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Cronaca

Morte di Margherita Lega sulla teleferica in Val d'Ossola: chieste due condanne nel processo

Rito abbreviato per due imputati, un terzo verso il patteggiamento

Morte di Margherita Lega sulla teleferica in Val d'Ossola: chieste due condanne nel processo

Morte di Margherita Lega sulla teleferica in Val d'Ossola: chieste due condanne nel processo

C’è una morte che torna al centro dell’aula di tribunale, a quasi due anni di distanza, e che continua a interrogare sul confine tra ospitalità, sicurezza e responsabilità. È quella di Margherita Lega, la turista precipitata nel luglio del 2024 da una teleferica all’Alpe Drocala, nel territorio di Calasca-Castiglione, in alta Ossola. Oggi il procedimento penale è arrivato a un passaggio cruciale: la richiesta di condanna da parte della Procura.

Il pubblico ministero Nicola Mezzina ha chiesto un anno e quattro mesi di reclusione per due degli imputati, entrambi giudicati con rito abbreviato. Si tratta di Damiano Brega, titolare dell’autorizzazione per la costruzione dell’impianto a fune, e di Franco Baldacci, l’uomo che materialmente azionò la teleferica nel momento in cui la donna stava caricando i bagagli. Per un terzo imputato, Marco Bertaglia, presidente dell’associazione legata all’ecovillaggio dove la famiglia era diretta, è stata invece avanzata richiesta di patteggiamento alla stessa pena.

La sentenza è attesa per il 21 maggio.

Quella che oggi viene ricostruita nelle aule giudiziarie è una vicenda che affonda le radici in una giornata d’estate e in una vacanza che doveva essere un’esperienza immersa nella natura. Margherita Lega si trovava insieme al marito e ai due figli piccoli, di nove e cinque anni, e stava caricando i bagagli su un impianto a fune utilizzato per il trasporto di materiali. Secondo quanto emerso, la teleferica — nata per movimentare legna — veniva impiegata anche dagli ospiti della struttura ricettiva per trasportare effetti personali verso l’ecovillaggio.

È in quel momento che qualcosa va storto. La donna precipita, in un contesto che gli inquirenti hanno ritenuto fin da subito da approfondire sotto il profilo delle responsabilità e delle condizioni di sicurezza.

Il nodo centrale del processo ruota proprio attorno a questo punto: l’utilizzo di un impianto concepito per un determinato scopo in un contesto diverso, con la presenza di persone e non solo di materiali. Una linea sottile, quella tra adattamento e uso improprio, che in ambienti montani e strutture alternative può diventare decisiva.

Nel corso dell’udienza, durata oltre due ore davanti alla giudice Rosa Maria Fornelli, sono state ripercorse le responsabilità dei soggetti coinvolti. Un passaggio tecnico e complesso, che dovrà ora trovare una sintesi nella decisione del tribunale.

Colpisce, in questo quadro, la scelta dei familiari della vittima — assistiti dall’avvocata Giulia Sattanino — di non costituirsi parte civile nel processo penale. Una decisione che sposta il piano della vicenda: non c’è, almeno in questa fase, una richiesta diretta di risarcimento all’interno del procedimento. Resta però aperta la questione economica, con una somma già messa a disposizione dall’assicurazione di uno degli imputati come copertura parziale. Sarà eventualmente la sede civile, dopo la sentenza, a definire in modo più preciso questo aspetto.

Ma al di là degli sviluppi giudiziari, la vicenda continua a porre una domanda più ampia, che va oltre il singolo caso. In territori sempre più orientati verso forme di turismo esperienziale, sostenibile e a contatto con la natura, quanto sono chiari i limiti tra autenticità e sicurezza? E soprattutto, chi è chiamato a garantire che quei limiti non vengano superati?

L’Alpe Drocala, come molte realtà simili, rappresenta un modello di accoglienza alternativo, lontano dai circuiti tradizionali. Un modello che affascina, ma che richiede anche regole precise e responsabilità definite. Perché quando gli strumenti pensati per un uso tecnico vengono integrati nella vita quotidiana degli ospiti, il rischio non è più solo teorico.

La morte di Margherita Lega, in questo senso, non è soltanto un fatto di cronaca giudiziaria. È anche il punto di contatto tra due dimensioni: quella della libertà di vivere esperienze diverse e quella della necessità di garantire condizioni di sicurezza adeguate. Un equilibrio delicato, che il processo in corso a Verbania è chiamato, almeno in parte, a ricostruire.

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