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Cronaca
16 Marzo 2026 - 10:34
Autolavaggi degli schiavi: 30 euro per undici ore di lavoro, famiglia indagata a Torino
Undici ore al giorno con le mani immerse tra detergenti corrosivi e acqua sporca, senza ferie, senza malattia e per una paga che sfiora appena i trenta euro. È il quadro che emerge dalla nuova inchiesta sul caporalato urbano che sta scuotendo Torino e che ha portato al sequestro di tre autolavaggi tra città e prima cintura. Nel registro degli indagati sono finite quattro persone, una donna e i suoi tre figli, appartenenti a una famiglia di origine marocchina che gestirebbe diverse attività nel settore del lavaggio auto.
L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Francesco Pelosi, segna un nuovo capitolo nella lotta allo sfruttamento lavorativo che negli ultimi anni ha assunto forme sempre più diffuse anche nelle aree urbane del Nord Italia. I sigilli sono stati apposti nelle scorse settimane a tre strutture: una nel quartiere Lingotto, una a Nichelino e una a Moncalieri. Luoghi che, secondo gli investigatori, avrebbero funzionato come veri e propri centri di sfruttamento.
Le accuse mosse agli indagati sono pesanti: intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il reato comunemente associato al caporalato. Secondo gli inquirenti, la famiglia avrebbe reclutato lavoratori stranieri approfittando della loro condizione di fragilità economica e sociale. Persone arrivate in Italia con poche prospettive e spesso senza una rete di sostegno, disposte ad accettare qualsiasi condizione pur di guadagnare qualcosa.
Le condizioni di lavoro descritte dagli investigatori sono estremamente dure. Le giornate iniziavano presto e si concludevano dopo undici ore consecutive di attività, quasi sempre all’aperto o in ambienti saturi di prodotti chimici utilizzati per la pulizia delle auto. Il compenso era fisso: trenta euro al giorno, una cifra che, se rapportata alle ore lavorate, equivale a poco più di due euro l’ora.

Nessuna tutela contrattuale, nessun diritto riconosciuto. I lavoratori non avevano ferie, non esisteva copertura sanitaria e non venivano forniti dispositivi di protezione individuale, nonostante l’esposizione quotidiana a sostanze potenzialmente dannose per la salute. Detergenti aggressivi, solventi e prodotti chimici utilizzati senza guanti o protezioni adeguate.
Secondo quanto emerso finora dalle indagini, le presunte vittime dello sfruttamento sarebbero almeno quindici, tutte di origine straniera. Alcuni avrebbero lavorato per mesi in queste condizioni, accettando la paga minima e i turni massacranti per paura di perdere anche quell’unica fonte di reddito.
L’inchiesta ha preso forma nell’agosto del 2025, quando due lavoratori hanno deciso di rompere il silenzio e rivolgersi alla polizia locale di Torino. Una denuncia che ha fatto scattare i primi accertamenti e che ha dato avvio a un’indagine durata mesi, fatta di controlli, raccolta di testimonianze e verifiche sui rapporti di lavoro.
Con il passare delle settimane gli investigatori avrebbero ricostruito un sistema organizzato di reclutamento e gestione della manodopera. I lavoratori venivano arruolati tra conoscenti o attraverso passaparola nelle comunità straniere, spesso con la promessa di un impiego stabile. Una volta inseriti nelle attività, però, le condizioni si sarebbero rivelate molto diverse da quelle prospettate.
Gli inquirenti stanno ora approfondendo anche un altro aspetto inquietante dell’indagine: il clima di intimidazione che avrebbe accompagnato l’organizzazione del lavoro. Secondo quanto trapela dagli atti investigativi, alcuni lavoratori sarebbero stati sottoposti a pressioni e minacce per evitare che denunciassero la situazione.
Non mancherebbero episodi di violenza e spedizioni punitive, che avrebbero contribuito a mantenere il silenzio all’interno delle strutture. Un contesto che gli investigatori stanno ancora ricostruendo e che potrebbe portare a ulteriori sviluppi nelle prossime settimane.
Il sequestro dei tre autolavaggi rappresenta al momento il primo risultato concreto dell’indagine. Le strutture restano sotto controllo giudiziario mentre la procura prosegue con gli accertamenti per chiarire l’estensione del fenomeno e verificare se vi siano altri luoghi di lavoro coinvolti.
Il caso riporta al centro dell’attenzione il tema del caporalato nelle città, un fenomeno che per anni è stato associato quasi esclusivamente al settore agricolo ma che oggi emerge anche in ambiti come la ristorazione, la logistica e, appunto, i servizi di lavaggio auto.
A Torino negli ultimi anni non sono mancati interventi simili. Le forze dell’ordine hanno più volte individuato situazioni di sfruttamento lavorativo in attività apparentemente ordinarie, dove la ricerca di manodopera a basso costo ha finito per trasformarsi in un sistema di abuso sistematico.
L’indagine coordinata dalla procura torinese non è ancora conclusa. Gli investigatori stanno continuando a raccogliere testimonianze e documentazione per definire con precisione il quadro delle responsabilità e accertare eventuali ulteriori reati.
Nel frattempo resta l’immagine di lavoratori costretti a lavare auto per ore, sotto il sole o nel freddo, per una paga che difficilmente copriva anche solo le spese quotidiane. Un lavoro duro, spesso invisibile, che per qualcuno si sarebbe trasformato in una forma di schiavitù moderna nel cuore della città.
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