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Le antiche badie del Canavese

Le antiche badie del Canavese

IN FOTO. San Giorgio, anno 1920. Festa al Bogo (Cantina della Vittoria). Tratta da San Giorgio e la sua gente, Associazione Pro Loco, 1983

Esistevano nel passato, in quasi tutti i paesi, delle organizzazioni giovanili chiamate badie o abbadie ed erano presiedute da un abate o abbate. L’etimologia di abbadia significa “riunione di padri” dal siriano abba (padre). Non si conosce l’epoca d’inizio di queste associazioni, si trovano menzioni in documenti del XIII secolo nei quali vengono considerate come esistenti da tempi antichissimi. A partire dal XV secolo, alcune fonti documentarie trattano delle badie e ci permettono di ricostruire i momenti più salienti della vita sociale nel nostro vecchio Canavese. Le feste patronali, i carnevali, i calendimaggio, i balli, le gare di tiro al bersaglio, le “barriere” agli sposi, le “scampanate” ai vedovi che si risposavano, l’uccisione del tacchino con spade di legno e molte altre manifestazioni festaiole erano regolate e organizzate dalle badie dei giovani, a volte nominate “Badie dei folli o stolti o dei pazzi”. A volte eccedevano nelle loro manifestazioni, spesso dileggiavano il potere del feudatario, disprezzavano o mancavano di rispetto al clero, alle chiese ed ai cimiteri: in alcuni casi, con la più buffa solennità, conducevano in chiesa un asino vestito con abiti sacerdotali e allestivano una parodia con una spiccata caricatura del clero e dei riti sacri. Gli Statuti del 1430 di Amedeo VIII, per frenare questi eccessi, prevedevano una pesante multa e condanna: «Condanniamo in modo assoluto i ludibri delle maschere e mostruosi camuffamenti che alcuni osano fare in disprezzo e beffa del sacramento matrimoniale e degli sposi … e così pure i detestabili mascheramenti che si fanno in certi giorni festivi, specialmente nelle feste di San Niccolò e Santa Caterina dove alcuni vestendosi a modo di diavoli e girando per le vie e i mercati delle città, fermano le persone semplici e li costringono, con la violenza e le percosse a riscattarsi per danaro». Il calendimaggio era un rito propiziatorio che aveva origini antiche, precristiane, probabilmente proveniente dai celti che credevano nelle divinità degli alberi. Si festeggiava l’avvento della stagione primaverile con l’auspicio che l’annata agricola avesse un buon esito, il quale era fondamentale per la sopravvivenza della comunità. Nella notte precedente il 1° maggio, i giovani, depositari di quest’antica usanza, prelevavano un albero, quasi sempre un rovere, che veniva chiamato maggio e procedevano alla sua “vestizione”. Era scortecciato e spogliato dei rami, addobbato con fiori e nastri colorati ed infine issato come un idolo a protezione della comunità. Attorno al “maggio” si svolgeva la festa con musica, canti, balli e copiose libagioni. Lo scrittore inglese Philip Stubbes (1555-1610) ci ha lasciato un’ampia testimonianza della festa del calendimaggio: «(..) nella notte del 30 aprile, garzoni e donzelle, vecchi e vecchie, vagano per boschi … trascorrendo la nottata in sollazzi; e tornano al mattino recando rami e fronde per rallegrare le loro adunanze. (..) Ma il più grande tesoro che essi recano dai boschi è il loro palo di maggio che con gran venerazione portano nella piazza del paese… E così alzatolo, con in cima fazzoletti e bandierine svolazzanti, gettano paglia tutt’intorno, vi legano rami verdi, piantano in terra frasche e arbusti. E iniziano a danzare in cerchio come i pagani quando innalzavano i loro idoli di cui questa è una perfetta copia, o meglio la stessa cosa. Mi è stato riferito … che, delle decine di donzelle che vanno di notte nel bosco, a male pena un terzo di esse ne ritorna incontaminata». La relazione del Visitatore Apostolico di Alba risalente al 1584, intimava: «Si levi l’abuso che in questa diocesi è grande di drizzar li arbori che si chiamano maggi alle feste delle Calende di Maggio, che oltre causa di molti disordini, risse, contenziosi et scandali, dà segno più presto di una pagana superstizione che di catione cristiana e in vece loro si drizzino delle croci in tutti i capi delle strade pubbliche». La decapitazione del gallo o del tacchino avveniva durante il carnevale. Era un rito antico: sul povero animale si scaricavano tutte le potenze del male, diventava il capro espiatorio di tutti i mali che affliggevano la comunità.  Il volatile era appeso per le zampe in alto, i partecipanti a questo truce spettacolo, armati con una spada di legno, venivano bendati e iniziavano a menar fendenti sul malcapitato animale. Il gioco terminava quando alla povera bestia veniva spiccata la testa.     In altre circostanze le badie rivestivano anche carattere politico e talvolta militare: dal 1535 al 1539 le popolazioni della Val Soana, sotto la guida e l’impulso dell’Abbadia dei Folli o della Gioventù, approfittando delle guerre tra Francesi e Spagnoli, saccheggiarono più volte i castelli di Pont nei quali i Signori di Valperga avevano ricoverato i loro beni più preziosi. Il 25 luglio del 1563, festa di San Giacomo patrono di Levone, le summenzionate Badie assaltarono improvvisamente il ricetto di Levone mentre vi si trovavano i Signori in compagnia di altri nobili, loro ospiti. Il 20 settembre 1563 l’Abate di Barbania, con una schiera dei suoi, sparava diverse archibugiate contro il Signore Corrado conte di Levone in seguito ad un aspro contenzioso a causa di un molino. Nel 1566  l’Abate Batta Bertoldo di Forno era a capo della lotta contro i feudatari per le decime. Il 4 maggio del 1584 le Badie di Forno e Rivara fecero una spedizione militare nella vicina Busano per occupare il bosco comune della Fraschetta invaso dai busanesi. Questi esempi dimostrano che le Badie canavesane, quando i tempi erano bui, per guerre o imposizioni gravose, tralasciavano le attività festaiole e gaudenti per impegnarsi anche militarmente per la tutela e gli interessi generali della comunità.    Badie canavesane documentate Agliè Esisteva una Badia suddivisa per ogni frazione del paese, segno di grande antichità della Badia. Nel 1522, unita ad altre dei paesi vicini, si levò contro i Signori, segno dell’azione politica e militare che le Badie a volte assumevano. Nel XVII secolo la Badia incorporò una società di archibugieri che si esercitava nel tiro al bersaglio. Barbania La Badia curava il buon andamento della festa patronale di San Giuliano. I membri della Badia conficcavano sulle punte delle alabarde un galletto di pasta cotta. Una piccola schiacciata di pane veniva infissa nella lancia della bandiera e nella spada portata dal Sottopriore. Busano La Badia era legata al Comune; difatti, nel 1672, i Sindaci e i Credenzieri formularono dei capitoli che concedevano all’Abba ed al suo Alfiere di poter ammazzare un vitello per ciascuno senza dover pagare gabella. Caravino L’esistenza di una Badia risulta dagli Statuti Comunali del 1480 dove è riconosciuto il diritto dei giovani a tassare le nozze dei vedovi e alle ragazze che andavano spose ad un forestiero. Castellamonte Le notizie documentarie più antiche risalgono al 7 settembre 1648, quando fu eletto dalla Credenza l’Abate G. Marino. La festa di S. Michele era celebrata dalla compagnia omonima, detta pure del Suffragio, cui era riservato il diritto di “abbruciare il carnevale”, di indire feste con ballo e musica e, più che tutto, di procedere all’innalzamento dell’albero o “piantamento del maggio” che avveniva con gran tripudio il 1° maggio. Ciconio Dall’archivio storico comunale si evince che esisteva una Badia presieduta da un “Priore o sii l’Abbate come dal volgo vien chiamato”. Ciriè La prima notizia documentata della Badia di Ciriè risale al 1604, quando in occasione del Calendimaggio (1° maggio) è nominato a capo della Badia dei Compagni l’Abate Gio. Francesco Forino. La Badia interveniva alle processioni solenni del Corpus Domini e nelle feste della Pentecosta e organizzava un ballo con “frascata”. Si ballava sotto una specie di padiglione coperto con delle frasche. Era uso a Ciriè che i forestieri che acquistavano l’habitaria (oggi diremo la residenza) dovevano donare alla Badia, in occasione del carnevale, una “bona gallina”. Chivasso Si hanno notizie che «circa dall’anno 1300 si formò una Compagnia di uomini oziosi e sfaccendati, la cui maggior cura era di spiare tutte le vedove che in Chivasso passavano a seconde nozze … di esigere da esse una somma di denaro e convertirla in balli e bagorderie». I pubblici amministratori e la prevostura riuscirono ad estirpare questi abusi e la Compagnia pian piano si trasformò in Abadia poi Società di S. Giovanni Battista e di S. Sebastiano nella chiesa di S. Maria Maggiore. Questa Società decadde a poco a poco e morì nel 1878. Cuorgnè La Badia di questo grande centro canavesano era fiorente. L’Abate, fin verso il 1600, era eletto dai capi di casa. La Credenza versava alla Badia un contributo annuo, per tenere il popolo unito, organizzando il ballo nei tre giorni della Pentecoste, nelle 5 feste di carnevale e il 12 maggio giorno della dedicazione della chiesa parrocchiale di S. Dalmazzo e per la festa del 1° maggio, con una “pianta onorata” da piantare sulla solita piazza. Feletto Esisteva la “Badia dei bon Compagni” che interveniva solennemente nelle funzioni religiose dei SS. Fabiano e Sebastiano e della Assunzione della Madonna per le quali provvedeva i suonatori e organizzava gli immancabili balli. Foglizzo L’unica testimonianza dell’esistenza di una Badia è in un documento di supplica al Duca, risalente al 1671, in cui compare … «Espone il nod. Gioanni Mellono di Foglizzo essere solito antico osservato in esso luogo d’ellegger con nome d’Alfiere per un anno qual facendo o non le fontioni solite dell’elegersi certi Compagni». Forno La spedizione della Badia di Forno, insieme a quella di Rivara, nel bosco della Fraschetta presso Busano, in boschi comuni, per tutela degli interessi della collettività, mette in luce il carattere di ordine pubblico di questa Badia. Ivrea Una Badia canavesana con molti degli antichi caratteri sopravvive tutt’oggi nel Carnevale d’Ivrea, colle sue attribuzioni di polizia durante il carnevale, coi suoi Abbà, coi costumi antichi, le classiche alabarde e con gli scarli. Locana Anche a Locana esisteva una associazione giovanile, che è documentata in atti processuali risalenti alla prima metà del ‘600. Viene menzionato, nel 1618, l’Abà Gioanni Vernetto ed il suo luogotenente Bartolomeo Molletta, nel 1619 l’Abate era Matteo Bruno che aveva per luogotenente il fratello Antonio.   Lombardore Anche in questo paese soggetto all’Abbate di San Benigno si hanno notizie dell’esistenza di una Badia da documenti risalenti al 1692 e 1698 che si riferiscono a suppliche inoltrate all’Abbate di Fruttuaria per ottenere l’autorizzazione di poter eleggere ogni hanno un “Capo dei giovani”. Le autorizzazioni furono concesse purchè “non vi segua abuso”. A Lombardore, il 18 agosto festa di S. Agapito, scrive il Bertolotti, viene eletto un Abbà o Generale, il quale, nel giorno della festa, cinge la spada e accompagna il vessillo fra quattro armati di alabarde. Montanaro. Nel 1589 si ha menzione di una “Società della Gioventù di Montanaro” composta da 100 giovani. La Società eleggeva il capo rex sociorum, il luogotenente, il portabandiera, il sergente e quattro squadrieri. I soci giuravano obbedienza ed avevano l’obbligo di pagare i musici di carnevale. Potevano portare spade e pugnali, dovevano astenersi dalle risse e se disobbedivano al rex erano soggetti a multe. Entrate della Società erano i zabramari o ciabre (tasse sulle seconde nozze) e la barriera, ossia la tassa di barriera sulle donne che si sposavano fuori da Montanaro. Questa “Società dei Giovani” era nient’altro che una società di “pazzi” o “folli” riveduta e corretta come era naturale in una terra soggetta alla giurisdizione di un vero abate, quello della Fruttuaria di San Benigno. Oglianico Da documenti d’archivio si conosce che nel 1667 esisteva una “Abbadia de’ Compagni” composta di Abate, Luogotenente, Alfiere e altri ufficiali. La Badia riceveva dalla Comunità i soldi necessari per il Maggio, sia per l’acquisto del rovere che per le spese necessarie a piantarlo.   Pont La Badia festeggiava particolarmente San Costanzo, patrono del paese, e in quel giorno erano eletti l’Abate e i suoi ufficiali per l’anno prossimo. La Badia di Pont oltre alle attività classiche era un’organizzazione fortemente legata alla Credenza (Consiglio comunale) e di fatto ricopriva il ruolo di forza armata della Comunità. Rivara Il 27 dicembre di ogni anno, il Consiglio comunale nominava i Sindaci che dovevano stare in carica l’anno seguente; successivamente interveniva in Consiglio il capo dellAbbadia che presentava la rosa di tre membri, fra cui il Consiglio eleggeva l’abate per l’anno nuovo. Rivarolo Nel 1584 il Duca Carlo Emanuele autorizza di «costituire un Abate de’ Compagni, qual possi far la festa e spiegar l’Insegna e batter tamburo». Salassa L’organizzazione giovanile di Salassa a volte era alquanto intemperante, in un ordinato del 10 gennaio 1717 compare: «…essersi da alcuni anni in qua introdotto dalla Gioventù di detto luogo un abuso di mascherarsi nel Carnevale …di unirsi in diversi e farsi lecito di arestare per le contrade li particolari e tradurli legati alle luoro case, d’onde non si partono sintanto che li sia detti particolari somministrato a luoro pieno desiderio da bere e mangiare».  San Benigno Anche il capoluogo dell’abbazia di Fruttuaria aveva una Badia nominata “Compagnia dei giovani” che era autorizzata dall’Abbate di S. Benigno a condizione che non si commettessero abusi e accordandole il diritto di esigere giudizialmente la tassa, non superiore all’1%, sulle doti delle vedove che passavano a seconde nozze. San Giorgio Fin dal 1619, l’Abbadia aveva Priore, Alfieri, Sergenti, Tesorieri e quattro Caporali, uno per ogni cantone del paese. Si riunivano alle feste principali e a carnevale i capi erano armati di spade. Della Badia di San Giorgio esiste una copiosa testimonianza documentaria che ne ha conservato la storia. Storia che ci offre un esempio vivo della evoluzione di alcune Badie. Essa non è più un gruppo giovanile con la primitiva esuberanza e prepotenza; si presenta ormai addomesticata, invecchiata, soggetta alla religione. San Giorgio, terra dipendente dalla vicina Abbazia di San Benigno, era naturalmente portata ad ottenere questi risultati. L’Abbà divenne un Priore e, più tardi, il Rettore, ebbero il riconoscimento canonico e conseguentemente le attribuzioni che erano troppo in contrasto con la nuova impronta religiosa come le tasse sulla ciabra e sulla barriera agli sposi, il privilegio di organizzare balli e feste in genere subì restrizioni tali da non essere più esercitato. San Maurizio Si hanno notizie della Badia di San Maurizio risalenti al XVII, relative a una lite all’interno della Badia stessa, da cui appare che «l’Abbate, nelle feste, soleva avere una scorta di Ufficiali e Compagni che doveva ripagare dell’onore e dell’autorità che gli procuravano con merende, bicchierate e pranzi. (..) Queste spese, un tempo limitate, erano andate via via crescendo  causando liti interne». Settimo Rottaro La Badia della patronale di S. Bobonio partecipava alle feste con suo Gonfalone scortato da sei alabardieri. I priori della Badia avevano facoltà di collettare per coprire le spese delle feste (luminarie, fuochi pirotecnici, musica).    Sparone Si sa dell’esistenza di una Badia da diversi documenti comunali che citano di un “Abbate et Cappo de Compagni”.  Nel 1684, il 22 luglio, è consegnata all’Abate la insegna che è di diversi colori cioè rosso, bianco e celeste con croce da cavaliere non macchiata né lacerata. Strambino La Comunità, nel giugno1696, inoltra supplica al Duca per “poter eleggere un Priore o Abbà: «per uso e consuetudine antichissima di questo luogo, è sempre stata solita d’ellegere ogni anno un Priore di San Solutore… a volte chiamato l’Abbà, con diverse facoltà e prerogative… il bon regolamento della gioventù et onesto divertimento del popolo, massime in occasione di balli et altre pubbliche fonzioni…».   Valperga Aveva il suo “Abate de’ Compagni” che era nominato dalla Comunità. La Badia aveva insegne, alabarde, partigiane, scudi e due tamburi. Si hanno notizie di “squadriglie” spavalde, specie le notturne, a cui la Badia si abbandonava. Queste furono le cause che provocarono nel 1622 il divieto ducale di nominare nell’avvenire “l’Abbate de’ Compagni”. Vauda di Front Da un romanzo, Casa Raymondi, di Bernardo Chiara, originario del luogo, si ha una vivace descrizione della festa patronale: «Precedeva la banda una comitiva di contadini, costituiti in associazione detta Abbadia, giovani in maggior parte, che portano ciascuno un’alabarda cosparsa di borchie lucide, e colla punta ornata di nastri svolazzanti». Vische Si hanno notizie della Badia di Vische a partire dal XVI secolo, numerose sono le richieste che gli «huomini di Vische … inoltrano a Sua Altezza Serenissima il Duca… per avere licenza di potersi congregare ogni anno per la deputazione di un abbate cioè un Capo dell’Abbadia». Altri documenti evidenziano le lotte tra i feudatari e la Badia di Vische a testimoniare che il popolo aveva nelle Badie l’arma a disposizione nelle continue contese con i propri Signori. A metà del secolo scorso la Badia di Vische non è più che un Priorato religioso-civile, composto da 6 persone che curano la celebrazione della festa patronale di S. Bartolomeo. Poche tracce documentarie di altre badie canavesane si trovano a Vistrorio, Lugnacco, Scarmagno e San Ponso. Decadenza e fine delle Badie Dalla fine dal ‘600 le associazioni giovanili iniziarono a trasformarsi ed a perdere i caratteri originari. Man mano che lo stato si organizzava le Badie perdevano autonomia e libertà. Non furono più autorizzate a detenere armi, ogni loro attività era soggetta al potere ducale e le eventuali trasgressioni erano severamente punite. Con la tattica del bastone e della carota lo stato e la chiesa riuscirono ad “addomesticare” l’esuberanza giovanile. Molte delle organizzazioni si trasformarono in priorati, suffragi o compagnie rivestendo un carattere prettamente religioso e sottomesse all’autorità della chiesa. Con l’avvento della coscrizione militare obbligatoria, parte dell’esuberanza giovanile precedente fu trasferita ai coscritti che fino a qualche decennio fa erano deputati all’organizzazione di feste e balli. In alcune località, come alla frazione San Giovanni dei Boschi di Castellamonte, si è mantenuta, o si è ripresa, la discutibile tradizione carnevalesca del taglio del collo del tacchino con l’avvertenza,  per fortuna, di  appendere un animale già morto. In alcuni paesi, principalmente nel cuneese, è riproposta (per fini turistici) l’antica usanza della festa del Calendimaggio, ovviamente senza le intemperanze e “libertà” del passato.   Fonti G. Pola Falletti-Villafalletto, Le gaie compagnie dei Giovani del vecchio Piemonte, Casale Monferrato, 1937. G. De Giovanni, Usi, Credenze e Pregiudizi del Canavese. A. Bertolotti, Passeggiate nel Canavese.

L’ultima badia: La Società delle  Sbornie Fisse di Piandane

Negli anni ‘30 del secolo scorso nell’Alto Canavese si costituì una associazione che aveva ripreso un obiettivo caratteristico delle antiche organizzazioni giovanili. Un giovane diciottenne di Prascorsano, Giovanni Terrando (1914-1985) che era conosciuto come Giuan Titola, soprannome appartenente a tutta la famiglia Terrando, nel 1932 diede vita ad una Società Anonima Sbornie Fisse (S.A.S.F.), con “capitale interamente distrutto”, con sede a Piandane (frazione di Pertusio ai confini di Valperga e Prascorsano posta ai piedi della collina di Belmonte e circondata da splendidi vigneti). I soci dovevano: “attenersi scrupolosamente ai regolamenti della società e ubbidire al comando generale per qualunque sbornia venga ordinata”. I soci dovevano altresì prestare il seguente giuramento: “Regnando nei più fulgidi troni Dio Bacco nostro protettore giuro di ubbidire ai doveri delle sbornie e di servire colle mie sbornie, e se è necessario, colle cadute la autentica nostra società”. La Società aveva la sua Preghiera Venerandissima. Oh Gran Dio, che proteggi l’allegria Fa che mi trovi sempre in perfetta compagnia, Io ti adoro, o spirito divino Fate che non mi manchi mai più il buon vino, Nel suon giocondo delle più valenti orchestrine Desidero essere amato dalle più belle signorine, Vi adoro o gioia infinita, Di questo passo, proteggi la vita mia VIVA L’ALLEGRIA  e così sia. Nel dopoguerra la Società si ampliò con l’inserimento di una organizzazione femminile, l’Unione Femminile Canavesana della S.A.S.F. che aveva come finalità statutaria l’amore per i grandi bevitori. Noi belle Signorine e Signore Presentiamo la vita come il più bel fiore Nel gaudio della gioia più infinita Siamo il tesoro più sublime della vita Immerse nelle ricchezze dei più bei cori Amiamo i più bravi bevitori Che nei suoni, Canti e allegria Ci aspirano tanta simpatia In ogni ritrovo andiam gridando Viva il Presidente Giovanni Terrando Viva l’allegria. L’attività della Società durò una trentina d’anni ed ebbe una notevole fortuna specialmente negli anni successivi alla guerra, tanto che a partire dal 1946 iniziò a stampare un giornale – La Voce di Bacco – quindicinale dei bevitori e dei buongustai. Scopo dell’associazione era quello di organizzare feste con musiche, balli e abbondanti libagioni che si svolgevano durante le gare tra bevitori. Le gare duravano 12 ore durante le quali i concorrenti si sfidavano nel bere la maggior quantità di vino. I bevitori, a gara conclusa, erano collocati in una graduatoria in base al vino bevuto. Il presidente Terrando  deteneva il record, equivalente a 15 litri di vino bevuti in 12 ore, quando aveva 18 anni. La Società delle Sbornie Fisse ebbe molti adepti, il suo presidente dichiarava che i partecipanti erano migliaia d’uomini e centinaia di donne. Sicuramente numeri da ridimensionare, ma nel dopoguerra esplose la voglia di divertirsi, dopo una lunga serie di anni bui dove mancavano cibo e libertà, specialmente per i giovani che ebbero i loro anni migliori “rubati” dalla dittatura che li mandò alla guerra. Alla fine degli anni ’50 anche quest’esperienza che, seppur inconsciamente, aveva radici nell’antico passato, si esaurì, lasciando, ai giorni nostri, solo un labile ricordo nelle persone più anziane della zona.      Articoli tratti 
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