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08 Aprile 2026 - 10:24
Trump
La guerra tra Stati Uniti e Iran è arrivata a un passo da una nuova escalation devastante, poi ha improvvisamente cambiato traiettoria. Nel giro di poche ore, Donald Trump è passato dalla minaccia più estrema a una sospensione degli attacchi per due settimane, aprendo a un negoziato che ruota attorno a una condizione chiave: la riapertura completa e sicura dello Stretto di Hormuz. La svolta è maturata dopo una mediazione guidata dal Pakistan, con il coinvolgimento diretto del premier Shehbaz Sharif e del feldmaresciallo Asim Munir, e con l’assenso anche di Israele. Il primo round di colloqui tra Washington e Teheran è atteso a Islamabad venerdì 10 aprile.
Fino a poche ore prima, lo scenario era opposto. Trump aveva rilanciato il suo ultimatum all’Iran, minacciando bombardamenti su infrastrutture cruciali se Teheran non avesse riaperto Hormuz entro la scadenza fissata. Il passaggio più sconvolgente era arrivato con il post pubblicato su Truth, in cui il presidente americano aveva scritto: «Un'intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà». Nello stesso messaggio aveva aggiunto: «Ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale - in cui prevalgono menti diverse, più acute e meno radicalizzate - forse potrebbe accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario, chissà. Lo scopriremo stanotte». Quelle parole hanno fatto il giro del mondo e hanno segnato il punto più alto della tensione.

Poi, a ridosso della deadline, è arrivata la frenata. In un nuovo post su Truth, Trump ha annunciato di accettare una sospensione di due settimane dei bombardamenti, spiegando di aver preso la decisione «sulla base delle conversazioni con il primo ministro Shehbaz Sharif e con il feldmaresciallo Asim Munir» e «a condizione che la Repubblica islamica dell'Iran accetti la COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA RIAPERTURA dello stretto di Hormuz». Nel testo il presidente americano ha sostenuto che gli Stati Uniti hanno già «raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari» e che la proposta iraniana in 10 punti rappresenta «una base praticabile su cui negoziare».
Secondo le ricostruzioni emerse nelle ore successive, Teheran avrebbe accettato la tregua dopo intense pressioni diplomatiche, tra cui un intervento decisivo della Cina, alleato chiave dell’Iran, che avrebbe sollecitato maggiore flessibilità per evitare un ulteriore precipitare della situazione. Fonti iraniane citate dal New York Times hanno indicato anche il peso crescente dei danni economici e infrastrutturali subiti dal Paese come uno dei fattori che hanno spinto verso il sì. La tregua sarebbe stata approvata anche dalla nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei.
Da parte iraniana, la tregua è stata presentata come una vittoria politica. Il Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale ha sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero accettato tutti e dieci i punti del piano proposto da Teheran, anche se la Casa Bianca e le fonti americane descrivono quel documento più come una base di partenza che come un accordo già definito. Tra i nodi più delicati ci sono la gestione di Hormuz, il tema delle sanzioni, la cornice di sicurezza regionale e, secondo alcune ricostruzioni, anche questioni legate al programma nucleare iraniano, non sempre esplicitate nello stesso modo nelle versioni circolate del piano.
Il punto centrale resta lo Stretto di Hormuz, snodo da cui passa una quota cruciale del commercio energetico mondiale. La tregua, infatti, entra in vigore solo con la riapertura del passaggio marittimo. Un funzionario della Casa Bianca ha chiarito che il cessate il fuoco scatterà quando l’Iran consentirà di nuovo il transito, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha confermato che il passaggio sicuro sarà garantito per due settimane ma sotto gestione militare iraniana. È un dettaglio tutt’altro che marginale, perché mostra come Teheran non abbia rinunciato a rivendicare il controllo politico e strategico sullo stretto nemmeno nella fase di de-escalation.
Anche Israele ha dato il proprio assenso alla sospensione degli attacchi per due settimane, secondo fonti della Casa Bianca citate dalla CNN. Tuttavia, il quadro resta estremamente fragile: diverse ricostruzioni indicano che l’adesione israeliana non comporterebbe automaticamente il congelamento di tutti i fronti, in particolare quello legato a Hezbollah in Libano, che continua a essere trattato separatamente nella logica militare israeliana.
Il primo effetto immediato della tregua si è visto sui mercati. Dopo giorni di tensione e timori per la tenuta delle rotte energetiche globali, il petrolio è crollato: il WTI è arrivato a perdere il 18%, mentre il Brent è sceso di circa il 6%. Parallelamente sono saliti anche i future sull’S&P 500, segno di un sollievo immediato degli investitori davanti all’ipotesi che il peggio, almeno per ora, sia stato rinviato. I prezzi dell’energia restano comunque superiori ai livelli precedenti alla guerra, a conferma del fatto che la tregua non ha cancellato il rischio geopolitico ma lo ha soltanto congelato.
Resta impressionante il contrasto tra il punto da cui si partiva e la soluzione temporanea trovata. Fino a poche ore prima della svolta, il quadro era quello di una crisi fuori controllo: nuovi raid su Kharg, attacchi a ponti e ferrovie iraniane, minacce americane contro infrastrutture civili, allarmi sui cyberattacchi legati all’Iran contro sistemi idrici statunitensi e una crescente pressione internazionale per evitare un salto irreversibile del conflitto. In questo contesto, il ruolo del Pakistan è emerso come decisivo, mentre la Cina ha lavorato sullo sfondo per convincere Teheran ad accettare una finestra diplomatica.
La partita, però, è tutt’altro che chiusa. La tregua di due settimane non è una pace, ma una sospensione condizionata. Gli incontri di Islamabad serviranno a capire se quella che oggi appare come una pausa dettata dalla paura di un disastro più grande potrà trasformarsi in un accordo più solido. Per ora, l’unica certezza è che il mondo è passato nel giro di poche ore dall’ipotesi di una nuova ondata di bombardamenti devastanti a una trattativa appesa a un corridoio marittimo, a dieci punti da decifrare e a una tregua che può ancora saltare.

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