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Cronaca
10 Aprile 2026 - 22:58
Scontri al corteo pro Cospito, chieste condanne fino a 12 anni a Torino
Il nome di Alfredo Cospito torna al centro di una tensione che non si è mai davvero spenta. Non è solo una questione giudiziaria, né soltanto una vicenda carceraria. È uno snodo politico, simbolico e securitario che ciclicamente riemerge e che ora, con la possibile proroga del 41 bis, rischia di riaccendere uno scontro già visto. La scadenza è fissata: 4 maggio 2026. È il termine del primo decreto che, nel maggio del 2022, ha disposto per Cospito il regime del carcere duro. Ma secondo fonti del ministero della Giustizia, la direzione è già tracciata: la misura verrà con ogni probabilità rinnovata per altri due anni, spostando l’orizzonte almeno al 2028.
Non è un automatismo. È una decisione che si fonda su un presupposto preciso: la valutazione della persistente capacità del detenuto di mantenere contatti con l’esterno, in particolare con ambienti ritenuti riconducibili a organizzazioni anarchiche o eversive. È qui che il caso Cospito supera i confini personali e diventa questione di Stato. Perché il 41 bis, nella sua natura, non è una pena aggiuntiva, ma un regime detentivo speciale pensato per interrompere i legami tra detenuti e organizzazioni criminali o terroristiche. Nato per contrastare la mafia, nel tempo è stato esteso anche ad altri contesti, tra cui quello del terrorismo. Ed è proprio questa estensione che ha reso il caso Cospito uno dei più controversi degli ultimi anni.
Detenuto nel carcere di alta sicurezza di Sassari, Cospito è stato per anni militante della Federazione Anarchica Informale. Le condanne che sta scontando sono pesanti: l’attentato del 2 giugno 2006 alla scuola allievi carabinieri di Fossano e la gambizzazione del dirigente di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi, nel 2012. Ma a trasformare la sua vicenda in un caso nazionale è stata la scelta del 41 bis. Tra ottobre 2022 e aprile 2023, Cospito ha intrapreso un lungo sciopero della fame, una protesta estrema contro il regime detentivo, attirando l’attenzione pubblica e politica.
Da allora, il suo nome è diventato un simbolo. Per lo Stato, quello di un detenuto da contenere. Per una parte della galassia antagonista, quello di una battaglia contro un sistema ritenuto repressivo. E ora, con la prospettiva della proroga, la tensione torna a salire. A Roma, nel quartiere del Pigneto, una cinquantina di militanti anarchici si è riunita in un’assemblea pubblica dal titolo inequivocabile: “Fuori Alfredo dal 41 bis”. È già stato fissato un calendario di mobilitazione: un presidio davanti al ministero della Giustizia e un corteo previsto per il 18 aprile.
La risposta dello Stato è già visibile. Un ingente dispiegamento di forze dell’ordine ha accompagnato l’assemblea e il Viminale osserva con attenzione. Nei giorni scorsi è stata applicata per la prima volta una misura introdotta dal recente decreto sicurezza: il fermo preventivo, utilizzato il 29 marzo nei confronti di 91 persone in occasione di una commemorazione anarchica. Un segnale chiaro, anche alla luce dei timori espressi dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi su un possibile innalzamento dello scontro, legato anche a episodi recenti come gli attentati alle linee ferroviarie.

Il ministro Piantedosi
Il quadro è complesso. Da una parte, un detenuto al centro di una decisione amministrativa e giudiziaria. Dall’altra, un movimento che vede in quella decisione un simbolo di repressione. Nel mezzo, lo Stato, chiamato a bilanciare sicurezza e diritti. Il punto, ancora una volta, è il significato del 41 bis: per alcuni uno strumento indispensabile, per altri un regime che solleva interrogativi profondi sui diritti fondamentali.
Il caso Cospito è diventato così un terreno di confronto più ampio. Non riguarda solo lui, ma il modo in cui lo Stato affronta l’eversione, il ruolo della pena e i limiti della detenzione. E soprattutto, il confine tra sicurezza e libertà. Con l’avvicinarsi del 4 maggio, questo confine tornerà al centro del dibattito, insieme alla tensione nelle piazze. Perché ogni volta che il nome di Alfredo Cospito riemerge, non è mai solo cronaca: è il termometro di un conflitto ancora aperto.

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