepitare con l'acceleratore. Dario era un motociclista e questo sarebbe stato il gesto che avrebbe tributato a un compagno caduto: un rombo di scarichi così forte da raggiungere distanze che a un rider non basterà neanche una vita coprirle. Cento palle di cannone per salutare salutare Dario.
Ma a dispetto di quegli scontrosi tenori di marmitta, sotto quei bomber di pelle pezzata, anche i biker più macho nascondono un cuore che batte. Anzi, in queste occasioni, lasciano indovinare il contrario. Quell'aria da duri, quelle rombanti marmitte alate e quella livrea corvina con cui sfrecciano sull'asfalto incandescente, non sono forse nient'altro che dei moderni vestimenti d'un nobile cavaliere medievale. Tanto minaccioso in armatura, quanto cortese nell'animo.
E a ben sentire, si scopre che non ci si sbaglia. Le parole passano di bocca in bocca, giungono di contrada in contrada. Dario, ci hanno detto, è stato amico di tutti. Benvoluto perché genuino. Caro ai suoi colleghi e agli harlisti dei club motociclistici che l'hanno ricordato da tutto il Piemonte. Il suo ultimo tragitto si è chiuso al cimitero di Strada Bardassano, scortato da chi è rimasto a vegliare sui suoi ricordi e la sua Electra Glide. «Non è vero che conta la destinazione» - si sente mormorare qualcuno, mentre il carro funebre arriva alla tomba. Magari basta anche accontentarsi di essere stati viaggiatori che hanno svuotato troppo presto il serbatoio.
Fabrizio Artero
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