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La Voce degli animali
20 Febbraio 2026 - 15:53
Posizionamento reti
Le prime piogge di fine febbraio, le temperature che smettono di mordere e quell’umidità che sale dai boschi sono il segnale. Non per noi, distratti dal traffico e dai cantieri, ma per loro. I rospi escono dai rifugi in cui hanno trascorso l’inverno e si mettono in marcia. Una migrazione antica, silenziosa, ostinata. E pericolosissima.
Ogni anno, quando le giornate si allungano e l’aria si fa più mite, gli anfibi lasciano i siti di svernamento e puntano verso stagni, laghi e torbiere dove avviene la riproduzione. È un’uscita di massa sincronizzata con le condizioni climatiche: più piove, più l’umidità aumenta, più la migrazione si intensifica. Le serate piovose sono quelle decisive. Per circa un mese, migliaia di piccoli corpi attraversano boschi, prati e – soprattutto – strade. Prima verso l’acqua, poi di nuovo indietro, verso il bosco.
In mezzo, l’asfalto.


Per evitare che questa transumanza notturna si trasformi in una strage, per il sedicesimo anno consecutivo il Dipartimento Ambiente e Sviluppo Sostenibile della Città metropolitana di Torino ha attivato la campagna di salvaguardia dei rospi. Un’operazione che si ripete ogni fine inverno e che ha un obiettivo chiaro: ridurre le morìe causate dal traffico veicolare sulle strade provinciali.
Perché il problema non è la pioggia, non è il freddo. Il problema sono le infrastrutture. Strade, autostrade, nuovi insediamenti abitativi hanno cancellato in alcuni casi intere aree umide, fondamentali per la sopravvivenza della specie. In altri hanno spezzato i corridoi ecologici, trasformando il percorso verso i siti riproduttivi in una sequenza di ostacoli. Il risultato è noto: centinaia di esemplari schiacciati in poche ore.
Le modalità di intervento variano a seconda dei contesti. Dove il traffico è intenso e non ci sono margini per operare in sicurezza, si può fare poco più che installare cartelli di segnalazione che invitano gli automobilisti a rallentare. Un appello al buon senso, spesso affidato alla sensibilità individuale.
Nei tratti più idonei, invece, entrano in gioco le reti di intercetto. In origine pensate per convogliare i rospi verso sottopassi dedicati – i cosiddetti “rospodotti” – si sono rivelate nel tempo più utili come strumento di supporto ai volontari che come soluzione autonoma. L’esperienza maturata in sedici anni ha dimostrato che molti rospodotti, per via del diametro insufficiente e della difficoltà di indirizzare gli animali al loro interno, non vengono utilizzati. Gli anfibi, semplicemente, non li imboccano.
Diverso il caso dei sottopassi più ampi, con un diametro superiore al metro, solitamente destinati allo scolo delle acque: questi sì, vengono attraversati. Dove le strutture non funzionano, restano le mani. Quelle dei volontari che, nelle notti piovose, raccolgono gli animali e li trasportano manualmente dall’altro lato della carreggiata.
Negli anni la mappa degli interventi è cambiata. In alcune località storicamente interessate dalla migrazione – San Giorgio di Susa, Rivarossa, Rosta, Buttigliera – il numero di esemplari è calato drasticamente. La migrazione quasi non ha più luogo e gli schiacciamenti sono diventati rari. Un dato che può sembrare positivo, ma che racconta anche un possibile impoverimento delle popolazioni locali.
Altrove, invece, il fenomeno è ancora ben presente. Nella zona collinare di Torino si registra una migrazione significativa e una crescente attenzione dei cittadini. Per il 2026 è stato confermato, seppur in misura ridotta a causa di un cantiere in corso, l’intervento al bacino artificiale del lago Gurzia, tra Vistrorio e Vidracco. Qui convergono migliaia di anfibi provenienti dalle colline circostanti. I volontari del Circolo di Legambiente “Chiusella Vivo” si occupano della posa delle barriere che facilitano le operazioni di salvataggio.
Da quest’anno si aggiunge un nuovo sito nel Comune di Val di Chy: i volontari della LAC – Sezione Regionale Piemonte, insieme al personale della Città metropolitana, hanno installato una barriera lunga 300 metri per intercettare i rospi diretti verso la torbiera che sovrasta la Strada Provinciale 64. Un intervento mirato, in un punto particolarmente critico.
A Giaglione, grazie all’interessamento dell’amministrazione comunale, si proverà a tutelare la migrazione verso un lago situato all’interno di una proprietà privata, con la collocazione di una barriera di intercetto. In Valle Pellice, invece, un gruppo spontaneo di volontari – con il supporto del circolo locale di Legambiente – ha programmato uscite nelle serate piovose nei tratti dove negli anni scorsi si sono registrati numerosi schiacciamenti. L’obiettivo è individuare i punti più critici e valutare, nei prossimi anni, azioni strutturate.
È una mobilitazione che si accende al calare della sera, quando l’asfalto brilla di pioggia e i fari delle auto tagliano il buio. Da una parte la fretta, dall’altra un ritmo millenario. In mezzo, una barriera di plastica, un cartello stradale, una torcia accesa.
Per un mese, tra febbraio e marzo, la sopravvivenza di migliaia di rospi dipende da una combinazione fragile: la pianificazione degli enti pubblici, l’impegno dei volontari e la prudenza di chi guida. Basta poco, in fondo. Rallentare. Perché sotto quelle ruote, in queste settimane, non c’è solo asfalto. C’è una migrazione che si ripete da secoli e che oggi chiede, semplicemente, di poter continuare.
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