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Cronaca

“Avete tutti una famiglia”: in aula il racconto della rapina di Moncalieri

La testimonianza di un impiegato ricostruisce il colpo da 76 mila euro

“Avete tutti una famiglia”: in aula il racconto della rapina di Moncalieri

“Avete tutti una famiglia”: in aula il racconto della rapina di Moncalieri

Un racconto diretto, teso, a tratti persino paradossale. Nell’aula del tribunale di Torino è tornata a rivivere la rapina avvenuta il 21 marzo 2024 alla filiale della banca di Desio e Brianza di Moncalieri, attraverso le parole di uno degli impiegati presenti quel giorno. Una testimonianza che restituisce non solo la dinamica del colpo, ma anche il clima di pressione e paura imposto dai rapinatori.

«Avete tutti una famiglia». È questa la frase che, secondo il testimone, sarebbe stata ripetuta più volte durante l’azione. Un’espressione che, più che una minaccia esplicita, ha funzionato come un messaggio chiaro: evitare qualsiasi reazione. Un dettaglio che racconta bene il livello di controllo esercitato dal gruppo, descritto come composto da tre uomini esperti, italiani e con accento del Sud.

L’impiegato ha ricostruito i momenti iniziali della rapina partendo da una scena apparentemente ordinaria. Stava servendo un cliente allo sportello quando uno dei malviventi, posizionato alle sue spalle, ha chiesto informazioni sul direttore. Subito dopo, un secondo uomo ha spinto via il correntista e ha tentato di scavalcare il bancone. Un gesto rapido, che ha impedito qualsiasi reazione immediata. «Mi sono spinto indietro con la sedia – ha spiegato – e così non sono riuscito a premere i tasti di allarme».

I rapinatori agivano con il volto coperto da maschere che li facevano apparire come persone anziane, un dettaglio che aggiunge un elemento di pianificazione alla dinamica del colpo. Una scelta non casuale, utile a confondere e ritardare eventuali identificazioni.

Nel corso della deposizione è emerso anche un episodio che ha alleggerito per un attimo la tensione in aula. L’impiegato ha raccontato perché fu proprio lui a consegnare il denaro: i rapinatori avevano inizialmente bloccato il direttore, ma una collega avrebbe fatto presente che i codici necessari erano in suo possesso. «Però poteva anche farsi i fatti suoi…», ha aggiunto con ironia, strappando qualche sorriso.

Alla fine dell’azione, i dipendenti sono stati radunati nell’ufficio del direttore. I rapinatori, prima di fuggire, avrebbero intimato loro di non muoversi per almeno un quarto d’ora, ribadendo ancora una volta la stessa frase: un richiamo alla famiglia, usato come leva psicologica per evitare reazioni.

Il bottino complessivo è stato di circa 76 mila euro. Il processo in corso riguarda uno dei presunti responsabili, mentre l’indagine ha coinvolto complessivamente cinque persone, quasi tutte residenti tra Palermo e provincia. Quattro di loro hanno già scelto riti alternativi e sono stati condannati in primo grado.

La testimonianza ascoltata in aula rappresenta un passaggio chiave del procedimento. Non solo per la ricostruzione dei fatti, ma anche per comprendere le modalità operative di un gruppo che, al di là della violenza fisica, ha fatto leva su strategie di intimidazione psicologica.

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