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30 Gennaio 2026 - 11:10
Davide Borgione muore sull’asfalto: due minuti di immagini raccontano una notte di disumanità
Due minuti. È il tempo in cui si consuma una vicenda che oggi pesa come un macigno sulla città. Due minuti racchiusi nelle immagini delle telecamere di via Nizza e corso Marconi, che gli agenti della Polizia municipale hanno passato al setaccio per ore, fermando i frame, confrontando angolazioni, cercando risposte. Quelle immagini, ormai, parlano da sole e restituiscono una sequenza definita dagli investigatori come chiara e agghiacciante.
Prima c’è la caduta di Davide Borgione dalla bicicletta. Subito dopo, il passaggio di un’auto che molto probabilmente lo urta e prosegue la marcia. Infine, l’arrivo di una Fiat Punto scura con a bordo due uomini che si fermano, non per soccorrere, ma per derubare il ragazzo steso sull’asfalto, senza chiamare aiuto. Tutto avviene in una manciata di secondi, mentre piove, in una strada che diventa teatro di una tragedia difficile da accettare.
Quello che precede è stato ricostruito grazie ai racconti degli amici di Davide, che oggi lo saluteranno per l’ultima volta al funerale previsto alle 15.40 al tempio crematorio. «È uscito dalla discoteca poco prima delle quattro, noi siamo rimasti lì. Voleva andare a casa per studiare il giorno dopo. Lunedì avrebbe dovuto dare un esame», raccontano. Davide, per tutti “Borgio”, era iscritto al primo anno di Economia. Era una di quelle notti in cui si torna a casa presto perché il giorno dopo c’è da studiare, da prepararsi, da pensare al futuro.
Dopo essere uscito dal Milk, aveva attraversato a piedi il cavalcavia di corso Sommeiller e, arrivato in via Nizza, aveva noleggiato una bici. Era abituato a muoversi così, con monopattini o mezzi elettrici. Una routine spezzata all’improvviso.

Nelle immagini, Davide compare all’altezza dell’incrocio con corso Marconi. Sono le 4.01 e 46 secondi quando cade. Finisce a terra. Nella stessa inquadratura compare anche una Jeep, guidata da un funzionario di banca oggi indagato per omissione di soccorso. L’urto avviene probabilmente quando Davide è già a terra, circa trenta secondi dopo la caduta. Nel frame successivo la Jeep attraversa il punto in cui il ragazzo è riverso sull’asfalto. Lui non si vede più, è troppo in basso rispetto al campo visivo della telecamera. L’orologio segna poco dopo le 4.02.
Da lì alla scena che gli investigatori definiscono choc passa un altro minuto appena. Una Fiat Punto scura entra nel raggio di ripresa. A bordo ci sono due uomini giovani, residenti nella prima cintura della città. Lavorano, hanno una vita apparentemente ordinaria. La Punto rallenta nel punto esatto in cui Davide è steso a terra, con la testa ferita e sanguinante. Poi si ferma. Rimane immobile per venti secondi. Nessuno scende subito. È il tempo sospeso in cui, secondo chi indaga, i due valutano cosa fare, si guardano intorno, forse cercano di capire se qualcuno li stia osservando.
Poi uno dei due apre la portiera. Si avvicina a Davide. Non si china, non presta soccorso. Rimane in piedi e lo tocca con la punta della scarpa, più volte, per verificare se reagisce. Non c’è risposta. Davide non si muove. Sta morendo. Forse è già morto. Nessuno può dirlo con certezza. Ma una cosa resta sospesa, come una ferita aperta: forse si sarebbe potuto salvare.
L’uomo continua. Lo tocca ancora, questa volta con le mani, fruga sui pantaloni. Gli porta via il portafoglio. Poi risale in auto. La Punto riparte e scompare. La scena finisce così, nel silenzio e sotto la pioggia.
Davide resta a terra. Per quanto tempo, non è ancora chiaro. Finché non arrivano altri due, tre ragazzi, su due auto diverse. Sono loro a fermarsi davvero. Gli unici che, in quella notte, sentono il peso del dovere. Chiamano i soccorsi. L’ambulanza arriva, ma è troppo tardi. Davide verrà dichiarato morto all’ospedale CTO.
Le ore successive sono cariche di silenzio. Gli inquirenti ascoltano i testimoni, ricompongono la sequenza, preparano le domande da rivolgere ai tre indagati quando compariranno in Procura. L’omissione di soccorso viene contestata a tutti. Ai due uomini della Punto si aggiunge anche l’accusa di furto.
Non parlano gli indagati, non parlano neppure i loro avvocati. Hanno appena incontrato i propri assistiti, non hanno ancora visionato gli atti. Intanto, fuori dalle stanze della giustizia, una città intera si interroga su come sia stato possibile assistere a una scena simile senza fermarsi, senza chiamare aiuto, senza fare nulla. «Andremo a raccontare la nostra versione ai pm quando sarà il momento», si limitano a dire i legali Nicola Gallicchio e Andrea Cagliero, aggiungendo che per ora tutto il resto è «no comment».
Il diritto farà il suo corso, distinguendo responsabilità penali e fatti accertati. Ma ciò che resta, oggi, è una ferita morale che attraversa Torino. Due minuti di immagini bastano a raccontare una storia che va oltre i reati contestati e che lascia una domanda pesante, difficile da scrollarsi di dosso: cosa siamo diventati, se davanti a un ragazzo a terra scegliamo di voltare lo sguardo o, peggio, di approfittarne.
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