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Rider pagati meno di 3 euro a consegna: inchiesta choc sul “caporalato digitale”

Indagati a Messina l’amministratore di una società di delivery e tre collaboratori. In Piemonte scoperto un altro sistema di sfruttamento: 12 ore di lavoro per 30 euro negli autolavaggi

Rider pagati meno di 3 euro a consegna

Rider pagati meno di 3 euro a consegna

Rider pagati meno di tre euro a consegna e costretti a lavorare con ritmi serrati controllati tramite chat WhatsApp. È quanto emerge da un’inchiesta della Procura di Messina, che ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini per caporalato all’amministratore unico e a tre collaboratori di una società operante nel settore del food delivery.

L’indagine è stata condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro (Nil) di Messina, con il supporto del gruppo per la Tutela del Lavoro di Palermo, e ha portato alla luce un sistema definito dagli investigatori come un vero e proprio “caporalato digitale”.

Secondo quanto contestato dagli inquirenti, i rider coinvolti – italiani, per la maggior parte studenti universitari o giovani disoccupati – venivano avvisati delle consegne attraverso chat su WhatsApp e ricevevano compensi compresi tra 2,40 e 2,99 euro a consegna. I lavoratori erano inoltre costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare le consegne, ricevendo pagamenti che in alcuni casi risultavano inferiori a meno della metà di quanto previsto dal contratto nazionale di lavoro.

Gli investigatori sottolineano come, in un contesto economico fragile, questa situazione costringesse i rider ad accettare condizioni di lavoro estremamente rischiose. Nell’atto d’accusa si evidenzia che «i rider erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare consegne remunerate con compensi inferiori, in alcuni casi, a meno della metà degli importi stabiliti nel contratto nazionale di lavoro, spingendoli a esporsi a rischi stradali elevati pur di raggiungere una soglia minima di sussistenza».

L’indagine avrebbe inoltre svelato un sistema di gestione del lavoro basato su un controllo costante dei fattorini. Per evitare i cosiddetti “tempi morti” tra una consegna e l’altra, ai rider veniva imposto di comunicare la disponibilità inviando la parola “libero” tramite l’applicazione e aggiornandola ogni minuto. I responsabili monitoravano i tempi di esecuzione e, in caso di ritardi, contattavano telefonicamente i lavoratori.

Ai rider non era di fatto consentito rifiutare le consegne: ogni diniego doveva essere motivato e, in caso contrario, poteva comportare ammonimenti o la perdita degli ordini successivi. Un sistema che, secondo l’accusa, generava una condizione di totale subordinazione e costringeva i lavoratori ad accettare ritmi di lavoro estenuanti.

Ma quello emerso a Messina non è l’unico caso di sfruttamento del lavoro individuato dalle forze dell’ordine. Un’altra indagine della Procura di Torino ha portato alla scoperta di un sistema di caporalato negli autolavaggi, dove i dipendenti lavoravano fino a 12 ore al giorno per 30 euro, senza pausa pranzo, ferie o tutele.

Per questa vicenda sono indagati una 63enne e i suoi tre figli di 39, 34 e 31 anni, tutti originari del Marocco, accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro per aver approfittato dello stato di bisogno dei dipendenti. Il gip ha disposto il sequestro preventivo di tre centri di pulizia d’auto situati a Torino, Moncalieri e Nichelino, mentre ai quattro è stato notificato l’avviso di garanzia.

Durante l’esecuzione del provvedimento, la polizia giudiziaria ha identificato una quindicina di lavoratori in nero. Gli operai, secondo quanto emerso dalle indagini, venivano controllati tramite telecamere di sicurezza e minacciati di violenze fisiche. Nessuno si ribellava, perché aveva bisogno di quel lavoro per sopravvivere.

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