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Ivrea in fiamme: urla, migliaia di arance in volo, volti arrossati, mani graffiate, cuori in tumulto e adrenalina senza freni (Video e FOTOGALLERY)

Ho camminato tra carri da getto, tamburi e lividi d’orgoglio: il 15 febbraio 2026 la città non ha messo in scena una festa, ha rinnovato la sua identità tra storia, leggenda e appartenenza

Domenica 15 febbraio 2026 non l’ho soltanto segnata in agenda. L’ho attraversata. L’ho respirata. L’ho sentita vibrare sotto le suole, battere nelle tempie, colpirmi addosso insieme alle arance.

A Ivrea lo storico Carnevale è iniziato davvero, e con lui la sua verità più potente: la Battaglia delle Arance. Non uno spettacolo. Non una rievocazione per turisti. Una prova collettiva di identità.

Arrivo presto, quando il sole sta ancora prendendo possesso dei tetti. Dopo la pioggia del sabato l’aria è lavata, tersa, luminosa. La città sembra quasi trattenere il fiato prima dell’esplosione. Le cassette colme di arance sono accatastate agli angoli delle piazze come munizioni silenziose. L’arancione è ovunque: nei frutti, nei foulard, nei dettagli delle divise. È un colore che promette battaglia ma anche festa.

Poi iniziano i tamburi. Prima lontani, poi sempre più vicini, fino a entrarti nello stomaco. Il suono dei pifferi taglia l’aria fredda del mattino e mi attraversa come una scarica. Seguo il ritmo e mi ritrovo nel cuore del centro storico, già invaso da migliaia di persone. Non è folla: è un corpo unico che si muove, respira, aspetta.

Sfilano le squadre a piedi. Pantera Nera, Credendari, Scorpioni di Arduino, Scacchi, Asso di Picche e La Morte, Tuchini del Borghetto, Diavoli, Mercenari. I nomi risuonano come un elenco epico. Li guardo negli occhi mentre passano. Non c’è superficialità. C’è concentrazione, c’è rispetto per un rito che si ripete ma non è mai uguale.

Mi fermo per assistere al battesimo dei novizi. È un momento che non si capisce fino a quando non lo si vede da vicino. I nuovi aranceri si dispongono al centro, il berretto frigio ancora troppo pulito, le mani tese. La prima arancia arriva veloce. Colpisce, rimbalza, lascia il segno. Un ragazzo stringe i denti, una ragazza trattiene un sorriso nervoso che diventa subito orgoglio. Attorno, gli altri li abbracciano. In quell’istante capisco che non si tratta solo di colpire o essere colpiti. È un patto. È dire: da oggi ci sono anch’io.

Alle 14 in punto il tempo cambia consistenza. Un attimo prima c’è silenzio teso, un attimo dopo il cielo è solcato da traiettorie arancioni. Le prime arance fischiano nell’aria, poi diventano centinaia, migliaia. Il rumore degli impatti è secco, continuo. Le casacche imbottite assorbono i colpi, gli scudi vibrano, il selciato si tinge di succo.

Sono lì, a pochi metri dai carri da getto. I cavalli avanzano lenti, maestosi, quasi indifferenti alla tempesta. Gli aranceri a piedi si serrano, raccolgono da terra e rilanciano con una precisione che non è improvvisazione. È tecnica, è allenamento, è istinto. Un’arancia mi sfiora la spalla. Un’altra esplode vicino ai miei piedi. Sento il succo schizzare sui jeans, appiccicarsi alle mani. Non sono più solo osservatrice. Sono dentro.

Accanto a me un uomo con il volto segnato dall’esperienza lancia con una calma impressionante. Mi dice che aspetta questo giorno per dodici mesi. Non sorride per leggerezza, ma per appartenenza. Poco più in là un ragazzo cade sul pavé reso scivoloso dalla polpa. Si rialza immediatamente, sporco, graffiato, e torna in posizione. Nessuno lo compatisce. Gli battono una mano sulla schiena. È così che si fa.

Mentre la battaglia infuria, penso alla leggenda che sostiene tutto questo. Il barone che pretendeva lo “ius primae noctis”. La Mugnaia che si ribella, lo decapita, accende la rivolta. In mezzo al frastuono capisco che non è un racconto ornamentale. È il senso profondo. Ogni arancia lanciata è un gesto simbolico contro l’arroganza del potere. Ogni impatto è memoria tramandata.

Le piazze sono colme. Dai balconi le famiglie osservano dietro le reti, i bambini con il berretto frigio troppo grande sugli occhi indicano il cielo come se guardassero stelle cadenti arancioni. Una signora anziana mi racconta che viene qui da quando era bambina. Dice che finché sentirà il rumore delle arance contro gli scudi saprà di essere a casa.

Il pomeriggio avanza e la fatica si fa sentire. Le braccia diventano pesanti, le dita intorpidite. I lividi iniziano a farsi strada sotto le divise. Eppure nessuno rallenta davvero. Vedo occhi lucidi per la stanchezza e per l’emozione. Vedo denti stretti, mascelle tese, ma anche risate improvvise, quasi infantili, quando un lancio va a segno in modo perfetto.

Quando il sole scende dietro i tetti, arriva il freddo. La polpa umida sui vestiti si trasforma in una seconda pelle gelida. I corpi tremano, ma restano. È una resistenza fisica e insieme simbolica. È dire: non mollo.

Alla fine, quando il frastuono si placa, Ivrea appare irriconoscibile e bellissima. Le strade sono un tappeto arancione. I volti sono stanchi, arrossati, segnati. Ma gli abbracci sono veri. Le strette di mano lunghe. Gli sguardi si cercano e si riconoscono. C’è chi si mostra un livido con orgoglio, chi ride per una caduta, chi resta in silenzio a fissare la piazza come se volesse imprimersela per sempre nella memoria.

Cammino tra quella scena come dentro un quadro vivente. Penso che la Battaglia delle Arance non è violenza, non è folklore. È una forma di linguaggio collettivo. È il modo in cui una città racconta a sé stessa chi è stata e chi vuole continuare a essere.

Torno a casa con le scarpe pesanti e il cuore pieno. Ancora sento nelle orecchie l’eco dei tamburi. Ancora vedo il cielo attraversato da archi arancioni. E capisco che certe giornate non si archiviano in una cronaca. Restano addosso. Come il profumo degli agrumi sulla pelle.

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