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16 Novembre 2021 - 11:35
in foto, i carabinieri hanno bloccato il settimese e l’hanno ammanettato
SETTIMO TORINESE. Il pianto disperato di Andrea Micci, 36 anni e residente a Settimo, è stato ripreso dalle telecamere del carcere di Biella. Il settimese è stato arrestato mercoledì 10 novembre dai carabinieri di Chivasso durante la rapina alla Cassa di Risparmio di Asti via Giannone a Settimo.
Mentre ascolta le parole del giudice Ombretta Vanini, durante la lettura delle accuse e delle condanne precedenti, il suo volto è rigato dalle lacrime. “Ho rapinato la banca perché devo mantenere una famiglia. Non avevo nemmeno i soldi per comprare il latte a mio figlio, il più piccolo nato quattordici giorni fa. Mi restavano in tasca solo nove euro».
Maschera di lattice sul volto, parrucca in testa e un coltellino, Micci aveva atteso l’arrivo del direttore. Sfoderando un coltellino l’aveva costretto ad entrare nelle filiale, prendendolo in ostaggio con quattro dipendenti: tra questi c’era anche l’assessore, Luca Rivoira. Poi ha chiesto i soldi, “più soldi possibili”. Prelevato il denaro custodito all’interno, oltre 16 mila euro, lo ha riposto in una borsa che aveva portato con sè. Non si è reso conto, però, che, nel frattempo (mentre la cassaforte temporizzata della banca si apriva), l’intera area era stata circondata dai militari. A quel punto, atteso qualche minuto, i Carabinieri di Settimo e Chivasso, hanno deciso di fare irruzione dentro la banca con le armi in pugno. Il giovane rapinatore non ha potuto fare altro che arrendersi. È stato disarmato, immobilizzato e ammanettato senza che potesse opporre alcuna resistenza. Ad avvisare le forze dell’ordine è stato l’operatore di turno davanti al video, quando ha visto un uomo con il volto coperto.
Tra gli ostaggi del rapinatore c’era anche l’assessore al bilancio, Luca Rivoira
«È stato un galantuomo. Non ci ha fatto del male», ha ribadito il direttore della banca.
La storia di Andrea Micci, rapinatore per comprare il latte, è emersa giovedì in un’aula del tribunale a Ivrea, nel corso dell’udienza di convalida dell’arresto. Ad assisterlo c’era il suo legale, l’avvocato Rocco Femia. Il giudice, dopo averlo ascoltato, gli ha concesso gli arresti domiciliari, ma con il braccialetto elettronico al polso. Nell’ordinanza di scarcerazione ha preso atto delle sue condizioni di indigenza, con una famiglia da mantenere, ma ha anche riconosciuto la sua incapacità «di gestire il proprio denaro nonostante abbia un lavoro». Tre figli, di cui uno neonato.
Durante l’interrogatorio Andrea Micci non ha mai smesso di piangere. «Sono disperato» ripeteva. Disperazione che l’uomo aveva già manifestato mercoledì al momento dell’arresto. Quando i militari lo avevano acciuffato mentre era ancora all’interno della filiale. Ma la disperazione non giustifica una rapina. Una settimana prima del colpo aveva appena finito di pagare un precedente conto con la giustizia.
Una carriera fatta di rapine la sua, reati contro il patrimonio e sfortune. Perché ogni volta l’esito è stato sempre lo stesso: arrestato e carcere. Come nel 2003, quando tentò un colpo in una banca di Pinerolo, sventato da un passante che chiamò il 112. O come nel 2013 quando fu arrestato dopo un sequestro di persona a scopo di rapina.
Da un anno era in detenzione domiciliare per un cumulo di pene. Poteva uscire di casa solo per lavorare, un lavoretto da impiegato in una ditta di carpenteria. Aveva quindi uno stipendio, ma evidentemente non gli era ancora stato versato. E da qui l’idea di ricominciare con le rapine, ma non aveva fatto i conti con la sorveglianza dell’istituto di credito collegato a distanza con una centrale operativa provata.
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