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Rachid rifiuta la sistemazione offertagli dal Comune di Torino. "Meglio dormire in strada ma libero"

Rachid rifiuta la sistemazione offertagli dal Comune di Torino. "Meglio dormire in strada ma libero"

Rachid Saiad (foto di proprietà de La Voce)

Ha rifiutato la casa assegnatagli dal Comune, dopo che i vigili urbani gli avevano sequestrato l'auto in cui viveva in strada. Rachid Saiad è l'uomo balzato agli onori delle cronache nel 2013 per aver salvato madre e figlia di Cascinette finite con l'auto in un fosso nei pressi del terzo ponte a Ivrea. "Dallo staff della sindaca mi avevano detto che mi avrebbero assegnato un monolocale in autonomia - spiega - invece qui ci sono restrizioni di orari, di ingresso e di uscita. Meglio dormire in strada, da uomo libero".  E poi ancora: "Mi sento preso in giro. Sapevo che mi avrebbero dato un alloggio temporaneo ma in autonomia, invece non hanno rispettato l'accordo". A Pasqua i vigili urbani gli avevano sequestrato l’auto in cui viveva da tre mesi ed è stato inserito nel piano di inclusione sociale del Comune di Torino. Lo aveva reso noto la vicesindaca di Torino Sonia Schellino. Sembrava una storia a lieto fine. “Ci siamo immediatamente attivati e, insieme agli Asili Notturni Umberto I, è stato possibile trovare una soluzione nell’ambito degli spazi gestiti in coprogettazione dalla Città di Torino per le persone in emergenza abitativa, nell’ambito del piano cittadino di inclusione sociale – spiegava la vicesindaca Schellino –. Quindi Rachid, da martedì, potrà ricevere accoglienza in uno di questi spazi attualmente disponibili”. Una storia quella di Rachid Saiad che corre su un doppio binario.  Aveva un lavoro con un bello stipendio che lo portava in giro per il mondo. Una moglie e un figlio residenti in Marocco. Poi la crisi, la chiusura dell'azienda e lui che si ritrova senza soldi. Oggi la solidarietà di una campagna di crowdfunding che in poche ore ha raccolto oltre ottomila euro ("Appena avrò i soldi sul conto salderò i miei debiti e mi troverò una casa da affittare") e un imprenditore che gli ha offerto un lavoro. Ma c’è anche un’altra storia da raccontare. Ed è che Rachid Saiad a Ivrea lo conoscono in tanti. I suoi genitori vivono nel quartiere Bellavista ed è qui che abita anche la prima moglie italiana ( insieme a cui, per anni,  ha gestito il bar Rebus di corso Massimo)  e i suoi due figli oramai maggiorenni. A Ivrea vivono anche un fratello e una sorella. S’aggiunge che, dopo quel lavoro che gli piaceva così tanto, in giro per tutta Europa a montare stand e partecipare alle fiere, nella primavera dello scorso anno, Rachid Saiad era stato assunto da un impresa edile impegnata quasi esclusivamente in appalti per la pubblica amministrazione. Poi, d’un tratto, il 2 dicembre si è reso irreperibile. Sparito all’improvviso senza lasciare traccia. L’ultimo avvistamento alla Caritas, il 22 dicembre, con la richiesta (esaudita) di alcuni medicinali indispensabili per la sua salute e per un’ulcera perforante che non gli dà tregua. “Quando lo abbiamo conosciuto  ci conferma il titolare di questa ditta –  gli abbiamo dato una mano. A quei tempi viveva (credo) in un alloggio della Caritas che avrebbe dovuto lasciare. Lo abbiamo assunto a tempo indeterminato anche per consentirgli il rinnovo del permesso di soggiorno… Nei primi mesi lavorava anche il sabato e la domenica, poi l’entusiasmo è andato scemando. Quando è sparito abbiamo cominciato a inviargli una serie di raccomandate e, non avendo più sue notizie, lo abbiamo licenziato… Per quel che ne so avrebbe diritto alla Naspi, almeno per 12 mesi… Fidatevi che abbiamo fatto di tutto. Lo avevamo messo su un treno che non passa tutti i giorni. E’ lui che si sta riducendo così. Non è un ragazzo sfortunato e non è colpa del mondo crudele…”. Quest’ultimo lavoro gli aveva consentito di affittare un alloggio a Samone, ma anche qui nessuno lo ha più visto. Ne qui ne a Pavone dove ha abitato per un breve periodo, ma sempre senza pagare l’affitto. Di lui se ne ricordano anche a Quincinetto per via di un paio di piccoli prestiti (che non superano le 100 euro) mai restituiti e ottenuti accampando le scuse più strampalate. A Quincinetto stava peraltro lavorando per conto dell’impresa edile che aveva deciso di dargli una chance. “Da giovanissimo – raccontano alcuni coetanei che intendono restare anonimi – Rachid Saiad faceva colpo sulle ragazze. Era brillante. Ci sapeva fare. Avesse utilizzato queste sue capacità e caratteristiche nel lavoro sarebbe diventato amministratore delegato della Fiat …”. In ogni caso, a sentire Rachid, a Ivrea non c’è più uno che gli voglia bene. “Se è vero che i miei genitori e i miei figli mi hanno cercato – commenta a denti stretti – sarebbero venuti qui (stazione Rebaudengo) come hanno fatto in tanti. Tu li hai sentiti ma io non li ho visti… Più volte ho chiesto loro aiuto, mi sono sempre trovato di fronte ad un muro.”. Tra le ammissioni anche quella sull’ultimo impiego, abbandonato all’improvviso. “Ho versato 20 anni di contributi e ho sempre lavorato ma quel lavoro per me era troppo pesante. Per l’ulcera sono finito già due volte in ospedale. Non ce la facevo…”. E sui suoi problema di salute una conferma arriva anche dalla figlia. “Sì – è vero –  Io stesso mi ricordo di essere andata a trovarlo in ospedale…“. Chiaro a tutti a questo punto che Rachid Saiad tutto è fuorché l’uomo più sfortunato del mondo come non può esserlo chi non ha mai pensato a regolarizzare la sua posizione di cittadino italiano e, in passato, avrebbe avuto tutti i titoli per farlo: una moglie, la genitorialità sui due figli, un lavoro dietro l’altro, un papà e una mamma emigrati più di 30 anni fa. Altrettanto chiaro che è proprio il “permesso di soggiorno” il suo principale problema. Ridicolo, aldilà del fatto che lui non se ne se sia mai preoccupato, che non sia considerato cittadino italiano uno che abita in Italia da quando aveva 9 anni, che si è sposato con un’italiana, che ha due figli nati in Italia, un papà, una mamma e dei fratelli tutti, ma proprio tutti quanti, cittadini della Repubblica. “Più simile a Fabrizio Corona se proprio vogliamo fare un paragone” commenta uno che dice di conoscerlo. Salvo il fatto che Corona non è mai finito a dormire nel sedile posteriore di una macchina ferma nel parcheggio della stazione Rebaudengo a Torino. Vittima di se stesso e fors’anche del suo carattere. La verità è che arrivati a questo punto, chiunque si chiederebbe quanto valga la pena aiutare un ragazzo così. Non se lo è chiesto Alberto Lazzaro, presidente dei giovani imprenditori di Confindutria che sta cercando di trovargli un lavoro. Non se lo è chiesto neppure il consigliere regionale del Pd Alberto Avettache noi stessi abbiamo accompagnato per cercare di capire come risolvere il problema del permesso di soggiorno, senza il quale nessuno potrà assumerlo. Non se lo è chiesto Federico Corsinotti, amministratore delegato  della “Maider NCG” di Villastellone. “Non voglio che i miei figli mi vedano in queste condizioni. Voglio tornare ad essere quello che ero…”. E sia.
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