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Lo stiletto di Clio
12 Dicembre 2024 - 08:30
Natale in risaia con la splendida Silvana Mangano (1930-1989)
Attesa dei regali, attesa che la storia finisca, attesa di Dio… Innumerevoli sono i narratori e i poeti a cui si devono pagine memorabili sul Natale. Per rimanere in Italia, si va da Alessandro Manzoni a Gabriele D’Annunzio e Alda Merini, da Giacomo Leopardi a Salvatore Quasimodo e Giovannino Guareschi, da Ada Negri a Umberto Saba e Giovanni Pascoli, da Corrado Alvaro a Grazia Deledda e David Maria Turoldo.
Guardando oltralpe, come ignorare il russo Boris Pasternak, lo spagnolo Lope de Vega e il tedesco Bertolt Brecht, lo statunitense Ezra Pound e il francese Jean-Paul Sartre, il materialista ossessionato da Dio? Sembra che i direttori di quotidiani e riviste abbiano cominciato, un po’ in tutt’Europa, a commissionare racconti natalizi dopo il successo del «Canto di Natale» che Charles Dickens pubblicò a Londra nel 1843. S’impose allora una tradizione che perdura ancora oggi.
Nel lungo elenco di prosatori e poeti non mancano, ovviamente, i piemontesi: Guido Gozzano, Mario Soldati, Nico Orengo, Sebastiano Vassalli, Nino Costa, Margherita Oggero, Laura Mancinelli, Alessandro Perissinotto e tanti altri. Pur se da diversi punti di vista, tutti hanno scandagliato un tempo per lo più sereno, ma talvolta amaro e persino drammatico. Fra questi, un posto di primo piano occupa Dino Garrone, un autore dalla straordinaria capacità di scrittura, nato nel 1904 a Novara e deceduto giovanissimo nel 1931, «la più bella e lucida coscienza della nostra generazione», come lo definì Indro Montanelli. Nel breve racconto intitolato «Una festa», egli riflette sul male di vivere che si fa più intenso durante la notte di Natale perché esasperato dalla mancanza di fede e dal presentimento di una dipartita precoce: «uscii dalla chiesa […]; ero solo, ma sentivo che qualcuno mi accompagnava, guardandomi sottecchi».
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Maria Antonietta Torriani alias Marchesa Colombi (1840-1920)
A oltre un secolo dalla morte, un interesse particolarissimo suscita la novarese Maria Antonietta Torriani, nata nel 1840, figlia di un orologiaio e di una casalinga, maestra elementare e scrittrice molto prolifica sotto lo pseudonimo di Marchesa Colombi. Amica di Giosuè Carducci – il quale le dedicò la poesia «Autunno romantico», inserita nella raccolta «Rime nuove» – e di Anna Maria Mozzoni, agitatrice politica e pioniera del femminismo italiano, fu apprezzata da Giovanni Verga e Benedetto Croce. La critica attuale valuta con favore il suo romanzo più noto, «Un matrimonio in provincia», che apparve nel 1885 a Milano, venne ristampato cinque anni più tardi e poi scivolò nell’oblio finché Natalia Ginzburg non lo riscoprì, ripubblicandolo da Einaudi, nel 1973, con una propria nota introduttiva. Da allora ne sono uscite numerose edizioni in Italia e all’estero: l’ultima è quella di Feltrinelli che risale allo scorso ottobre. L’attrattiva dell’opera risiede nella sua straordinaria modernità. Ambientato a Novara e ricco di riferimenti autobiografici, il romanzo descrive in modo avvincente, con sottile ironia psicologica, la maturazione dell’inquieta protagonista, Denza, la quale avverte il bisogno di essere amata e si consuma nell’attesa che un presunto spasimante esca allo scoperto. Alla fine, temendo di rimanere zitella, accetta di maritarsi con un notaio benestante, ben più vecchio di lei. Sennonché, a quel punto, l’aura poetica con cui la giovane aveva ammantato le sospirate nozze si è irrimediabilmente dissolta.
La Marchesa Colombi è altresì conosciuta per alcuni racconti di soggetto natalizio che prendono le mosse dalla volontà di sensibilizzare i lettori al problema della condizione femminile. Sono testi che si collocano, da una parte, nel filone letterario inaugurato da Dickens, però se ne distaccano, dall’altra, per aderire al verismo ossia per soffermarsi sulla realtà sociale e umana in maniera realistica, con una marcata attenzione per i ceti più umili. La scrittrice dà spazio alle vicende di donne ben inserite in contesti familiari gratificanti, ma anche alle disgrazie di donne sole e infelici. Le storie della Marchesa Colombi si svolgono sotto Natale. «Ho serbato l’abitudine di famiglia di dare grande solennità a questa festa, di celebrarla con auguri e doni. Ma ne ho serbato pure quel senso di commozione e di raccoglimento che mi ispirava nella mia prima gioventù».
Un’analisi a sé richiede «In risaia», un lungo racconto natalizio edito per la prima volta nel 1878, tradotto in francese, inglese e tedesco, ambientato nelle campagne del Vercellese e del Novarese. L’attacco è invitante: «C’era un cascinale tra Novara e Trecate, con un tenimento annesso coltivato ad orto. Ci si giungeva per un viale senz’alberi, costeggiato da una siepe viva di robinie, che metteva nella corte. In fondo alla corte c’era la casa; dietro la casa si stendeva l’orto».
Con stile semplice e garbato, la Marchesa Colombi descrive la vita nelle pianure del riso, «sepolte nei vapori malsani». «Si va sul lavoro – scrive – alle sette del mattino; poi c’è mezz’ora per far colazione; poi di nuovo si lavora fino a mezzodì, ed allora c’è un’ora pel desinare. Danno la minestra di riso e fagioli, ed il pane; e se hai del tuo da mangiare insieme, bene; altrimenti mangi il pane solo; ma alla fine della settimana è duro assai, ed acido; il pane è meglio che tu badi a serbare la pietanza, se ce l’hai, pel venerdì ed il sabato; con un po’ di formaggio insieme, l’acido del pane si sente meno. Dopo il pranzo si lavora fino alle sei del pomeriggio. Poi si cena, e tutto il rimanente della sera si è in libertà».

Ancora una volta, la protagonista è una bella figliola di umili origini, Nanna, la quale lavora come mondina per comprarsi quella corona di spilloni d’argento che indica, secondo una diffusa consuetudine, la disponibilità a essere corteggiata. Purtroppo, fra le acque malsane, la ragazza perde la salute, la bellezza e la giovinezza. Rinchiusasi in un’astiosa solitudine, Nanna rimugina sulle proprie sventure, meditando di rivalersi su Rosetta, la bella cognata. Ma, la notte di Natale, si compie il miracolo: Nanna rinuncia ai propri diabolici piani e prende coscienza di sé, riappropriandosi del ruolo di donna, per trovare accanto a Pacifico, vedovo con una bambina che è figlia del fratello defunto, la felicità domestica a cui anelava da sempre.
«In risaia» è un racconto psicologico, ma anche di costume e di denuncia sociale, niente affatto melenso. Le vicissitudini di Nanna, infatti, s’inseriscono nella storia collettiva che appare dominata dai pericoli materiali e morali, dallo sfruttamento, dalle malattie, dalla perfidia e dagli inganni. «Quelle giovani, che erano partite dalle loro case forti e giulive, cantando per via, si facevano ogni giorno più svogliate e smilze. Due o tre dovettero abbandonare il lavoro le prime settimane, per andare all’ospedale colle febbri».
Dalle risaie di Vercelli e Novara, le mondine sono scomparse oltre mezzo secolo or sono. Rimane il ricordo delle loro lotte per emanciparsi da una condizione di miseria e di subordinazione. La notte di Natale, chinandosi sulla bimba del futuro marito e carezzandole i bei riccioli biondi, Nanna soggiunge: «Non andrà mai in risaia!».
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