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Covid: le bugie di Giglio Vigna (LEGA) hanno le gambe “cortissime”. La verità della Corte dei Conti

Covid: le bugie di Giglio Vigna (LEGA) hanno le gambe “cortissime”. La verità della Corte dei Conti

Alessandro Giglio Vigna, deputato della Lega

A Ivrea, una delle poche città trainate dalla Lega in provincia di Torino, circa un mese fa, in consiglio comunale il capogruppo di maggioranza Anna Bono, su suggerimento del deputato Alessandro Giglio Vigna, citato a più riprese nel corso del dibattito, disse e sottolineò che tutti gli interventi sui tre ospedali dell’Asl To4 “strombazzati” durante la prima ondata Covid non s’erano realizzati per colpa del Governo giallo-verde. Difficile contraddirla e, infatti, nessuno lo fece.  Oggi si scopre - e ci voleva la Corte dei Conti, in una recente audizione presso le commissioni bilancio di Camera e Senato, per fare chiarezza - che Giglio Vigna non l’aveva raccontata giusta. Aveva detto una bugia e lei a sua volta l’aveva presa per buona. Delle due l’una: o Vigna  non ne sapeva nulla o stava facendo il furbo.  “A fine ottobre - scrivono i giudici - solo 13 regioni avevano presentato un piano per la revisione dell’assistenza territoriale prevista dall’articolo 1 del decreto-legge 34/2020 (e a cui sono riferibili circa 734 milioni). Il Ministero della salute aveva predisposto una griglia di valutazione inviata alle Regioni per il monitoraggio dei piani affidandone il compito ad un gruppo di lavoro appositamente istituito presso AGENAS.  Limitata era anche l’attuazione dei piani regionali per il recupero delle liste d’attesa (d.l. 104/2020). Erano solo 12 le Regioni che hanno provveduto ad inviare i documenti. Mancavano i piani di Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Lombardia, P.A Bolzano, Piemonte, Puglia, Sardegna. Dato l’attuale andamento dei contagi è tuttavia difficile che si possa effettivamente compiere il recupero delle prestazioni mancate nei mesi del primo lockdown  ..”. Ci si fosse impegnati, oggi nell’Asl To 4 con appena 4 milioni e 200 mila euro,  i posti letto in terapia intensiva, sarebbero passati dagli attuali 19 ad un totale di 32. E sarebbero stati dieci letti in più a Chivasso (oggi sono 6), due in più a Ciriè (anche qui attualmente 6), uno in più ad Ivrea (sono 7). Quindi, in totale, 16 a Chivasso, 8  a Ciriè e 8 anche ad Ivrea.  Si sarebbero inoltre allestiti 18 letti di terapia semi-intensiva, 6 per ognuno dei tre presidi ospedalieri (oggi non ce n’è nessuno) di cui la metà riconvertibili, all’occorrenza, in posti di terapia intensiva. Che poi, in realtà come direbbe il Mago Silvan “sim-sala-bim”, di posti letto nelle terapie intensive - ed è bene dirlo - ne sono stati ricavati altri 16 per un totale di 35, recuperati però con la chiusura di due sale operatorie a Chivasso, due a Ivrea e due a Ciriè. Il tutto a spese della normale attività chirurgica... «Dato l’attuale andamento dei contagi - ammette la Corte peraltro - è difficile che si possa effettivamente compiere il recupero delle prestazioni mancate nei mesi del primo lockdown».  E se non è questa una denuncia, diteci voi che cos’è. Un lassismo consumatosi su un sdraio ben posizionato sul bagnasciuga di chissà quale spiaggia, ai danni di un milione di malati, 600 mila interventi chirurgici rinviati sine die, 12 milioni e mezzo di esami diagnostici e 14 milioni di visite specialistiche annullate. Sulla carta è rimasta anche la figura dell’infermiere di famiglia, che avrebbe dovuto fare da “sentinella sanitaria” dei positivi reclusi in casa e dei malati cronici in generale. Su una cosa però le Regioni sono state solerti: nell’assumere personale, magari in larga parte precario. Cosa siano finiti a fare 7.650 medici, 16.570 infermieri e altre 12.115 figure professionali sanitarie non è dato spaerlo.   Note dolenti, sempe per la Corte dei Conti, anche le Usca(“Che ben avrebbero potuto rappresentare uno strumento di assistenza sul territorio, anche in grado di alleviare la pressione sugli ospedali”) e i 9.600 “infermieri di famiglia” da assumere con gli 818 milioni stanziati per il biennio 2020-21 dal solito decreto di agosto. Ne sarebbero stati arruolati appena il 10%, meno di un migliaio eppure dovevano servire a coadiuvare le Usca nel tracciamento dei contatti a rischio dei positivi e a fare assistenza a domicilio a malati Covid. Il Decreto Italia La sistemazione degli ospedali era prevista all’articolo 2 del Decreto Rilancio Italia (“Riordino della rete ospedaliera in relazione all’emergenza da Covid-19”). Morale? Le Regioni avrebbero dovuto garantire l’incremento di attività in regime di ricovero in Terapia Intensiva, tramite apposito Piano di riorganizzazione. E si sarebbe dovuta rendere strutturale una dotazione di almeno 3.500 posti letto di terapia intensiva (corrispondente ad un incremento di circa 70% del numero di posti letto preesistenti la pandemia) e un incremento di 4.225 posti letto di area semi-intensiva con la possibilità di trasformare il 50% di questi posti letto in posti letti di terapia intensiva. S’aggiunge, anzi no lo aggiunge il Decreto Rilancio, che in ogni ospedale si sarebbero dovuti ristrutturare i Pronto Soccorso con l’individuazione di distinte aree di permanenza per i pazienti sospetti Covid-19 o potenzialmente contagiosi, in attesa di diagnosi.  “Vengono incrementate le risorse - si legge infine - da destinare alla remunerazione delle prestazioni correlate all’emergenza, e le Regioni potranno raddoppiare la remunerazione con loro risorse ...”. Liborio La Mattina  
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