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16 Giugno 2021 - 16:21
Eugenio Finardi sulla terrazza di Archimede con Massimo Cotto di Virgin Radio (Foto Tancredi PIstamiglio)
Ma come hai “conosciuto” il blues? “Io sono cresciuto in una casa senza televisione, quindi da bambino per me non ci sono state le influenze della musica pop italiana degli anni Sessanta; a casa mia si ascoltava solo musica classica, perché mia madre era una cantante lirica. Io sono nato dentro uno strumento musicale, che era appunto mia madre. Studiavo il piano ed ero destinato a diventare un cantante lirico. Poi un giorno arrivò un disco di Harry Belafonte, e quello fu il primo contatto con qualcosa di diverso che non fosse la classica”. Ma la vera folgorazione avvenne a 13 anni, durante uno dei miei soggiorni a casa di mia nonna, nel New Jersey, quando vidi in tv i Rolling Stones.
Da lì, tornato in Italia, ho cominciato ad appassionarmi al british blues e a comprare dischi, oltre a prendermi la prima chitarra, una Eko rossa”. Come hai vissuto lo streaming? “No, per carità! Come si fa? Il pubblico è un elemento aggiunto della band, l’interazione è fondamentale. E non importa neanche che sia numeroso o meno, a parte ovviamente per l’aspetto economico.
Tra l’altro, suonare per poche persone è molto più difficile che suonare per molte. Quando riempi uno stadio o un palasport e sono tutti lì ad aspettarti e magari sono tuoi fans, basta che fai il tuo numero e li hai già in mano. Ma quando hai pochi a sentirti e magari gli proponi del blues quando si aspettano altro, devi conquistarteli davvero, come è successo questa sera”.
Sei già stato a Settimo anni fa, hai notato delle differenze? “Ma una lampante la non identificazione in una classe sociale ben definita, come per tanti settimesi delle passate generazioni, si identificavano in quella operaia, mi sa che si è perso un po’ di quel senso di appartenenza”.
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