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MAZZE'. "Quelle case sono mie!" e imbratta i muri della sorella

MAZZE'. "Quelle case sono mie!" e imbratta i muri della sorella

I muri imbrattati in via Garibaldi a Tonengo di Mazzè

MAZZE'. "Quelle case sono mie" con questa motivazione e per rivendicare gli immobili Giuseppe Cesare Mensa, 55 anni di Mazzè, ha imbrattato gli immobili mai ottenuti in eredità dalla sorella nonostante – a suo dire – gli spettassero. Ora Mensa (difeso dall'avvocato Roberto De Sensi) è imputato e nei giorni scorsi è iniziato ad Ivrea il processo nei suoi confronti. Le abitazioni in questione si trovano in frazione Tonengo di Mazzè, in via Garibaldi al civico 266 dove Mensa vive. Qui, e facciate delle case sono rovinate da giganti scritte: “Proprietà privata. Mensa Giuseppe Cesare”. E ciò su entrambi i lati della via. Impossibile non notarle per chiunque passi da quelle parti. Un gesto, quello commesso da Giuseppe Cesare Mensa, forse dettato dalla rabbia per non aver ottenuto in eredità quegli immobili. Il testamento Nel testamento firmato nel settembre 2007, si legge che la sorella Rita in punto di morte (decesso avvenuto il 6 novembre 2007) aveva invece lasciato in eredità tre immobili e un terreno a una signora di 59 anni, che nel processo aperto a Ivrea si è costituita parte civile. Secondo la Procura Mensa avrebbe imbrattato le facciate nel giugno 2017 e da allora, tra denunce ed esposti, erano scattate le indagini condotte dal sostituto procuratore, Daniele Iavarone. Una vicenda cui da tempo ha cercato di porre rimedio anche il sindaco Marco Formia. Ma senza grossi risultati perché Giuseppe Cesare Mensa non ne vuol proprio sapere. I precedenti Quello di Giuseppe Cesare Mensa, non è un nome nuovo alle cronache. Il 26 febbraio del 1997, infatti, uccise il padre colpendolo con 30 coltellate in tutto il corpo. Il cadavere di Giovanni Carlo Mensa, conosciuto come «Carletu», era stato trovato in un lago di sangue, riverso sul pavimento della camera da letto in quella casa al civico 266 di via Garibaldi dove oggi Giuseppe Cesare Mensa abita. Un delitto scoperto grazie ad una telefonata dei vicini di casa. Per quell'omicidio, dopo la sentenza di Appello, Giuseppe Cesare Mensa venne condannato a 16 anni di carcere.
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