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Cronaca
27 Febbraio 2026 - 12:32
Vitelli morti scaricati nel bosco: l’orrore che qualcuno fa pagare a Rivarossa
Due vitelli lasciati marcire nel silenzio del bosco. Non un incidente, non una fatalità. Un gesto deliberato. Un atto che non ha nulla di rurale o folkloristico, ma che rientra nella sfera dei reati ambientali e sanitari. È accaduto nella zona Diletta–Paradiso, tra le aree verdi che circondano Rivarossa, dove nei giorni scorsi sono stati ritrovati i resti di due animali abbandonati tra la vegetazione.
La scena ha scosso la comunità. Non solo per l’impatto emotivo, ma per ciò che rappresenta: un comportamento che scarica sui cittadini costi economici e rischi sanitari. L’abbandono di carcasse animali non è una leggerezza né una consuetudine di altri tempi. È un reato punito penalmente, disciplinato da norme precise introdotte nel 2006 e rafforzate nel 2012. La legge impone procedure rigorose per lo smaltimento degli animali morti, proprio per evitare contaminazioni ambientali e pericoli per la salute pubblica.
In questo caso, invece, qualcuno ha scelto la strada più semplice e più irresponsabile: liberarsi dei corpi nel bosco, confidando forse nell’isolamento della zona e nel silenzio delle Vaude. Ma la natura non è una discarica. E il territorio non è terra di nessuno.
A farsi carico della rimozione è stato il Comune di Rivarossa, che ha dovuto attivare il servizio veterinario dell’Asl To4 per seguire le procedure previste. Le carcasse sono state recuperate e avviate all’incenerimento, come impone la normativa. Un intervento complesso e oneroso, con costi che ricadono sull’amministrazione e quindi sulla collettività. In altre parole, sui contribuenti.
La vicenda riporta al centro un problema noto: il pascolo vagante. In un’area vasta e periferica come quella che comprende la Riserva naturale delle Vaude e le zone isolate dei comuni limitrofi, la gestione dei movimenti delle mandrie è una questione delicata. La normativa prevede che i mandriani comunichino gli spostamenti e indichino i proprietari dei terreni che autorizzano il passaggio degli animali. Un sistema che sulla carta dovrebbe garantire tracciabilità e controllo. Nella pratica, però, non sempre è facile verificare e contestare eventuali irregolarità.
È proprio in queste pieghe che si inseriscono comportamenti opachi. Se un animale muore durante il pascolo, la legge non lascia margini di interpretazione: deve essere attivata la procedura di smaltimento attraverso i canali autorizzati. Abbandonarlo in un’area boschiva significa sottrarsi agli obblighi, risparmiare sui costi e trasferire il problema alla comunità.

Il rischio non è solo etico. Una carcassa in decomposizione può attirare fauna selvatica, diffondere agenti patogeni, contaminare il suolo e le acque. In un contesto naturale come quello delle Vaude, dove biodiversità e fragilità ambientale convivono, simili episodi rappresentano un pericolo concreto.
Il sindaco Enrico Vallino ha parlato di atto ignobile, sottolineando la gravità del gesto e invitando i cittadini a segnalare eventuali anomalie nelle presenze sul territorio. Un appello alla collaborazione che evidenzia un dato: senza segnalazioni e senso civico, molti episodi rischiano di rimanere sommersi.
La questione, tuttavia, non può essere delegata solo alla vigilanza informale dei residenti. Serve un rafforzamento dei controlli, una maggiore tracciabilità dei pascoli, un coordinamento costante tra Comuni, Asl e forze dell’ordine. Perché il rispetto dell’ambiente non può dipendere esclusivamente dalla buona volontà.
C’è poi un aspetto simbolico. Rivarossa è un piccolo centro immerso in un contesto naturale che rappresenta un patrimonio collettivo. L’ambiente non è solo uno scenario, ma una risorsa identitaria. Abbandonare carcasse nei boschi significa colpire quel patrimonio, svilire un bene comune.
Non è la prima volta che il tema del pascolo vagante genera tensioni e discussioni. Gli equilibri tra attività agricola, tutela ambientale e controllo amministrativo sono complessi. Ma la complessità non può diventare un alibi. Le regole esistono proprio per evitare che l’interesse individuale prevalga sul bene collettivo.
Chi ha lasciato quei vitelli nel bosco ha fatto una scelta precisa. Ha preferito evitare una procedura regolare, ha ignorato le conseguenze e ha trasferito il peso economico e morale sull’intera comunità. È questo il punto più amaro della vicenda: non solo un reato, ma un gesto che tradisce il senso di appartenenza a un territorio.
Ora resta da capire se sarà possibile risalire ai responsabili. Le indagini, in questi casi, sono complicate. Ma il messaggio che deve passare è chiaro: il bosco non è una zona franca. Ogni carcassa abbandonata è una ferita aperta, non solo per l’ambiente ma per la dignità di una comunità che non merita di pagare per l’incuria altrui.
La natura, spesso silenziosa, non dimentica. E neppure i cittadini dovrebbero farlo.

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