Cerca

CRESCENTINO. Gruppo Mossi & Ghisolfi: inchiesta e sequestro di beni ai dirigenti accusati di truffa aggravata e malversazione ai danni dello Stato

Nell’ambito dell’operazione “Phantom Biomass” (biomasse fantasma), il nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Alessandria ha dato esecuzione nei giorni scorsi a un decreto di sequestro di beni nei confronti di quattro ex dirigenti del Gruppo Mossi & Ghisolfi. A Giovanni Bolcheni, Marco Ghisolfi, Dario Giordano e Mauro Osella, amministratori e consiglieri di società come M&G Finanziaria srl e Biochemtex spa, sono stati sequestrati beni per oltre 11 milioni di euro.

L’inchiesta è nata dal fallimento delle società del Gruppo, con base a Tortona, che aveva realizzato un impianto per la produzione di etanolo da biomasse a Crescentino e prevedeva di costruirne altri in Piemonte e in Puglia, investendo 133 milioni di euro, di cui 65 erogati dalla Banca Europea degli Investimenti (Bei) nel 2014. Il denaro è stato incassato dalle società del Gruppo ma gli impianti non sono mai stati realizzati.

Secondo le indagini e le ricostruzioni condotte dagli uomini delle Fiamme Gialle, la Banca Europea degli Investimenti ha recuperato la somma prestata rivalendosi su Sace spa – società pubblica controllata dal Ministero del Tesoro italiano – e sulle tre banche (Intesa SanPaolo, Bnl e Bpm) che avevano rilasciato garanzie a titolo oneroso, facendosi rimborsare il totale della propria esposizione. La Sace e le banche si sono poi inserite nelle procedure fallimentari del Gruppo Mossi&Ghisolfi in qualità di creditori. Nell’aprile del 2019, infatti, il Tribunale di Alessandria aveva dichiarato il fallimento di quattro delle più importanti società del gruppo (che avevano operato anche a Crescentino): la Ingeg srl (ex Biochemtex spa), la Centra srl (già Ibp Energia srl, titolare dell’impianto crescentinese), la Impia srl (già Italian Bio Products srl) e la Tecnol srl (già Beta Renewables spa).

Da quanto è stato accertato nel corso delle procedure fallimentari è nata l’inchiesta per truffa aggravata ai fini delle erogazioni pubbliche e malversazione ai danni dello Stato; è inoltre stata inviata una segnalazione alla Procura regionale del Piemonte per la Corte dei Conti che dovrà valutare i danni alla finanza pubblica e configurare eventualmente un danno erariale a carico di privati.

Il provvedimento di sequestro preventivo eseguito dalla Guardia di Finanza, già confermato nelle scorse settimane dal tribunale del Riesame e dalla Cassazione, ha “congelato” ai quattro ex dirigenti 14 proprietà immobiliari, conti correnti, titoli, polizze assicurative, tre veicoli, quote societarie di due aziende per un valore - fino a questo momento - di 11 milioni di euro. È stata anche scoperta una proprietà immobiliare di pregio a Milano da 4,5 milioni di euro di proprietà della società “Immobiliare Croce del Sud”, in realtà riconducibile a uno degli indagati – che vi abita – seppure schermata attraverso una fiduciaria.

Chissà se ora Venegoni e il Partito Democratico cominceranno a capire il senso dell’operazione

Delle eventuali conseguenze penali di quel che hanno fatto i dirigenti delle società del Gruppo Mossi & Ghisolfi ci importa assai poco: se la vedano con la Guardia di Finanza e il tribunale; e se davvero hanno commesso ciò di cui sono accusati, è perché chi ha prestato loro il denaro o rilasciato garanzie per un’impresa senza senso era o grullo o costretto a farlo. La giustizia faccia il suo corso (sempre troppo tardi, purtroppo), ma non è che per valutare un progetto imprenditoriale e le sue conseguenze sul territorio  e sull’ambiente si debbano aspettare dieci anni, che qualcuno si spari e che magari qualcun altro vada in galera.

Che il progetto di Ghisolfi buonanima fosse avventato fin dalle premesse (le “biomasse residuali”, in questa zona, non le ha mai trovate: andate a vedere sulle bolle di accompagnamento da dove provengono...), che non avesse senso dal punto di vista energetico (enormi consumi di metano - già allora, quando questo combustibile costava poco - per produrre pochissimo bioetanolo), che fosse stato pensato innanzitutto per succhiare ingenti contributi pubblici (il vero business, come si è poi accertato compulsando i bilanci, era farsi pagare la produzione falsamente “green” di energia elettrica) e che si reggesse su collusioni politiche ai massimi livelli (andate a chiedere quanti soldi i Ghisolfi versavano alla Fondazione Open di Matteo Renzi) era lì da vedere. Ma non se n’era reso conto quasi nessuno: pressoché tutti - dalla Giunta comunale guidata dalla sagace Marinella Venegoni, all’intero Partito Democratico dai vertici nazionali al circolo locale, ai giornali che copia-incollavano le veline della M&G come se fossero notizie - esaltavano l’impresa di Ghisolfi e la favorivano in ogni modo. La sindaca mandava i crescentinesi in gita in pullman a vedere impianti che con quello di Ghisolfi non c’entravano nulla, i piddini erano così esaltati che dovevano solo più intitolare il circolo a Ghisolfi, La Stampa, La Sesia e la Nuova Periferia intonavano peana al capitano d’industria e al nuovo impianto che avrebbe risollevato le sorti della città. Chi sollevava dubbi veniva emarginato o peggio: Salvatore Sellaro cacciato dalla Giunta, le associazioni ambientaliste spernacchiate da pseudoesperti (lautamente retribuiti e poi scomparsi: l’elenco è lungo), l’unico giornale non allineato denunciato dalla sindaca (con querela prontamente ritirata alla prima udienza: e ancora ce ne rammarichiamo, perché sarebbe stata l’occasione per regolare i conti una volta per tutte).

Dieci anni dopo, con il progetto naufragato, Ghisolfi suicidato, le sue società fallite e i dirigenti indagati per truffa alle banche e allo Stato, rimane solo da chiedersi se tutti coloro che all’epoca avevano magnificato e supportato ciecamente l’annunciato nuovo miracolo crescentinese lo facevano perché ci credevano davvero (non avendoci capito nulla, dalla prima cittadina in giù: e già sarebbe grave), o se lo facevano anche per convenienze personali (e sarebbe ancor peggio).

A quei pochi che allora - e chi scrive si annovera tra questi - non si erano uniti all’ampio coro dei reggicoda della Mossi & Ghisolfi, e che su questa operazione avevano espresso dubbi poi rivelatisi certezze, rimane la magra consolazione di avere, ancora una volta, visto giusto. Ma in una città senza ragione e senza memoria, a cui interessa solo fare feste ed essere amici del potente di turno, tutto ciò scivola via, in attesa del prossimo pifferaio che (quasi) tutti ancora una volta seguiranno.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori