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Cronaca

Assolto perché il fatto non sussiste: Sergio Muro esce dal processo Koko e ritrova la piena agibilità politica

Il tribunale di Torino chiude il caso sul cellulare ricevuto quando era vicesindaco: esclusa la corruzione, cadono le accuse che per anni hanno accompagnato il sindaco di Rivalta

Assolto perché il fatto non sussiste: Sergio Muro esce dal processo Koko e ritrova la piena agibilità politica

Assolto perché il fatto non sussiste: Sergio Muro esce dal processo Koko e ritrova la piena agibilità politica

Una frase secca, definitiva, che in aula pesa più di qualsiasi arringa: «assolto perché il fatto non sussiste». Nel primo pomeriggio del 6 febbraio, davanti al tribunale di Torino, Sergio Muro ascolta la formula che mette fine a una vicenda giudiziaria durata anni e che, per tutto questo tempo, ha accompagnato il suo percorso politico come un’ombra. La procura aveva chiesto un anno e quattro mesi di condanna. I giudici, invece, hanno escluso l’esistenza stessa del reato. Nessuna corruzione, nessun patto illecito, nessuna contropartita nascosta dietro quel telefono cellulare ricevuto quando Muro era vicesindaco di Rivalta di Torino.

L’assoluzione arriva nel processo di primo grado e restituisce al sindaco una piena agibilità politica e personale, cancellando l’ipotesi più grave contestata dalla pubblica accusa. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni, ma il dispositivo è già sufficiente a segnare uno spartiacque netto.

La vicenda giudiziaria nasce come filone collaterale dell’inchiesta sulla catena di negozi Koko e sul suo insediamento nell’area dell’ex Rosa dei Mobili a Rivalta. Un’indagine ampia e complessa, che negli anni ha portato a condanne definitive per altri imputati nel procedimento principale, già arrivato in secondo grado. In quel contesto, la posizione di Muro era stata stralciata e trattata separatamente, concentrandosi su un episodio circoscritto ma politicamente esplosivo.

Secondo l’accusa, l’allora imprenditore titolare della catena Koko avrebbe regalato a Muro un cellulare mentre quest’ultimo ricopriva il ruolo di vicesindaco nella giunta guidata dal compianto Nicola De Ruggiero. Per la procura, quel dono non era un gesto neutro, ma l’anticamera di un rapporto corruttivo, un segnale di disponibilità che avrebbe dovuto aprire la strada a favori o agevolazioni amministrative. Su questa base era stata formulata l’imputazione, con una richiesta di condanna che, se accolta, avrebbe avuto conseguenze devastanti anche sul piano politico.

La difesa, affidata all’avvocato Giacomo Telmon, ha invece smontato punto per punto l’impianto accusatorio, sostenendo che non esistesse alcun pactum sceleris, nessun accordo, neppure implicito, tra il dono e un atto amministrativo. Quel telefono, secondo la ricostruzione difensiva, era un regalo natalizio, privo di valore penale e soprattutto scollegato da qualsiasi promessa o utilità indebita. Una tesi che il tribunale ha fatto propria, arrivando a escludere la sussistenza del fatto stesso.

Nel medesimo procedimento, va ricordato, due coimputati sono stati invece condannati, a conferma di come la posizione di Muro sia stata valutata autonomamente e separatamente rispetto al resto del quadro accusatorio. Un elemento che rafforza il peso della decisione assolutoria e ne sottolinea la specificità.

All’uscita dall’aula, il sindaco di Rivalta ha parlato con toni misurati ma carichi di sollievo. «Sapevo di essermi comportato bene e ho voluto difendermi nel merito, senza scorciatoie. Finalmente posso tornare sereno», ha dichiarato, ringraziando la famiglia, il suo legale, gli amici e «tanti dipendenti del Comune» che in questi anni gli sono rimasti accanto. «Il mio lavoro per Rivalta continua con la stessa determinazione ed entusiasmo di prima», ha aggiunto, rivendicando la scelta di non arretrare e di affrontare il processo fino in fondo.

Una scelta che, come ha sottolineato l’avvocato Telmon, non era affatto scontata. «Muro avrebbe potuto chiudere con un patteggiamento. È stata una decisione coraggiosa: se fosse stato condannato, avrebbe dovuto lasciare la carica. Sapevamo che tutto era stato fatto correttamente e i giudici lo hanno compreso». Una linea difensiva che ha puntato tutto sul dibattimento, accettando il rischio massimo pur di ottenere una pronuncia piena.

Nel corso degli anni, mentre il procedimento seguiva il suo iter, Muro aveva anche versato al Comune di Rivalta una somma di poco inferiore ai 7.000 euro, affinché l’ente non si costituisse parte civile. Un passaggio che il sindaco ha sempre precisato non essere un risarcimento danni, né tantomeno un’ammissione di responsabilità, ma una scelta amministrativa volta a tutelare l’ente in una fase di incertezza giudiziaria.

Ora, con l’assoluzione in primo grado, il quadro cambia radicalmente. Sul piano politico-amministrativo, la sentenza rafforza la posizione del sindaco e stabilizza l’azione di governo locale, liberandola da un procedimento che rischiava di condizionarla fino alla fine del mandato. Sul piano giuridico, resta l’attesa per le motivazioni, che chiariranno nel dettaglio perché il tribunale ha escluso qualsiasi nesso tra il dono e una promessa di utilità indebita, tracciando un confine netto tra cortesia personale e corruzione.

Un confine spesso sottile, discusso e scivoloso, soprattutto quando si intrecciano politica, imprenditoria e atti amministrativi. In questo caso, almeno per Sergio Muro, i giudici hanno stabilito che quel confine non è mai stato oltrepassato. E la formula pronunciata in aula, “il fatto non sussiste”, chiude una pagina che a Rivalta resterà a lungo nella memoria pubblica.

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