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LANZO. Il grido d’aiuto dei malati di tumore: “Noi esistiamo ancora, non c’è solo il Covid”

LANZO. Non esiste solo il Covid. Ammetterlo non vuol dire sostenere le stupide tesi “negazioniste”. Vuol dire contrastarle. Uno dei motivi per cui questo maledetto virus è così grave è proprio il suo far passare in secondo piano visite, prevenzione, cure e terapie per le altre malattie. Gli ospedali si riempiono, i posti letto liberi diminuiscono giorno dopo giorno, sempre più medici e infermieri finiscono a casa in quarantena.

La sanità pubblica boccheggia e non sa più rispondere alla normale domanda di cure della popolazione. E i dializzati? Le persone affette da malattie neurodegenerative? I pazienti oncologici? Soffrono ancora e sempre. Quanto ieri e forse meno di domani, quel domani in cui spunteranno fuori tumori e mali incurabili che l’attuale scarsa prevenzione ha reso difficile scovare per intervenire nel più breve tempo possibile, nel miglior modo possibile.

Da novembre del 2019 Rossana Bazzano, 57 anni di Lanzo, consigliera comunale, assistente sociale per l’AslTo4, vive il suo calvario. Un grave tumore al colon ha sconvolto, di punto in bianco, la sua esistenza. «Mi sono trovata improvvisamente ad appendere il camice bianco alla gruccia per vestire i panni del paziente».

È ad inizio gennaio che le sussurrano quelle poche parole che nessuno vorrebbe sentirsi dire. Le comunicano, senza mezzi termini, che ha un tumore. Tre settimane dopo finisce sotto i ferri al San Giovanni Bosco. L’intervento va bene ma emerge un quadro di cancro in stato avanzato. Nel mentre scatta l’epidemia e nella sanità saltano tutti i paletti.

«Ho fatto cinque cicli di chemioterapia durante il lockdown in assoluta solitudine - racconta Rossana -. Affrontare diagnosi, chemioterapia, Pet, Tac ed esami in totale solitudine è stato davvero difficile. È stato pesante non poter avere nessuno al mio fianco, pesante per me e per la mia famiglia che avrebbe voluto essere lì con me».

La chemio prosegue ma gli esiti degli esami portano ad interromperla. La situazione non si evolve positivamente e bisogna capire cosa sta succedendo. La diagnosi arriva nel giro di poche settimane e mette in luce la presenza di metastasi che hanno invaso intestino, ovaie, tube, peritoneo.  Rossana finisce di nuovo sotto i ferri, questa volta al Sant’Anna. Mentre medico e chirurgo impugnano il bisturi, suo marito attende fuori dall’ospedale, seduto sul gradino del marciapiede. Anche questa operazione per fortuna va bene.

Eppure, purtroppo,  non è possibile rimuovere tutte le metastasi. Rossana comincia altri cicli di chemioterapia, per endovena, al Maria Vittoria. Ogni quindici giorni, con la speranza di tenere sotto controllo le metastasi. Finiti sei cicli, si sottoporrà alla Tac di controllo. I medici dovranno decidere se proseguire con la chemio o tentare altre cure. 

Un tumore fa paura. Devasta il corpo e devasta l’anima. Fa paura l’angosciante incertezza che ne deriva e che si può combattere con un’unica arma: la vicinanza delle persone che ti vogliono bene, dei familiari, degli amici, dei tuoi cari. Un’arma che in questo dannato 2020, di isolamenti e distanziamenti, è irrimediabilmente spuntata.

«Con il covid tutto il resto è sparito, come se noi pazienti oncologici non esistessimo più - sottolinea Rossana -. Chi gestisce la sanità non sa cosa voglia dire ascoltare da soli una diagnosi di tumore. Ovviamente sono state garantite le terapie salvavita ma si è perso totalmente di vista l’aspetto umano e relazionale che nell’oncologia è fondamentale. La sanità in pandemia è stata trattata come lo sportello dell’Inps, non si è saputo curare il Covid senza intaccare il resto. Una persona che deve sapere se ha delle metastasi non può affrontare tutto ciò da sola, ha bisogno di sostegno, anche psicologico.  Da marzo in poi è stato come se non esistessimo più. Noi malati oncologici ci siamo sentiti molto soli, trasparenti, abbandonati». Tra primavera ed estate la movida, la riapertura delle discoteche, il via libera generale «che mi ha fatto soffrire, mi ha fatto arrabbiare per l’individualismo di tante persone che non hanno pensato a situazioni come la mia».

Rossana si è trovata anche a dare una mano ad altri pazienti persi tra le pratiche per l’invalidità. «Io sono un dipendente pubblico, sono fortunata, ma i dipendenti privati che stanno a casa  rischiano di perdere il lavoro - racconta -. In tanti mi hanno detto di non volere neanche fare la chemio per non rischiare di perdere il lavoro.  Ho visto pazienti piangere. Queste sono persone che hanno bisogno di un supporto di professionisti che li aiutino a capire quali sono i loro diritti,  e tutto ciò con il Covid è venuto a mancare».

Di chi è la colpa? Perché la sanità è così in crisi? Secondo Rossana, il dramma è la conseguenza delle politiche sulla sanità pubblica degli ultimi decenni. «Sono trent’anni che tagliano sulla sanità - commenta, sconsolata -. Hanno chiuso ospedali, diminuito i posti letto, bloccato il turn over, scelto la strada dell’aziendalizzazione. Era ovvio che non saremmo stati in grado di reggere una pandemia, visto che gli ospedali piemontesi vanno già in crisi ogni anno per una normale influenza. Io lavoro nella sanità, ho vissuto negli anni tutti questi tagli, la fatica di gestire semplici malanni invernali.  Il Covid è solo la punta dell’iceberg di un sistema fallito anni fa a causa di una gestione politica assolutamente non lungimirante. È toccato a medici, infermieri, oss e più in generale a tutto il personale cercare di tenere insieme i pezzi, e da questo punto di vista hanno fatto un lavoro magnifico, con competenza e sacrificio. Con anni e anni di malgoverno alle spalle, nessuno avrebbe saputo fare di più».

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