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Settimo Torinese

"Ridatemi mio figlio!" La disperazione di una madre cui è stato strappato il bambino disabile

La protesta di Natalina è stata fatta davanti alla scuola Rodari dove il 20 gennaio 2020 è iniziato il suo dramma

Quello di Natalina, è l'urlo di disperazione di una mamma cui hanno strappato un figlio.

E' l'urlo di disperazione di una mamma che non si arrende e che da quattro anni lotta contro un sistema che ha deciso che Andrea (nome di fantasia), starà meglio in una comunità terapeutica piuttosto che a casa sua con la mamma e con la nonna.

Aveva 7 anni Andrea quel terribile giorno in cui un'ambulanza chiamata dalla scuola l'ha portato via per sempre.

Era il 14 gennaio del 2020.

Frequentava la scuola Rodari di viale Piave e a detta delle insegnanti e della preside era "incontenibile". Contro di lui era stato organizzato anche uno sciopero dei genitori che, in classe con i loro figli, non lo volevano più.

Ed è proprio davanti alla scuola che Natalina ha voluto protestare, urlando al microfono la sua storia. Lo ha fatto nell'orario di uscita dei bambini in modo che anche gli altri genitori potessero sentire la sua disperazione.

"Andrea ha una disabilità certificata. Ha un ritardo cognitivo ed è iperattivo - spiega la mamma -, proprio per questo a scuola aveva un'insegnante di sostegno e un educatore. Insomma, strumenti ne erano stati messi in campo. Ma la scuola, per non ammettere di non essere in grado di gestirlo, lo ha fatto togliere a me. Ha fatto in modo che venissero attivati i servizi sociali e che Andrea venisse portato via da me e da sua nonna".

Nonostante i problemi la loro era una bella famiglia. Natalina lavora, vive in una casa di proprietà e svolge una vita dignitosa.

Mio figlio è cresciuto bene fino a quando è stato con me. Una settimana prima che me lo portassero via, io abbiamo fatto un viaggio a Roma per incontrare Papa Francesco. Era felicissimo. Era sereno"

Eppure, per ben due gradi di giudizio è stata dichiarata "non idonea" come mamma.

"Ma come fanno a dire che sono inidonea se mi hanno portato via mio figlio impedendomi di vederlo. Lo hanno portato quattro anni fa in una comunità terapeutica a Casalnoceto in provincia di Alessandria e non ho più potuto vederlo. Lì al centro Paolo VI me lo hanno rovinato. E' diventato obeso, lo sedano continuamente, ha tutti i denti rovinati. Come fanno a dire che sta meglio lì che a casa sua circondato dall'amore della sua mamma e della sua nonna?".

La battaglia legale che questa donna disperata, ma tenace, sta combattendo assistita dagli avvocati Francesco e Pasqualino Miraglia, è contro la decadenza della potestà genitoriale.

"Sono riusciti ad arrivare a tanto. A dire che non è più mio figlio, pur di togliermelo. Gli hanno nominato un tutore legale e quello è tutto. Ma io non mi arrendo. Ho già speso più di 20mila euro per questa causa, ma andrò avanti. Mio figlio ha bisogno di me e io di lui".

“Mi hanno vietato di vederlo. Nei due anni di pandemia ci siamo visti una sola volta attraverso una finestra. Lui era agitato. Cercava di mordere il medico che era con lui. Io ho cercato di tranquillizzarlo. Ormai mi odia perché pensa che sia stata io ad abbandonarlo. Invece, sono stati loro a strapparmelo e a rovinare il mio bambino". 

Il cuore di Natalina è a pezzi: “Mio figlio si sente abbandonato da sua madre, è da solo, isolato, senza istruzione, non frequenta nessuna scuola. Questa è discriminazione. Io ho sempre fatto fare a mio figlio tutto ciò che facevano i suoi coetanei".

Per lei tutto questo è un'ingiusta vendetta per essersi ribellata alla scuola e ai servizi sociali: "Hanno voluto colpire me perché sono una ragazza madre e lui perché è disabile. Le maestre hanno provato a farmi passare per tossica, quando io sono una donatrice di sangue. Mio figlio diceva di essere bullizzato e la scuola, invece di aiutarlo l'ha reso colpevole facendolo portare via".

Nella vicenda è intervenuta anche l'assessore regionale Chiara Caucino, garante dell'infanzia e dell'adolescenza: "E' andata a trovarlo in comunità. Al ritorno mi ha riferito di aver chiesto a mio figlio se avesse un sogno. E lui le avrebbe risposto: tornare a casa dalla mamma e dalla nonna. Ma poi, non ha più mosso un dito. Io mi sento abbandonata. Disperata. Ma non mi arrendo".

L'ASSESSORE CHIARA CAUCINO

Il 10 novembre, in Cassazione, ci sarà la prossima udienza.

"Il mio unico desiderio è quello di tornare ad essere riconosciuta la madre di mio figlio. E' un'ingiustizia troppo grande quella che sto vivendo". 

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