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Lavora a Leini uno degli indagati per la strage della funivia del Mottarone

Lavora a Leini uno degli indagati per la strage della funivia del Mottarone

Enrico Perocchio

C’è anche un dipendente della Leitner di Leini tra gli indagati per la tragedia della funivia del Mottarone, nella quale domenica 23 maggio sono morte 14 persone. Si tratta di Enrico Perocchio, direttore di esercizio della funivia, difeso dall’avvocato Andrea Da Prato.

Due giorni dopo la tragedia il procuratore della Repubblica di Verbania, Olimpia Bossi, che con il pm Laura Carrera coordina le indagini dei carabinieri, aveva disposto il fermo in seguito all’analisi della cabina precipitata e agli interrogatori. Perocchio era stato fermato e condotto nel carcere di Verbania con gli altri indagati: Luigi Nerini, proprietario della Ferrovie del Mottarone, e il capo servizio Gabriele Tadini.

L’analisi dei reperti aveva permesso di accertare che “la cabina precipitata presentava il sistema di emergenza dei freni manomesso”.

Per gli inquirenti, il ‘forchettone’, ovvero il divaricatore che tiene distanti le ganasce dei freni che dovrebbero bloccare il cavo portante in caso di rottura del cavo trainante, non era stato rimosso. Un “gesto materialmente consapevole”, per “evitare disservizi e blocchi della funivia”, che da quando aveva ripreso servizio, presentava “anomalie”.

Entrata in funzione da circa un mese, dopo lo stop a causa della pandemia, la funivia del Mottarone “era da più giorni che viaggiava in quel modo e aveva fatto diversi viaggi”, precisa il procuratore Olimpia Bossi. Interventi tecnici, per rimediare ai disservizi, erano stati “richiesti ed effettuati”, uno il 3 maggio, ma “non erano stati risolutivi e si è pensato di rimediare”.

Così, “nella convinzione che mai si sarebbe potuto verificare una rottura del cavo, si è corso il rischio che ha purtroppo poi determinato l’esito fatale”, sottolinea il magistrato, che parla di “uno sviluppo consequenziale, molto grave e inquietante, agli accertamenti svolti”.

La difesa di Perocchio

«Perocchio - dice il suo legale Da Prato - è un ingegnere scrupolosissimo». Vive a Biella e svolge la funzione di direttore d’esercizio dell’impianto Stresa-Mottarone, come di altri impianti, in qualità di libero professionista, e non di dipendente Leitner (che ha già annunciato la costituzione parte civile). «Ha ricostruito i vari interventi degli ultimi mesi e non si capacita della rottura del cavo, anche alla luce dei verbali delle società che hanno effettuato i controlli dei cavi, sempre con esito positivo» racconta l’avvocato.

La staffa sul freno di emergenza (il cosiddetto forchettone, ndr.) “è una tecnica prevista per determinate operazioni, ma ovviamente mai in presenza di esercizio con avventori”, ribadisce il legale.

«L’ingegner Perocchio nega categoricamente di aver autorizzato l’utilizzo della cabinovia con i ‘forchettoni’ inseriti e anche di aver avuto contezza di simile pratica, che lui definisce sucida - rimarca il legale Da Prato -. Nessun operatore di impianti a fune, ha ribadito il mio cliente, sarebbe così pazzo di montare su una cabina con le pinze inserite” (ovvero il freno d’emergenza disattivato, ndr.).

Come ha ribadito Da Prato, “l’ingegner Perocchio, durante la sua lunga carriere professionale, ha sempre osteggiato tale pratica, che può essere attivata esclusivamente in fase di installazione e comunque solo con le cabine vuote”.

Neanche gli addetti ai lavori possono trovarsi nella cabine, per ciò il peso dei passeggeri viene simulato con taniche d’acqua. Le pinze sono infatti colorate, proprio per saltare all’occhio, quando sono montate”.

Da Prato racconta di aver avuto “un lungo e approfondito colloquio” con il suo cliente. L’ing. Perocchio “respinge in radice le accuse e sconfessa la deposizione” fatta da Gabriele Tadini, il responsabile del funzionamento della Funivia del Mottarone.

Il mio cliente ha appreso della possibile presenza dei forchettoni da una brevissima e concitata telefonata fatta da Tadini domenica alle ore 12.09. Tadini ha detto ‘Ho una fune a terra e ho i ceppi su’. L’ingegnere a questo punto capisce che parla delle pinze, ma - incredulo di apprendere come si possa attivare l’impianto in queste condizioni - non ha neanche il tempo di rispondere che la telefonata finisce. A questo punto sale in macchina e si reca al luogo dell’incidente”.

Il fermo era stato deciso dalla procura di Verbania perché «sussiste il pericolo concreto e prevedibilmente prossimo della volontà degli indagati di sottrarsi alle conseguenze processuali e giudiziarie delle condotte contestate, allontanandosi dai rispettivi domicili e rendendosi irreperibili”.

Secondo la procura di Verbania, il pericolo di fuga delle tre persone fermate per l’incidente alla funivia del Mottarone sussiste “anche in considerazione dell’eccezionale clamore a livello anche internazionale per l’intrinseca drammaticità” dell’incidente. Drammaticità “che diverrà sicuramente ancora più accentuato al disvelarsi delle cause del disastro”.

Il gip ha poi rimesso tutti in libertà

Nel fine settimana il gip ha “smontato” l’inchiesta della procura di Verbania sulla tragedia. Non ha convalidato i fermi, rimettendo in libertà due indagati su tre e dissociandosi da una buona parte delle prime conclusioni dei pubblici ministeri.

Agli arresti domiciliari resta solo Gabriele Tadini, il dipendente con mansioni di caposervizio: era stato lui che, con una “condotta scellerata - si legge nell’ordinanza di custodia - in totale spregio della vita umana”, aveva deciso di lasciare inseriti i ceppi che bloccavano i freni di emergenza; e fu lui, una volta, secondo la testimonianza di un collega, a dire “prima che si rompa una traente (un cavo - ndr) ce ne vuole”.

Ma non c’è prova che il gestore Luigi Nerini e il direttore di esercizio Enrico Perocchio, liberati entrambi, fossero d’accordo. “Sul piano investigativo non la vivo come una sconfitta, siamo solo all’inizio”, dichiara il procuratore Olimpia Bossi annunciando nuovi accertamenti tecnici e una serie di conseguenti avvisi di garanzia. Il gip Donatella Banci Buonamici non ha accolto una serie di osservazioni dei pm.

A cominciare dal timore del pericolo di fuga dei tre indagati, giudicato inesistente anche perché non basta che ci sia del “clamore mediatico” per dimostrare che qualcuno di loro volesse scappare. Poi “non convince” l’idea che i vertici dell’azienda di gestione non volessero fermare l’impianto, da poco riaperto, per ragioni economiche.

“La stagione turistica - scrive il giudice - non è ancora iniziata” e almeno fino a giugno, con l’allentamento delle restrizioni anti Covid e la chiusura delle scuole, non sono prevedibili i grandi afflussi degli anni passati. Il giudice, infine, si spinge fino a vibrare una stoccata in merito al caso di un testimone - un addetto della funivia - che a suo dire “non avrebbe mai dovuto essere interrogato come persona informata sui fatti”, cioè come teste, bensì come indagato.

Ora sarà necessario capire per quale motivo, il 23 maggio, poco dopo le 12.00, si è spezzato un cavo, cosa che ha provocato la “folle corsa” verso valle della cabina 3, priva del freno di emergenza, e lo schianto al suolo.

L’intervista dopo la scarcerazione

“Io non sapevo dei forchettoni. Se avessi saputo non avrei avallato quella scelta. Lavoro negli impianti a fune da ventuno anni e so che quelle sono cose da non fare mai, per nessuna ragione al mondo”. E’ quanto dichiara, in un’intervista alla Stampa, l’ingegnere Enrico Perocchio, direttore tecnico della funivia del Mottarone, dopo la scarcerazione.

Sono stati sei giorni pesantissimi: questa accusa è devastante. Ora sono finalmente un po’ sollevato. Torno in famiglia” aggiunge, e sui lavori di manutenuzione all’impianto chiarisce: “Tutte le manutenzioni sono state fatte. Era tutto a posto. Ora vedremo le analisi sulla rottura della fune per capirne le ragioni”.

“Se mi fosse caduto l’occhio sui forchettoni, colorati di rosso proprio per iniziativa mia, che li volevo ben visibili, li avrei fatti togliere immediatamente - aggiunge Perucchio - Insomma è stato un errore mettere i forchettoni per ovviare a un problema che si poteva risolvere. Bastava chiudere l’esercizio uno o due giorni, basta bloccare la funivia e si risolveva il problema. Questo è un periodo di bassa stagione”.

Cronaca di una strage annunciata

Prima un sibilo, poi un boato “pazzesco” e un altro botto, meno forte. In pochi secondi quella che doveva essere la domenica della ripartenza, i casi di Covid che diminuiscono e le misure che si allentano, si è trasformata in tragedia, che tutta l’Italia piange.

La funivia del Mottarone, che dal versante piemontese del lago Maggiore sale fino ai 1.491 metri del monte che le dà il nome, è precipitata al suolo e in un attimo le speranze e i sorrisi delle quindici persone all’interno della cabina sono svanite.

Tredici persone sono morte sul colpo, tra cui un bimbo di due anni, mentre un altro di nove è morto all’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, dove è ricoverato in prognosi riservata l’unico superstite, un piccolo di 5 anni.

Pensavamo all’estate e alla zona bianca. Siamo distrutti”, dice il governatore, Alberto Cirio, in lacrime.

Sono un papà, quando vedi mettere il corpo di una mamma in una bara insieme a quello del figlio...”. Sull’incidente la procura di Verbania ha aperto una inchiesta e il ministero delle Infrastrutture ha istituito una commissione ispettiva. “L’area è stata posto sotto sequestro, tutto dovrà essere oggetto di verifica”, spiega il procuratore di Verbania, Olimpia Bossi.

Ai motivi pensiamo da domani, quello di adesso è il momento del dolore - dice la sindaca di Stresa, Marcella Severino - quello che doveva essere un giorno di ripresa si è trasformato in un bruttissimo momento per la nostra comunità e per tutta l’Italia”.

La prima cittadina ha raggiunto la cima del Mottarone all’ora di pranzo, subito dopo l’allarme. “E’ stato devastante - osserva - vedere le persone sparse intorno alla cabina” accartocciata dopo un volo di una ventina di metri: la funivia si è schiantata al suolo e ha iniziato a rotolare verso valle, finendo la sua corsa contro alcuni alberi. L’incidente a pochi metri dell’arrivo, in corrispondenza dell’ultimo pilone.

La tragedia ha colpito quattro famiglie, due residenti in Lombardia, una in Emilia-Romagna e una in Calabria. Una famiglia, residente a Pavia, era di origine israeliana.

Tra le vittime anche un 23enne nato in Iran ma residente a Damiante, in Calabria. Giovani e giovanissimi partiti in mattinata con le scarpe da ginnastica per un’escursione sul monte che si affaccia su due laghi, il Maggiore e d’Orta.

Dopo la chiusura tra il 2014 e il 2016, quattro anni fa la funivia, di proprietà del Comune di Stresa, ma gestita da una società privata, era stata sottoposta a importanti interventi di riqualificazione.

Da allora la manutenzione era stata sempre effettuata, come assicura l’avvocato milanese della società che gestisce l’impianto, Pasquale Pantano: “I controlli, le verifiche, erano tutte a posto. Poi quel che è accaduto è tutto da verificare”, afferma il legale, lasciando il Mottarone dopo un sopralluogo con i soccorritori e le forze dell’ordine.

L’ultimo controllo magnetoscopico della fune è stato effettuato nel novembre del 2020 e gli esiti dello stesso non hanno fatto emergere alcuna criticità”, dichiara Anton Seeber, presidente di Leitner, azienda di Vipiteno che si occupava della manutenzione dell’impianto.

Cos’è il forchettone e perché non doveva essere lì

E’ una piastra metallica, pesa cinque chili, e non doveva essere lì. In gergo si chiama ‘forchettone’. Si tratta, spiega un esperto che da domenica ha seguito le operazioni di soccorso e i successivi accertamenti, di una piastra di metallo che viene inserita manualmente nella parte alta del carrello della cabina dove ci sono le rulliere (quella sorta di rotelle che scorrono sulla fune) e che viene utilizzata per tenere forzatamente in posizione aperta proprio i freni di emergenza.

Ma perché si utilizzano? Servono per esigenze di manutenzione, spiega l’esperto, dunque ad esempio per lavori sulle funi, ingrassaggi dei cavi o prove di carico o della linea. Oppure anche per altri motivi: ad esempio per riportare a valle a fine giornata la cabina che è a monte senza correre il rischio che per un qualsiasi motivo questa possa bloccarsi lungo la linea, magari con l’operatore che lavora nella stazione a monte e che deve rientrare a casa.

I forchettoni servono per intervenire esclusivamente sui freni di emergenza: quelli ‘normali’, che servono a fermare la cabina quando arriva in stazione, si trovano sulle pulegge, quelle grandi ruote sulle quali scorre la fune traente che si trovano in tutte le stazioni di funivie, cabinovie o seggiovie. Il forchettone, se verrà confermato che di quello si tratta, non doveva dunque stare lì.

Generalmente si trovano nelle stazioni di arrivo e partenza, dice ancora l’esperto, e vengono messi manualmente, non sono pezzi “organici” delle cabine. I forchettoni impediscono l’entrata in funzione dei freni di emergenza: se non succede nulla, quei freni non devono operare.

 

La funivia del Mottarone, costruita 50 anni fa

Una funivia costruita 50 anni fa per offrire la vista di uno dei panorami più belli del mondo. Quella del Mottarone era stata inaugurata cinquant’anni fa, nel 1970, e andò a sostituire il trenino a cremagliera che aveva fermato le sue corse sette anni prima.

Agli inizi del ‘900, si saliva invece sul Mottarone o a piedi o a dorso di mulo. Il monte, alto 1492 metri, è considerato uno dei “balconi” più belli d’Italia e forse del mondo. Nel 1954 anche il New York Times premiò quella vista dall’alto inserendo la visione delle Isole e del Lago dal Mottarone tra i dieci panorami più affascinanti del pianeta.

Dalle postazioni panoramiche presenti in vetta, si possono infatti ammirare le Alpi svizzere e italiane, le Isole Borromee, l’Eremo di Santa Caterina del Sasso, molti dei laghi prealpini (il Lago Maggiore e il Lago d’Orta, innanzitutto, ma anche il Lago di Mergozzo, quello di Monate, il Lago di Comabbio e il Lago di Varese) e anche una porzione della pianura padana.

Fino al 1911 arrivare in cima al Mottarone non era semplice: il monte era accessibile da Stresa - raccontano le guide turistiche - soltanto a piedi, utilizzando le vecchie mulattiere degli alpigiani.

Per facilitarne l’accesso e incrementarne sempre più il turismo, nel 1911 venne inaugurata la ferrovia a cremagliera e trazione elettrica: un trenino collegava Stresa alla vetta del Mottarone lungo 6 fermate impiegandoci circa poco più di un’ora.

Poi nel 1963 il trenino cessò il suo servizio sostituito con un servizio di bus (della Società Autoservizi Nerini di Verbania Intra), che faceva il percorso solo due volte al giorno, fino ad arrivare al 1970, anno in cui venne invece inaugurata la Funivia Stresa-Mottarone che collegava il lago alla vetta in soli 20 minuti. I lavori, cominciati nel 1967, si conclusero appunto in tre anni.

La rinuncia al trenino fu ispirata dalla legge 2 agosto 1952 che prevedeva infatti la trasformazione delle vecchie tramvie in autolinee o funivie. Era in gran parte un gioiello ‘made in Italy’ quella funivia: le opere murarie vennero infatti eseguite dall’Impresa Poscio di Villadossola, su progettazione dell’architetto Mario Cracchi di Baveno.

La meccanica portava invece la firma dalla società Piemonte Funivie di Torino (fondata nel 1955), le parti elettriche dalla Marelli. La realizzazione delle funi fu invece affidata alla tedesca W.D.I., la Westfälische Drahtindustrie GmbH di Hamm.

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