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Squalifica a Kalulu, Federcalcio irremovibile: Abodi critica la scelta «la rispetto, ma non la comprendo»

Il ministro per lo Sport e i giovani, Andrea Abodi, che a margine del suo arrivo a Casa Italia ha parlato di scelta «rispettata» ma non «compresa»

Centinaia di messaggi contro l’arbitro per il rosso a Kalulu,

Centinaia di messaggi contro l’arbitro per il rosso a Kalulu, (foto ANSA)

Quando l’errore è «evidente e chiaro», come lo si corregge senza perdere autorevolezza? La domanda rimbalza dopo la decisione della Federcalcio di non togliere la squalifica al calciatore della Juventus, Pierre Kalulu, riconosciuto vittima di simulazione e già espulso in campo. A sollevare il nodo, con toni fermi ma istituzionali, è il ministro per lo Sport e i giovani, Andrea Abodi, che a margine del suo arrivo a Casa Italia ha parlato di scelta «rispettata» ma non «compresa», invocando «un po’ di coraggio in più».

«La rispetto, ma non la comprendo», ha detto Abodi riferendosi alla decisione della Federcalcio di non revocare la squalifica. Poi l’affondo, misurato ma chiaro: «Perché nel momento in cui diventa evidente, chiaro che c’è stato un errore, che è stato già pagato dal giocatore perché è stato espulso, io mi permetto di dire che forse un po’ di coraggio in più sarebbe stato opportuno». Un richiamo al principio di equità che, nel linguaggio istituzionale del ministro, suona come un invito a non irrigidirsi su automatismi quando la realtà dei fatti racconta altro.

Il ministro Andrea Abodi



I punti fermi, al netto di ogni tifo, sono tre: - la Federcalcio ha scelto di non togliere la squalifica; - il calciatore interessato, Pierre Kalulu, è indicato come vittima di simulazione; - l’espulsione in partita ha già prodotto un effetto punitivo immediato. Su questo perimetro, la riflessione investe un tema più ampio: fino a che punto la giustizia sportiva deve attenersi alla lettera dei regolamenti e quando, invece, può (o deve) intervenire per rimediare a un errore manifesto? La posizione del ministro, pur rispettosa dei ruoli, suggerisce che la credibilità delle istituzioni si misura anche nella capacità di correggere il tiro di fronte all’evidenza.

La fermezza delle norme è un presidio. Ma quando un giocatore «ha già pagato» con un cartellino rosso derivato da una simulazione altrui, la sanzione successiva rischia di sovrapporsi all’errore originario. Qui si innesta l’idea di “coraggio” evocata da Abodi: non uno strappo, piuttosto l’applicazione coerente dello spirito dello sport, che è giustizia sostanziale oltre che formale. Resta ora da capire se il messaggio istituzionale spingerà a una riflessione interna, per evitare che casi simili lascino il segno più nelle polemiche che nel campo.

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