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14 Gennaio 2020 - 12:12
“Ecco! Ora in paese non c’è più pane”. E’ l’amaro commento del consigliere comunale di opposizione, Ivano Arrighi. L’unico ad essersi battuto, con il suo gruppo, per cercare di scongiurare quello che poi, invece è avvenuto. E cioè la chiusura dell’unico negozio di alimentari del paese.
Ed è così che dal 31 gennaio scorso, Vialfrè - comune di 240 abitanti appena, ma capace di attirare manifestazioni importanti come il “Gran Bal Trad” o l’”Apolide Festival” che ogni anno portano in paese migliaia di persone - non ha più beni di prima necessità.
E’ inutile negarlo: a spingere i commercianti a chiudere l’ultima bottega è stata la crisi. Quei supermercati sempre più vantaggiosi che aprono un po’ ovunque. I costi di gestione tra tasse e bollette. E poi un canone di locazione divenuto insostenibile a fronte dei magri guadagni. Ed è così che, dinnanzi al mutismo delle istituzioni, la saracinesca è stata tirata giù per sempre.
Un problema grosso per un paese dove gli anziani sono in costante aumento. Nel 2018, su una popolazione di 252 abitanti, gli over 65 erano ben 69.
Ed è proprio per la rilevanza del problema che sabato 28 dicembre, in piene festività, è stato convocato un consiglio comunale aperto. Risultato? Nulla di fatto.
Arrighi spiega: “Non è vero che il Comune non può fare niente. In riunione dei capigruppo delle alternative le avevo fornite e il sindaco Gianoglio Vercellino era sembrato propenso ad accettarle. Si sarebbe semplicemente trattato di proporre agli esercenti di traslocare in uno dei locali comunali sfitti, come l’ex pizzeria, assegnandolo in comodato gratuito. Con l’avanzo di amministrazione si sarebbe potuto provvedere ad eseguire quei lavoretti di risistemazione necessari per aprire un negozio. Abbiamo circa centomila euro. Quale modo migliore di utilizzarli se non investendo in un servizio tanto importante per la collettività”.
Oggi, l’unica alternativa data a chi non si può muovere dal paese, è l’arrivo, solo di giovedì, di un venditore ambulante che porta il suo banco di alimentari. “Non è certo un baroccio con con due cassette di verdura e una forma di formaggio presente in fondo al paese una volta a settimana che risolve il problema - sbotta Arrighi - Serve ben altro! A dirlo è anche il presidente dell’Uncem, Marco Bussone: “Determinante è difendere e valorizzare i negozi sotto casa, schiacciati dai supermercati e dai centri commerciali aperti dagli anni ottanta a oggi. Non è sempre vero che i prodotti hanno dei sovracosti”..
Poi Arrighi aggiunge: “Se è vero che quando chiude una scuola chiude un Comune, quando chiude un negozio intere fasce di popolazione sono a rischio. Per questo il Comune ha l’obbligo di intervenire a tutela dei propri concittadini”.
Insomma, per Arrighi il Comune avrebbe dovuto sì intervenire, come già successo altro. Il caso portato da lui ad esempio è quello di Pertengo, nel vercellese: “Il Comune di Pertengo, stante l’assenza sul proprio territorio di un esercizio commerciale di prodotti alimentari e non alimentari, ha stabilito di mettere a disposizione di un futuro gestore un locale di proprietà comunale da adibirsi a negozio di vicinato.
Tale locale, ristrutturato ed idoneo allo scopo, è ubicato a Pertengo, al piano terra del Palazzo Municipale (ex sala consiliare). La sua composizione è la seguente: zona vendita con annesso locale deposito e disimpegno avente accesso dal cortile interno del Palazzo Municipale.
La messa a disposizione del medesimo locale è avvenuta sotto forma di comodato d’uso gratuito di durata di nove anni, salvo rinnovo, con eventuale cessazione anticipata, entro congruo termine, a semplice richiesta preventiva del Comune, con obbligo del comodatario di restituire il locale nello stesso stato in cui si trovava all’atto della consegna e con accollo, in via permanente, da parte dello stesso Comune delle spese per acqua e riscaldamento (energia elettrica, quindi, esclusa), quale ulteriore forma di incentivo per l’insediamento; imposte e tasse inerenti e conseguenti l’attività svolta, come per legge, interamente a carico del comodatario.
La disciplina del rapporto tra Comune e soggetto assegnatario è contenuta nello schema di contratto di comodato d’uso gratuito approvato dalla Giunta Comunale con deliberazione.
In relazione alla suddetta disciplina si evidenzia:
che il negozio di vicinato deve osservare un orario minimo di apertura al pubblico non inferiore a 6 ore al giorno, con libertà di apertura e possibilità di chiusura per due pomeriggi alla settimana. Inoltre, deve garantire la regolarità dell’apertura del negozio senza sospensioni temporali, fatti salvi brevi periodi di chiusura feriale da concordarsi sempre col Comune, nonché il continuo rifornimento dei prodotti di vendita alimentare e, tra questi, soprattutto quelli di prima necessità (quali, ad esempio, il pane, la pasta, il latte, la frutta e la verdura)”. Questa, secondo Arrighi, sarebbe statala strada da seguire.
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