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27 Febbraio 2026 - 23:22
I computer dei magistrati italiani non sono spiati, né controllati a distanza. Il programma ministeriale Ecm, utilizzato dal 2019 per installare aggiornamenti e garantire la sicurezza antivirus sulle decine di migliaia di postazioni in uso negli uffici giudiziari, “non consente il controllo remoto” perché “la funzionalità è disabilitata a livello nazionale”.
È una presa di posizione netta, quella del ministero della Giustizia, affidata a una comunicazione firmata dal direttore generale Enrico Maresca e inviata agli uffici giudiziari di tutta Italia dopo le polemiche delle ultime settimane.
La rassicurazione arriva in un clima tutt’altro che sereno. Sullo sfondo c’è un’inchiesta della Procura di Milano, aperta il 24 gennaio scorso a seguito di un esposto dello stesso ministero dopo un’anticipazione della trasmissione Report. L’ipotesi di reato è pesante: accesso abusivo a sistema informatico. Nel registro degli indagati è finito un tecnico ministeriale del distretto torinese.
Secondo quanto emerso, il tecnico avrebbe raccontato di aver dimostrato al gip del Tribunale di Alessandria, Aldo Tirone, con il consenso dello stesso magistrato, che il software Ecm sarebbe in grado di operare a distanza su un computer d’ufficio, senza lasciare tracce evidenti. Un esperimento, dunque, che avrebbe mostrato la possibilità di osservare lo schermo del pc del giudice e di intervenire come se si fosse fisicamente davanti alla tastiera.
Uno scenario che, se confermato, aprirebbe interrogativi enormi sulla riservatezza del lavoro giudiziario, sull’autonomia della funzione e sulla sicurezza dei dati sensibili custoditi nei sistemi della giustizia.
Ma Via Arenula respinge con decisione qualsiasi ipotesi di “software spia”. Nella comunicazione agli uffici si sottolinea che il programma “non consente il monitoraggio della postazione di lavoro del magistrato” e che “non consente in alcun modo – tramite webcam, microfoni, tastiera – di acquisire alcun dato ambientale né di carpire le credenziali di accesso del magistrato”.
Parole scelte con cura, che mirano a sgomberare il campo dall’idea di una sorveglianza occulta o di un sistema capace di intercettare attività personali o professionali dei magistrati.
Il ministero inquadra l’Ecm come uno strumento tecnico ordinario, paragonabile a quelli utilizzati nelle grandi aziende pubbliche e private: una piattaforma di gestione centralizzata necessaria per garantire aggiornamenti, manutenzione, backup e audit. In questa logica, la possibilità di accesso ai sistemi non sarebbe un’anomalia, ma una condizione strutturale di sicurezza informatica.
Un punto chiave della rassicurazione riguarda gli amministratori di sistema. Secondo il ministero, si tratta di “un gruppo ristretto di quattro amministratori all’uopo designati in tutto il territorio nazionale, nominati formalmente con un atto che li identifica individualmente”.
Le loro attività, si precisa, “vengono tracciate e registrate sui sistemi di amministrazione (log di accesso, audit trail), e seguite da verifica puntuale”. In altre parole, ogni intervento sarebbe registrato e sottoposto a controllo, riducendo al minimo il rischio di abusi o intrusioni non autorizzate.
Il messaggio politico-amministrativo è chiaro: nessuna regia occulta, nessun Grande Fratello informatico nei corridoi digitali della giustizia. “La presenza di sistemi di gestione centralizzata delle postazioni non rappresenta un’anomalia né uno strumento di sorveglianza”, si legge ancora nella nota, ma è “una condizione necessaria per la sicurezza, l’affidabilità e la protezione dell’infrastruttura informatica della giustizia”.
Resta tuttavia aperto il fronte giudiziario. L’inchiesta milanese dovrà chiarire se l’esperimento descritto dal tecnico indagato sia stato frutto di una forzatura, di un uso improprio di strumenti legittimi o se, invece, esistano vulnerabilità tali da consentire intrusioni non tracciate.
Il nodo è delicatissimo: la sicurezza informatica della magistratura non è solo un tema tecnico, ma tocca l’equilibrio tra poteri dello Stato. In un’epoca in cui i fascicoli sono digitali, le comunicazioni telematiche e le banche dati giudiziarie rappresentano il cuore dell’attività giurisdizionale, la protezione dei sistemi equivale alla protezione stessa della funzione giudiziaria.
Il ministero rivendica di lavorare “incessantemente al rafforzamento della postura di sicurezza informatica della giustizia, per adeguarla alla continua evoluzione tecnologica”. Una formula che traduce la consapevolezza di un contesto in cui le minacce cyber sono in costante crescita.
Tra rassicurazioni ufficiali e accertamenti penali, la partita ora si gioca su due piani: quello tecnico, per verificare concretamente le capacità e i limiti del sistema Ecm, e quello istituzionale, per garantire trasparenza e fiducia all’interno della magistratura.
Perché, al di là delle formule e delle note ministeriali, la domanda che attraversa i palazzi di giustizia è una sola: chi può davvero entrare nei computer delle toghe?

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