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VISCHE. Il trifoglio e la “W”. Le porcellane del Marchese Francesco Lodovico Ignazio Birago conte di Vische

Un visita al castello di Masino, situato in uno dei punti più panoramici del Canavese, permette di entrare per qualche ora in una dimensione totalmente distaccata dalla realtà. Qui la sensazione della vita di questa piccola corte di campagna resta ancora ben viva, grazie all’opera del Fondo per l’Ambiente Italiano che dal 1988 subentrò alla millenaria proprietà dei Valperga per avviare un complesso quanto impegnativo restauro del castello e dei giardini. Ma è anche l’occasione per vedere alcuni pezzi di porcellana di una rarità eccezionale: si tratta delle porcellane della manifattura di Vische realizzate su commissione per il castello di Masino.

Di queste porcellane si ha qualche notizia dagli studi di Silvana Pettenati, apparsi in un volume sull’arte di corte di Torino, edito qualche anno fa dall’allora Cassa di Rispamio di Torino. Soprattutto poi le notizie contenute nel saggio di Armando Tallone apparso nel primi due numeri del 1921 del “Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti” dove apprendiamo che l’ideatore della manifattura di Vische era stato il marchese Birago, Francesco Lodovico Ignazio conte di Vische che costituì una società anonima nel gennaio del 1765. Dallo studio del sacerdote Michele Actis di Vische pubblicato nel 1963 con il titolo: Vische sua storia civile e religiosa, abbiamo altre notizie sul marchese: nato nel 1719, si sposò quattro volte ed ebbe numerosi figli concludendo la sua esistenza terrena a Ivrea nel 1790. Ma dal libro d’oro della Nobiltà del Mediterraneo apprendiamo precisamente che Francesco Lodovico era nato in Torino il 2 ottobre 1719 ed era morto in Ivrea il 13 marzo 1790, era 3° Marchese di Candia e 6° Conte di Vische dal 1757; Sottotenente nell’esercito piemontese nel 1742. Sposò a Torino il 25 ottobre1736 la Principessa Anna Teresa d’Este 4° Marchesa di Dronero, Roccabruno e San Giulio dal 13 gennaio1737, figlia ed erede del Marchese Gabriele e di Colomba Coccapani. Ma la poveretta morì a Candia Canavese il 16 agosto 1738. Quindi il nostro personaggio si risposò nel 1744 con la 23enne Elisabetta Antonia, figlia del Capitano Giuseppe Tinivella e di Carolina Provenzale, ma la poverina, già vedova del Cavaliere Ludovico Romagnano di Pollenzo, morì a Torino il 17 ottobre1756 appena 35enne. Non fatto per la vedovanza, Francesco Lodovico si risposò per la terza volta a Torino il 30 aprile1757 con la 19enne Marta Maria Felicita Benso, figlia di Michele Antonio, Marchese di Cavour e di Felicita Agnese Doria dei Marchesi di Cirié, ma la poverina rese l’anima a Dio il 27 settembre 1767 appena 29enne. Il marchese Birago infine convolò a nozze con una nobile canavesana nel novembre del 1770, la 18enne Cecilia Sofia San Martino, figlia del conte di Strambino, Girolamo che gli sopravvisse per 37 anni. Come sottotenente dell’esercito Piemontese, partecipò alla guerra di Successione dell’Austria e nel 1742 fu catturato dai Francesi che lo tennero prigioniero fino alla fine delle ostilità, con la pace di Aquisgrana del 1748. Tornato in patria si diede allo studio scientifico, diventando un valente chimico dilettante e nel 1765 impiantò la società in Vische con alcuni soci: il direttore era il chimico Giovenale Novelli, i modellatori erano Galasso e Cattabini, i pittori erano Cassardi e Francesco Antoniani, noto per le sue vedute marine e per i cartoni d’arazzi. Dopo circa 8 mesi dalla costituzione, il re Carlo Emanuele III aveva concesso la regia patente di privilegio, atto consueto all’epoca dove il protezionismo diventava l’unica tutela al contrabbando dei vetri e delle porcellane provenienti  dall’estero. Il re accordò la privativa della durata di vent’anni, l’esenzione dai carichi personali e daziari, l’aumento della dogana per le porcellane straniere. Nessuna sovvenzione invece perché queste erano cessate nel 1743 quando la corte torinese decise di non finanziare più le fabbriche di porcellana del regno. Dallo studio locale dell’Actis la produzione si era installata nel grande caseggiato a giorno del palazzo comunale, detto tuttora “La Fabbrica”. Il marchese oltre alle agevolazioni poteva anche esporre l’insegna reale alla fabbrica e al magazzino di Torino, “nella società il marchese contribuiva con il segreto dell’invenzione, gli altri soci con i fondi”. Ma nel giro di due anni il Novelli, forse carpito il segreto del marchese, aveva impiantato una fabbrica a Fossano vantando il modo di fabbricare “i crociuoli ossia crizioli neri di egual bontà e perfezione i quelli d’Alemagna”. Ne nacque quindi una lite legale, anche perché il Novelli aveva ottenuto per la sua produzione una privativa di dieci anni. La fabbrica di Vische aveva lavorato sempre in perdita finché nel 1768 si sciolse. Il Tallone, in queste ultime righe aveva citato lo studio precedente del Vignola e scrive: “a detta del Vignola non ci sono noti i prodotti di questa fabbrica e neanche si sa se e quali prodotti abbia dati”. Il Tallone nel 1921 aveva scoperto altri documenti che compendiavano la breve storia del Vignola, l’atto costitutivo della società “in venticinque articoli del 13 gennaio 1765” dove si apprende che il segreto del marchese era relativo alla “vernice da lui inventata”, segreto che doveva rimanere in famiglia e da tramandare alla discendenza diretta del Birago.

I soci si dovevano impegnare alla costruzione di un fondo di Lire 48.000. L’articolo 12 indicava la marca che i singoli pezzi dovevano riportare sul fondo, esternamente: un trifoglio turchino o d’oro per ricordare le armi della casata di vecchia nobiltà del marchese e la lettera W per Vische. Una parte della documentazione che il Tallone trovò era costituita da un epistolario del marchese medesimo e da qui veniamo a conoscere l’andamento delle infornate: la prima effettuata nell’ottobre 1765 ebbe un esito “poco soddisfacente” poiché “non avevano potuto resistere alla semivetrificazione delle porcellane” in quanto l’addetto Gaspare Pugno non aveva controllato la qualità della creta utilizzata, di molto inferiore a quella del campione portato dal marchese che annota: “… aver ricevute terre di assai inferiore qualità di quella delle nostre lasciategli …”. Si trattava però di un esito in parte previsto anche perché la cottura “nel forno costrutto di nuovo, non ci si puole contare sopra e far capitale veruno, atteso l’umido che si ritrova nelle muraglie, umido affatto contrario alle vetrificazione delle porcellane”. Dopo i primi tentativi sperimentali si venne alla fatidica data che vede concordi gli studiosi e collezionisti, cioè l’infornata del 9 luglio 1768, l’ultima: riempiti i forni con circa 1.300 pezzi, il giorno seguente di domenica, venne dato fuoco al legname, l’operazione più delicata per la quasi impossibilità del controllo delle temperature. L’infornata di quell’estate fu forse l’unica veramente riuscita insieme a quella precedente del 1° maggio 1767, come informano le annotazioni del marchese in una lettera a don Giovanni Maria Gonella. I pezzi del 1768 erano composti da “tondi 140 circa, figure, scudelle, benedectini ed altri pezzi grandi”. Secondo gli studi della Pettenati i pezzi sopravvissuti sono rarissimi: “per lo più conservati nel Museo Civico di Torino (…) sembrano essere delle prove, degli esperimenti” come il “Piccolo mietitore” e la “Contadinella con uova nel grembiule”, figurine a tutto tondo di riferimento stilistico d’oltralpe, secondo il gusto della corte torinese: “Vincennes – Sèvres (…) in molti casi si tratta addirittura di repliche delle figurine infantili d’apres-Boucher modellate da Blondeau, Fernex o Suzanne”. Lo stile della produzione vischese del marchese Birago “seguiva le scelte della corte dove negli anni sessanta del Settecento si continuava ad acquistare porcellane tedesche (Dresda e Nymphenburg), ma anche a Vincennes – Sèvres”. Malgrado i buoni esiti del 1768, le liti tra i soci divennero insanabili, i guadagni sperati non arrivavano, gli azionisti svendevano a speculatori le “carature”, altri avanzavano dubbi sulla qualità della scoperta del marchese e quest’ultimo, ingenuo esempio di gentiluomo e scienziato dilettante, opponeva solo il buon gusto e la dedizione all’abilità mercantile dei suoi soci. Del resto il marchese aveva già ottenuto garanzie qualitative da perizie compiute nientemeno che dal direttore tecnico dello stabilimento di Sèvres, Pierre Joseph Macquer nel 1766 e nel 1767 che aveva lodato i campioni a lui sottoposti sottolineando “la bellezza, solidità e buona qualità delle porcellane di Vische”. Medesimo parere positivo era stato rilasciato dal regio Arsenale di Torino nel dicembre 1767. Ma i giochi ormai erano fatti e Vische non sarebbe mai divenuto un centro di manifattura porcellana di alto livello: il Novelli, visti deteriorati i rapporti con il marchese Birago e ormai ex direttore di quella fabbrica, era riuscito ad avere l’avallo regio per l’impianto di una fabbrica a Fossano per la produzione di gres nero “che il marchese pretendeva aver inventato”. Birago era battuto e si rovinò completamente nella fabbrica: le querele contro di lui continuarono fino al 1792, malgrado fosse già morto da due anni. Lo studio del Tallone si chiude con una testimonianza del professore d’anatomia Luigi Sala, scomparso nel 1930 e originario di Vische. Il quale rammentava l’esistenza di “un grosso informe blocco di terra refrattaria nella quale si trovavano incastrati frammenti di porcellana”.

Si trattava di una delle “caselle” che nella prima infornata aveva piegato, “schiacciando i pezzi contenuti e un cozzo (…) frammento di terra, sul quale si vedono dipinti come per prova, fiori di diversi colori con segni e con numeri riferentesi forse ai tentativi fatti a temperature diverse sulla resistenza dei colori”. In qualche modo la fabbrica sopravvisse al marchese, del quale resta un piacevole ritratto: “non avendo tradizione di mercante (…) gli oggetti ch’egli aveva in pregio di regalare erano di gran lunga superiore in numero agli oggetti che si vendevano”. Infatti la maggioranza delle azioni della società erano finite nelle mani di Vittorio Brodel il quale ottenne dal magistrato nel 1769 i macchinari, i modelli e i prodotti di Vische che portò a Vinovo nel 1776 e in quel castello continuò la produzione di porcellana con alterne fortune, fallimenti e rilevamenti, con esiti di gran qualità e bellezza fino al 1825. Anche il marchio di Vinovo ricordava quello originale di Vische: al posto del trifoglio ora c’era una croce, un V per Vinovo al posto della W di Vische.

La manifattura rimane comunque molto importante per gli studiosi e i collezionisti in quanto esempio di produzione di “porcellana in pasta dura, usando terre del luogo con procedimenti inventati dal marchese Birago, il quale vantava specialmente la novità della vernice bianca coprente”. Anche se dalle lettere del medesimo del 1776 si apprende che “almeno una parte” proveniva da Luserna.

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