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17 Luglio 2018 - 10:59
Il vicesindaco Roberto Rosso con alcuni esponenti della comunità musulmana
In città circa 750 persone - un decimo dei residenti - sono di religione musulmana, in buona parte marocchini. Pregano in una moschea, che però formalmente non si può definire tale: è stata ricavata nel 2013 nei magazzini di un’azienda metalmeccanica abbandonata, nella zona dei cementifici. All’ingresso c’è una targa di ottone con la data dell’apertura. È uno spazio di 240 metri quadrati, e al fondo dello stanzone c’è un locale ricavato tirando su tre muri e isolato da tutto il resto: le donne pregano lì dentro, collegate con una televisione a circuito chiuso, separate dagli uomini, come vuole la religione islamica.
L’immobile, di proprietà dell’associazione Al Ferdaouus, non era mai stato messo in regola: mancava il cambio della destinazione d’uso, da industriale a luogo di culto. Tutti sapevano che era la moschea più grande del Piemonte orientale, più grande anche di quelle di Vercelli e Alessandria, ma la precedente Amministrazione non l’aveva mai riconosciuta come tale.
Ora che l’Amministrazione comunale è cambiata il vicesindaco (non eletto) Roberto Rosso è andato a parlare con l’imam Omar Ali, egiziano, 35 anni. E gli ha detto: io vi rilascio le autorizzazioni per l’agibilità della moschea, ma voi abbattete quei muri e d’ora in poi fate pregare le donne insieme agli uomini.
All’inizio la comunità islamica non ha reagito bene. Quando l’imam ha illustrato il progetto è stato quasi aggredito. Ma se vuole tenersi la moschea deve fare buon viso a cattivo gioco, e accettare le condizioni poste da Rosso: «Senza moschea - spiega Ali - saremmo stati costretti a pregare in strada, dove la separazione è impossibile. Tanto valeva accettare la proposta. Qualcuno griderà ancora, ma un poco alla volta si calmerà. I tempi sono maturi per una scelta del genere, e in quanto imam e guida della comunità, me ne assumo la responsabilità».
Per avere anche una “benedizione” dall’alto, durante una trasmissione televisiva Rosso ha contattato Izzedin Elzir, l’imam di Firenze che da sette anni è presidente dell’Unione delle comunità islamiche italiane, chiedendogli cosa ne pensasse. La sua risposta positiva ha avuto un certo peso negli ambienti più moderati della comunità musulmana di Trino.
La pratica è quindi stata istruita in Comune. Il muro verrà abbattuto entro la fine di agosto, e la moschea di Trino diventerà la prima in Italia senza spazi separati.
«La strada da seguire è questa», dice Elzir. «La separazione tra i sessi non corrisponde ai dettami di Maometto, che non ne ha mai parlato. È una consuetudine nata da una lettura estrema e parziale del messaggio coranico. Ormai è vecchia, da superare. Il nostro compito, come musulmani italiani, è proprio quello di indicare la direzione per un Islam moderno e integrato. Ben venga l’esempio di Trino».
Ma in città non tutti sono d’accordo: «Andremo a pregare altrove. Apriremo subito un’altra moschea» dice l’anziano Abdallah Faouzi. «Le donne distraggono gli uomini dalla preghiera, e le loro voci non dovrebbero mai sentirsi mentre parla l’imam. La loro presenza è un sacrilegio». Neppure l’ipotesi di una divisione per settori, prima gli uomini, poi i bambini, e dietro le donne, sembra convincere il signor Faouzi: «Il Corano lo proibisce».
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