Un uomo di ottant’anni, residente in provincia di Torino, ha patteggiato una pena di un anno e due mesi di reclusione, con sospensione condizionale, per reati legati alla detenzione di materiale pedopornografico. La sentenza è stata pronunciata oggi in tribunale e chiude, almeno sul piano penale, una vicenda che affonda le radici diversi anni fa e che ha portato alla luce una condotta reiterata nel tempo. Davanti agli investigatori, l’anziano avrebbe provato a minimizzare: «Non l’avevo mai fatto prima», una frase che però si scontra con gli atti dell’inchiesta.
Secondo quanto ricostruito in aula, l’uomo consultava abitualmente sul web contenuti pedopornografici e li salvava sui propri dispositivi, così da poterli rivedere. Una condotta che, una volta emersa, ha portato all’apertura di un procedimento penale conclusosi con il patteggiamento. L’imputato era difeso dall’avvocato Angelo Rovegno.
La prima svolta investigativa risale al 2021, quando gli inquirenti sono riusciti a risalire all’identità dell’anziano attraverso il monitoraggio di un portale online che ospitava video erotici, alcuni dei quali con la presenza di minorenni. Da quel tracciamento è partita la perquisizione domiciliare, con il sequestro di computer e altri supporti informatici, all’interno dei quali è stato rinvenuto il materiale ritenuto illecito.
Nonostante l’indagine già avviata, secondo quanto emerso successivamente, l’uomo non avrebbe interrotto il proprio comportamento. Fino al 2025 sarebbe stato infatti individuato in altre due occasioni analoghe, circostanza che ha spinto la procura a riunire i diversi episodi in un unico fascicolo, rafforzando il quadro accusatorio e delineando una condotta non occasionale.
Nel corso del procedimento, la difesa aveva inizialmente avanzato una proposta di patteggiamento a sei mesi di reclusione, ma la richiesta non ha trovato il consenso della sostituta procuratrice Valentina Sellaroli, che ha ritenuto congrua una pena più elevata alla luce della reiterazione dei fatti. La decisione finale è stata assunta dal giudice Giorgio Potito, che ha omologato il patteggiamento a un anno e due mesi, con pena sospesa.
Del profilo personale dell’imputato è emerso poco. A quanto trapela, solo pochissimi familiari sarebbero stati messi al corrente della vicenda. In aula, l’uomo non avrebbe saputo fornire spiegazioni convincenti sulle ragioni dei propri comportamenti, limitandosi a dichiarazioni che, secondo l’accusa, non trovano riscontro nei dati oggettivi dell’indagine. La frase pronunciata al momento della scoperta, «Non l’avevo mai fatto prima», appare oggi in evidente contrasto con la ricostruzione temporale degli episodi.
Il caso riporta al centro dell’attenzione un tema particolarmente delicato come la tutela dei minori e il contrasto ai reati commessi attraverso la rete. Da un lato emerge l’importanza delle attività di monitoraggio delle piattaforme online e della tracciabilità degli accessi, dall’altro la necessità di interventi tempestivi, come i sequestri dei dispositivi, per impedire la prosecuzione delle condotte. Resta infine aperta una questione più ampia, che va oltre il singolo processo: quella della responsabilità individuale nell’uso delle tecnologie e della prevenzione di uno dei crimini più odiosi e dannosi, le cui vittime restano spesso invisibili ma profondamente segnate.