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SETTIMO TORINESE. Blues sotto le stelle di Finardi per un’estate a tutta musica

SETTIMO TORINESE. Blues sotto le stelle di Finardi per un’estate a tutta musica

Eugenio Finardi sulla terrazza di Archimede con Massimo Cotto di Virgin Radio (Foto Tancredi PIstamiglio)

SETTIMO TORINESE. Eugenio Finardi ama costruire le sue chitarre. Ci racconta che ne ha fatte una quarantina, prima della serata organizzata sulla terrazza della Biblioteca Archimede, nella serata di mercoledì 9. Quando gli chiediamo perché si debbano avere tanti strumenti, ride e risponde: “A volte me lo chiedo anche io! Vorrei essere come i violinisti che hanno un violino solo per tutta la vita. Ma le chitarre, soprattutto quelle elettriche, sono come le auto per chi ne è appassionato: ne vuoi sempre una diversa”. Questa della sua passione per la liuteria è una cosa che non tutti sanno. Così come non tutti sanno che Eugenio Finardi, oltre ad essere il grande e storico cantautore che è, è anche un bluesman. Anzi, ci dice con sicurezza: “Io mi considero soprattutto un bluesman”. Nel 2005, infatti, pubblica un eccellente album dal titolo e dai contenuti più che eloquenti, Anima Blues, a cui farà seguito un tour che porterà Finardi, per oltre un anno, in giro per l’Italia.

Ma come hai “conosciuto” il blues? “Io sono cresciuto in una casa senza televisione, quindi da bambino per me non ci sono state le influenze della musica pop italiana degli anni Sessanta; a casa mia si ascoltava solo musica classica, perché mia madre era una cantante lirica. Io sono nato dentro uno strumento musicale, che era appunto mia madre. Studiavo il piano ed ero destinato a diventare un cantante lirico. Poi un giorno arrivò un disco di Harry Belafonte, e quello fu il primo contatto con qualcosa di diverso che non fosse la classica”. Ma la vera folgorazione avvenne a 13 anni, durante uno dei miei soggiorni a casa di mia nonna, nel New Jersey, quando vidi in tv i Rolling Stones.

Da lì, tornato in Italia, ho cominciato ad appassionarmi al british blues e a comprare dischi, oltre a prendermi la prima chitarra, una Eko rossa”. Come hai vissuto lo streaming? “No, per carità! Come si fa? Il pubblico è un elemento aggiunto della band, l’interazione è fondamentale. E non importa neanche che sia numeroso o meno, a parte ovviamente per l’aspetto economico.

Tra l’altro, suonare per poche persone è molto più difficile che suonare per molte. Quando riempi uno stadio o un palasport e sono tutti lì ad aspettarti e magari sono tuoi fans, basta che fai il tuo numero e li hai già in mano. Ma quando hai pochi a sentirti e magari gli proponi del blues quando si aspettano altro, devi conquistarteli davvero, come è successo questa sera”.

Sei già stato a Settimo anni fa, hai notato delle differenze? “Ma una lampante la non identificazione in una classe sociale ben definita, come per tanti settimesi delle passate generazioni, si identificavano in quella operaia, mi sa che si è perso un po’ di quel senso di appartenenza”.

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