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Cronaca

Crans-Montana, l’inchiesta si allarga: i coniugi Moretti indagati anche a Roma per il rogo di Capodanno

Disastro e omicidio colposo plurimo per i gestori del Constellation. I feriti: “Uscite chiuse e nessuna indicazione”. Nel mirino anche i controlli mai fatti

La libertà dopo la strage: 400mila franchi per chi è indagato per 40 morti

La libertà dopo la strage: 400mila franchi per chi è indagato per 40 morti (in foto JACQUES MORETTI JESSICA MARIC, PROPRIETARI DEL LOCALE)

Il fronte giudiziario si allarga, e con esso il perimetro delle responsabilità per una delle tragedie più gravi degli ultimi anni. L’incendio del 31 dicembre nel locale “Le Constellation” di Crans-Montana, costato la vita a 41 persone — tra cui sei italiani — arriva ora con forza anche nelle aule della Procura di Roma. I pubblici ministeri capitolini hanno iscritto nel registro degli indagati i gestori del locale, Jacques Moretti e la moglie Jessica, contestando loro accuse pesantissime: disastro colposo e omicidio colposo plurimo, oltre a incendio e lesioni gravissime aggravate dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro.

Un passaggio formale che segna però un salto di qualità nell’indagine italiana, aperta a gennaio e ora entrata in una fase più incisiva. Il fascicolo, coordinato dal pm Stefano Opilio, si muove in parallelo con quello svizzero, ma punta a ricostruire eventuali responsabilità che coinvolgano cittadini italiani o che abbiano avuto effetti diretti su di loro. E i primi elementi raccolti — soprattutto le testimonianze dei feriti — restituiscono un quadro che gli inquirenti definiscono già “gravissimo”.

Nel fascicolo romano sono confluiti da tempo i verbali dei sopravvissuti italiani, ascoltati nelle settimane successive al rogo. Racconti che convergono su un punto: quella notte, nel locale, non sarebbero state rispettate le più elementari norme di sicurezza.

“Nessuno ci ha dato indicazioni”, hanno riferito più testimoni. E ancora: uscite di sicurezza chiuse o sbarrate, materiali altamente infiammabili, assenza di dispositivi adeguati. Le fiamme — questo il dato che emerge con chiarezza — si sarebbero propagate in pochi istanti, alimentate anche dalla presenza diffusa di legno all’interno della struttura.

Uno dei feriti racconta un dettaglio che pesa come un macigno: “Ho visto un estintore a terra, ma nessuno lo ha usato”. Un’immagine che sintetizza, più di altre, il caos e l’impreparazione di quei momenti. Non solo: secondo alcune testimonianze, lo staff non avrebbe coordinato l’evacuazione, mentre qualcuno riferisce di aver visto Jessica Moretti allontanarsi dal locale mentre l’incendio divampava.

Dichiarazioni drammatiche, ma anche coerenti tra loro, che ora rappresentano uno degli assi portanti dell’indagine romana.

Se le responsabilità dei gestori sono al centro dell’inchiesta, un altro filone — destinato ad ampliarsi — riguarda i controlli sulla sicurezza. Ed è qui che il quadro si fa ancora più inquietante.

Secondo quanto emerso in Svizzera, dal 2019 il locale non sarebbe stato sottoposto ad alcuna ispezione antincendio. Un vuoto di verifiche lungo anni, che apre interrogativi pesanti sul funzionamento della macchina amministrativa locale.

Lunedì è stato ascoltato il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud. La sua posizione è ora al vaglio degli inquirenti italiani, che non escludono una possibile iscrizione anche nel registro romano. Il primo cittadino ha dichiarato di non essere a conoscenza del blocco dei controlli: “Nessuno me l’aveva detto prima della tragedia, ne sono rimasto scioccato”.

Una versione che però si intreccia con altri elementi. Nel 2023 lo stesso Comune aveva commissionato un audit interno che segnalava una grave carenza di personale negli uffici deputati ai controlli. Quelle indicazioni, tuttavia, non furono attuate. Il documento — giudicato “deludente” e “non rilevante” — venne di fatto accantonato.

Una scelta che oggi pesa come un’ombra sull’intera vicenda.

Davanti ai magistrati svizzeri, i sei funzionari comunali responsabili dei controlli hanno parlato apertamente di carenze strutturali, ammettendo che la mancanza di personale e risorse rendeva impossibile rispettare le scadenze per le verifiche.

Una giustificazione che potrebbe non bastare. Perché, se confermata, descrive un sistema di vigilanza incapace di garantire standard minimi di sicurezza in un luogo ad alta frequentazione turistica. E che, soprattutto, avrebbe lasciato per anni senza controlli un locale poi diventato teatro di una strage.

L’inchiesta italiana è ora in attesa di un passaggio cruciale: la trasmissione degli atti da parte della procura del Cantone del Vallese. Nei giorni scorsi il pm Opilio si è recato personalmente in Svizzera insieme agli investigatori della Squadra Mobile e ai Vigili del Fuoco, segno della rilevanza attribuita al caso.

Quando i documenti arriveranno a Roma, il quadro potrebbe ampliarsi ulteriormente. Gli inquirenti non escludono infatti nuove iscrizioni nel registro degli indagati, in particolare tra coloro che avevano responsabilità nei controlli e nelle autorizzazioni.

È la domanda che, sempre più, aleggia tra le carte dell’inchiesta. Le testimonianze dei sopravvissuti, l’assenza di verifiche per anni, gli allarmi ignorati: elementi che, messi insieme, delineano i contorni di una tragedia che forse poteva essere evitata.

Per ora, la giustizia muove i suoi primi passi su due fronti paralleli, quello svizzero e quello italiano. Ma la direzione è chiara: ricostruire ogni responsabilità, senza zone d’ombra, per dare un nome e un volto non solo alle vittime, ma anche agli eventuali colpevoli di quella notte che ha trasformato una festa in un inferno.

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