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23 Ottobre 2023 - 23:29
Rocca, ciò che rimase dello stabilimento dopo l’esplosione del 1924
Le prime esperienze di produzione di fiammiferi in Piemonte risalgono a metà Ottocento. Furono tentativi pionieristici, fatti in piccoli laboratori, che però non ebbero successo.
La prima fabbrica che invece brevettò un fiammifero con un buon grado di efficienza e di sicurezza nacque nel 1860 a Moncalieri, per opera del commendatore Ambrogio Dellacha. L’area dello stabilimento era di 3000 metri quadrati e la produzione ebbe grande successo; il marchio venne presto conosciuto in tutta Europa ed in America tant’è che il Dellacha, nel 1880, realizzò un grande stabilimento anche in Argentina. Nel 1896 la produzione di fiammiferi a Moncalieri raggiunse la quota di 360.000 scatole e diede occupazione a 700 operai.
E prima dei fiammiferi?
La possibilità di ottenere il fuoco mediante l’uso dei fiammiferi e loro evoluzioni, come i cerini, inizia perciò alla fine dell’800. Nelle zone periferiche delle campagne e delle montagne l’uso diffuso dei fiammiferi si ebbe solo nei primi anni del secolo scorso. Prima di quell’epoca, per ottenere il fuoco, si usavano metodi che avevano origini antichissime risalenti alla preistoria. Il più diffuso consisteva semplicemente nel mantenere costantemente della brace accesa dalla quale ricavare in qualsiasi momento il fuoco.
Era un metodo semplice, che però comportava alcuni impegni: la continua presenza di persone nell’abitazione, l’uso di bracieri (appositi vasi che presentavano dei fori sia sul fondo che nelle pareti, dove la brace poteva essere alimentata dall’aria che entrava dai fori), e l’attenzione per evitare incendi, specialmente durante la notte. In un’epoca in cui le case erano addossate le une alle altre e costruite per la maggior parte in legno, mantenere il focolare acceso poteva essere estremamente pericoloso. Per ridurre questi rischi era obbligatorio coprire il fuoco con la cenere nelle ore notturne: ciò non spegneva del tutto la brace, ma la proteggeva da eventuali folate di aria che avrebbero potuto ravvivare il fuoco; inoltre costringeva a rimanere in casa fino all’alba per vigilare su eventuali incendi.

La fabbrica di fiammiferi «L’ALPINA», sulla strada Rivarolo-Lombardore, nei pressi della cascina Provanina.

Schema dell’impugnatura della pietra e dell’acciarino. Al di sopra della pera da feu viene pizzicata l’esca. Le scintille sprigionate dallo sfregamento energico dell’acciarino finiscono sull’esca, sulla quale si generano piccolissime braci.

IN FOTO Acciarini di provenienza canavesana
Nei secoli passati, tutte le sere al tramonto, banditori percorrevano le strade dei borghi al rullo di tamburi e ordinavano il «coprifuoco», il quale non era altro che l’ordine di coprire il fuoco con la cenere per evitare incendi notturni. Questo antico ordine si è tramandato fino ai giorni nostri e viene ancora imposto in caso di guerra, ma ora si riduce all’obbligo di rimanere chiusi in casa dal tramonto all’alba.
Ma come facevano ad ottenere il fuoco coloro che non potevano avere sempre un focolare acceso nelle vicinanze? Archeologi e antropologi ritengono che l’uomo abbia iniziato a gestire il fuoco, accenderlo e spegnerlo, 400 mila anni fa. I metodi usati furono vari, anche in relazione alle caratteristiche ambientali: climi caldi, freddi, umidi, zone ricche di vegetazione o desertiche.
La scoperta della mummia Otzi sul ghiacciaio del Similaun ai confini tra Italia e Austria, avvenuta il 21 settembre 1991, e del suo corredo personale, ci conferma che 5000 anni fa, sulle Alpi, l’uomo otteneva il fuoco mediante la percussione di un nodulo di marcassite (minerale di solfuro di ferro simile alla pirite) sulla selce; da questo urto si sprigionavano scintille che andavano a finire su un’esca di fungo, creando piccole braci, le quali venivano poi applicate su materiali combustibili quali paglia, foglie secche o altro per innescare il fuoco.
Questo sistema durò da noi fino ai primi anni del secolo scorso. In altre zone del pianeta, ancora oggi, si accende il fuoco con questo metodo. Ovviamente anche in queste procedure si è inserito un aggiornamento tecnico, perché con la scoperta dei metalli la marcassite è stata sostituita da uno strumento di ferro acciaioso, opportunamente temprato, generalmente a forma leggermente curva ed ingentilito da fregi e parti ricurve chiamato acciarino o battifuoco.
L‘esca si ricavava da un fungo che cresce sulle ceppaie, il migliore sulle ceppaie di faggio. Veniva tolta la parte corticale esterna e fatto bollire in acqua, con l’aggiunta di salnitro. Fatto essiccare e battuto con un mazzuolo di legno si otteneva una sostanza spugnosa molto infiammabile.
Ovviamente non era sufficiente avere esca (in piemontese basana), selce (pera da feu) e acciarino (aslìn) per ottenere il fuoco; ci voleva una buona dose di abilità, tant’è che un vecchio proverbio diceva: chi non sa battere il fuoco non sa far roba.
L’abilità consisteva nel tenere tra le dita di una mano la selce e, nella parte superiore in aderenza, l’esca; con l’altra mano si impugnava l’acciarino battendolo energicamente sulla pietra dall’alto verso il basso.
Le scintille che si sprigionavano andavano a finire sull’esca, sulla quale contemporaneamente bisognava soffiare per ossigenare e favorire la combustione e la formazione di piccole braci. L’esca con brace veniva poi accostata a sostanze infiammabili (paglia, foglie secche, ecc.) per ottenere il vero fuoco.
L’acciarino, strumento che per millenni ha consentito all’uomo la possibilità di accendere il fuoco a piacimento, nell’arco di poche generazioni e stato totalmente dimenticato.
Questo fatto è abbastanza comprensibile: da quando si è interrotta la trasmissione orale da una generazione all’altra il passato viene velocemente dimenticato. Fra poco stessa sorte toccherà ai fiammiferi, ora non più usati e fra qualche anno oggetti dimenticati e sconosciuti ai più. Così vanno le cose ai tempi nostri.
Bibliografia
Boccazzi Varotto Carlo, Le piccole fiammiferaie, Edizioni dell’Orso, 1999.
Fioccone Aleardo, I giorni e le storie, Edizioni Cumbe, 2010.
Martini Fabio, Archeologia Viva, n. 160, luglio-agosto 2013, Giunti.
Il Piemonte fu in Italia la regione all’avanguardia nella produzione di fiammiferi: sorsero così molti stabilimenti, ed alcuni anche in Canavese, come la fabbrica Barberis a Ciriè, l’Alpina a Rivarolo e la Phos a Rocca. Negli anni Venti quest’ultima fu teatro di una grande e mortale tragedia.
Alle ore 17 e 10 minuti del 15 marzo 1924 Rocca Canavese venne investita da una violentissima esplosione: la fabbrica di fiammiferi Phos Italiana non esisteva più, era ridotta ad un cumulo di macerie fumanti dalle quali si sprigionavano diversi incendi.

Alle 18 il fuoco divampava sempre più violento con il pericolo che il deposito di clorato di potassio, usato per la fabbricazione dei fiammiferi, potesse a sua volta esplodere. Le autorità subito disposero che la popolazione di Rocca venisse allontanata per evitare nuove disgrazie. I pompieri, giunti da Torino, misero in funzione una potente autopompa che pescando l’acqua dal torrente Malone in poco tempo riuscì a domare l’incendio, permettendo così l’inizio dei lavori di sgombero delle macerie. Pompieri, carabinieri, militari giunti dal vicino campo di San Maurizio e volontari lavorarono alacremente per tutta la notte ed il giorno successivo. In poco tempo, con l’ausilio di mezzi primitivi, vennero estratti dodici feriti, dei quali sette in gravi condizioni, che vennero affidati alle squadre di soccorso giunte con le autoambulanze della Croce Verde. Vennero estratti numerosi cadaveri irriconoscibili; corpi mummificati dal calore, cadaveri senza arti e corpi maciullati.
Le vittime furono complessivamente ventuno (quattro uomini e diciassette donne): Giacomo Anglesio, anni 25; Antonio Baima Poma, 53; Teresa Balma Tivola, 17; Margherita Balma Tivola, 15; Adelina Chiadò Puli, 13; Anna Maria Chiadò Puli, 13; Luigina Chiadò Puli, 13; Giovanna Data, 12; Angela Ferrando Battistà, 15; Clotilde Jallin, 14; Luigina Jallin, 15; Maria Molinar Rivarot, 16; Emilia Nepote, 19; Luigia Nepote, 16; Giacomo Pastore Benet, 30; Claudia Giuseppina Peracchione, 16; Antonia Maddalena Peroglio, 14; Maria Maddalena Peroglio, 17; Margherita Peroglio, 15; Carlo Rostagni, 25; Maddalena Tellar Pandon, 29.
Colpisce l’età delle donne, molte di loro erano appena bambine. Nella mattina del 18 marzo si svolsero i funerali delle povere vittime: diecimila persone vi presero parte. Le bare ricoperte di fiori vennero riunite nella chiesetta di Santa Croce trasformata in camera ardente dalle maestre elementari di Rocca. Dopo la benedizione, i feretri vennero trasportati nella Chiesa parrocchiale, ove si celebrò una messa solenne. Al termine della funzione religiosa un mesto corteo accompagnò le salme al cimitero.
Nei giorni della tragedia la stampa riportò il fatto con titoli di prima pagina, poi, su di esso, scese il silenzio, venne rimosso. Il regime fascista era da poco al potere, le organizzazioni sindacali e politiche erano state messe a tacere e gli industriali, maggiori sostenitori del regime, non dovevano essere disturbati. Che la fabbrica non avesse i necessari requisiti di sicurezza, che si utilizzasse il lavoro minorile sottopagato, che gli indennizzi alle famiglie fossero stati iniqui ed irrisori, non doveva essere oggetto di indagine, ma semplicemente dimenticato. La rimozione di questa tragedia durò per 60 anni: solo nel 1984, su interessamento e richiesta dell’allora parroco di Rocca, don Mecca, il Comune deliberò di dedicare una via alle vittime della Phos-Italiana.
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