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SETTIMO. Francesco Cena si racconta: “La mia vita nel commercio”

SETTIMO. Francesco Cena si racconta:  “La mia vita nel commercio”

In foto, Francesco Cena

A Settimo, negli anni Sessanta, i negozi aprivano e iniziavano una vera e propria storia. Con il tempo sono diventati stralci, frammenti di ricordi, immagini sbiadite dal tempo e, forse, dai lutti che ognuno ha dovuto sopportare. Una Settimo che non c’è più, ma che è ancora nella memoria dei nostri nonni.

Francesco Cena, classe 1931, fondatore del negozio L’Angolo di via Italia e presidente nazionale della Federabbigliamento.

Cena nasce a Cascina Tinivella, in corso Piemonte, e come dice lui, si è “trasferito” a Settimo nel 1952 all’età di 25 anni. È di origini contadine. Lavora in Fiat e dopo il turno in fabbrica zappa la terra. Successivamente apre un negozio di abbigliamento con la moglie Libera Ulla, deceduta recentemente nel mese di giugno 2020. I suoi negozi in pochi anni diventano quattro.

Com’era Settimo a quei tempi?

C’erano i figli degli immigrati, veneti, lucani e di altre regioni, e molti non resistevano più a lavorare nei campi agricoli sette giorni su sette. A quei tempi si lavorava anche la domenica, perché in via Italia c’era il mercato e loro dovevano stare dietro alle bancarelle. Erano anni in cui si poteva pensare di fare grandi cose e si immaginavano cambiamenti significativi. I negozi stavano diventando importanti e il mercato in via Italia ci penalizzava.

E cos’è successo?

Io e il collega Felice Vittone presentammo un reclamo all’amministrazione comunale, perché volevamo che spostassero il mercato in piazza della Libertà, la piazza delle scuole. I negozi si stavano organizzando e la fine degli anni Sessanta coincide con quello che poi sarebbe diventato il boom economico. Ora in piazza della Libertà c’è il Comune, ma quella era una scuola elementare, mentre l’amministrazione era proprio davanti al mio negozio di oggi, via Roma, angolo via Italia. Abbiamo fondato un’associazione di commercianti e abbiamo messo in piedi la prima lista civica a Settimo. E siamo stati eletti: io con 750 voti, mentre Felice Vittone più di 600.

Chi era Felice Vittone?

Un macellaio che aveva studiato da veterinario, con cui ho condiviso molto a livello professionale. All’epoca come sindaco c’era Luigi Raspini, si parla della fine degli anni Cinquanta, noi gli abbiamo fatto capire che avremmo potuto cambiare la giunta, che ne avevamo la forza. Così ci siamo candidati. Io ero abituato a parlare in pubblico, facevo l’ambulante nei mercati la domenica mattina e si doveva vendere ad incanto. Alle elezioni vengono eletti 19 tra socialdemocratici e democristiani e 19 socialcomunisti. Così noi due, io e Vittone, eravamo l’ago della bilancia. Dopo tre mesi di trattative, siamo andati con chi ha rispettato i commercianti. Morale? I socialcomunisti ci avevano dato il loro appoggio. Io ho fatto il consigliere comunale per una legislatura, e lì abbiamo cambiato moltissime delibere, ma soprattutto ho imparato tante cose. È stato un lavoro enorme, con la nostra associazione siamo arrivati a 350 associati, se lei pensa che a Settimo c’erano solo 200 negozi. Si stavano aprendo decine di attività commerciali, anche se, in quel periodo, c’era il dazio tra Settimo e Torino.

Il dazio?

Certo, se tu andavi a Torino per comperare una sedia, ad esempio, dovevi pagare una tassa.

E come l’hanno presa i concittadini il fatto che vi siate affiancati ai comunisti?

Il parroco don Pistone, molto bravo e in gamba, ci aveva “scomunicato” perché eravamo con i socialcomunisti e allora i comunisti come si diceva all’epoca, “mangiavano ancora i bambini”. Era un sacrilegio. Però poi abbiamo trovato una quadra su fede e commercianti.

Com’è cambiato il commerciante di oggi rispetto a quello che ricorda ai suoi tempi?

Un po’ tutto, forse prima si dava più importanza ai dipendenti. Le faccio solo un esempio: negli anni ’70, la moda a Settimo non c’era, allora io ho affittato un pullman e con le mie dipendenti siamo andati fino a Parigi, per due giorni, ad assistere a un evento di moda. Ma la cosa più interessante è che di notte, anziché dormire, io scrivevo le cartoline da inviare ai miei clienti. Da Parigi a Settimo negli anni Settanta, capisce? Io ho sempre avuto tutti i nomi dei miei clienti. Quello sì che era marketing.

E poi alla fine il mercato l’hanno spostato?

Ma certo.

È vero che lei ha fondato il primo giornale di Settimo?

Sì, è vero. Si chiamava Portavoce Settimese, era il 1955-1956 e usciva una volta al mese. L’ho fatto soprattutto perché Settimo è sempre stata la mia città di adozione e in cui sono nato, ma anche perché secondo la mia mentalità imprenditoriale potevo fare pubblicità senza però sborsare dei soldi. Non è che ne avessimo tanti, e quindi ho trovato la soluzione sia per farmi conoscere sia per non pagare la pubblicità, il giornale era mio. Avevo due o tre giornalisti che scrivevano gli articoli e io aggiungevo le sponsorizzazioni.

Erano altri giornali rispetto agli attuali, vero?

Ora tutto è diverso. Andavo da un tipografo a Torino e si correggevano le bozze sul momento. Si inserivano le lettere una per una sulla “vecchia stampatrice”, io la chiamo così, non come ora che si fa tutto a distanza. E gli articoli venivano consegnati a mano, alcuni redatti con una macchina da scrivere, altri vergati a mano su fogli volanti.

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