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29 Gennaio 2026 - 12:22
"Vieni a giocare alla Play", e violenta il cugino di 7 anni. Genitori ora devono pagare 300mila euro di risarcimento
Tra il 2017 e il 2018, in provincia di Venezia, un bambino di 7 anni sarebbe stato vittima di ripetuti abusi da parte del cugino quattordicenne. L’esca, secondo quanto ricostruito, era sempre la stessa: “Vieni a giocare alla PlayStation”. A distanza di anni, dopo il percorso penale minorile, è arrivata anche la sentenza civile: i genitori del ragazzo sono stati condannati a risarcire 300 mila euro alla famiglia della vittima per mancata vigilanza e mancata educazione.
La vicenda è stata ricostruita da Fanpage.it (articolo di Ida Artiaco, pubblicato il 29 gennaio 2026). Secondo quanto emerso, gli episodi sarebbero avvenuti per due estati consecutive, all’interno di un contesto familiare e domestico. Il cugino maggiore avrebbe attirato più volte il bambino a casa con la promessa di un gioco, per poi sottoporlo a violenze e minacce. Il piccolo, come spesso accade in casi simili, avrebbe inizialmente taciuto, arrivando perfino a sentirsi in colpa, prima di confidarsi con la madre.
La donna, dopo aver ascoltato il racconto del figlio, lo ha registrato. Avrebbe registrato anche il nipote e consegnato entrambi i file ai carabinieri. Nel marzo 2019 il bambino è stato sentito con la formula dell’audizione protetta, durante un incidente probatorio: una procedura prevista per evitare che un minore sia costretto a ripetere più volte il racconto, riducendo così l’impatto traumatico della testimonianza.
Dal verbale della sentenza, citato dalla testata, emerge che l’allora 14enne avrebbe agito sfruttando la condizione di inferiorità fisica e psicologica del cuginetto legata alla sua età.
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Sul piano penale, la parabola giudiziaria del ragazzo si è chiusa con l’istituto della messa alla prova: nel 2020, a 17 anni, avrebbe presentato una memoria ammettendo le proprie responsabilità e chiedendo di accedere al percorso previsto per i minorenni, basato su attività di recupero e responsabilizzazione. Secondo quanto riportato, tra volontariato, servizi sociali e psicoterapia, il percorso sarebbe stato completato in circa 18 mesi e nel 2021, con il raggiungimento della maggiore età, sarebbe arrivato il non luogo a procedere.
Ma il capitolo civile non si è fermato lì. La famiglia della vittima ha infatti proseguito l’azione in tribunale ottenendo nei giorni scorsi una decisione netta: 300 mila euro di risarcimento a carico dei genitori del ragazzo, somma destinata al minore e ai suoi genitori. Il giudice ha motivato la condanna richiamando la responsabilità dei genitori per culpa in educando e culpa in vigilando, cioè per non aver impedito, con adeguata educazione e controllo, che il figlio commettesse quei fatti.
Il riferimento è l’articolo 2048 del Codice civile, che prevede la responsabilità dei genitori per i danni causati dai figli minorenni, salvo che riescano a dimostrare di aver esercitato una vigilanza adeguata e impartito un’educazione idonea. In sostanza: la messa alla prova può chiudere il procedimento penale minorile, ma non cancella automaticamente il danno e le conseguenze sul piano civile.
La sentenza riporta al centro una questione spesso ignorata finché non esplode: la tutela dei minori passa anche dagli ambienti considerati “sicuri”, come le case dei parenti, i pomeriggi di gioco, le occasioni in cui un adulto abbassa la guardia perché “tanto sono in famiglia”. In questa storia, la giustizia ha stabilito che quel margine di fiducia, trasformato in vuoto di controllo, ha avuto un costo preciso: 300 mila euro e una responsabilità che non si ferma all’autore materiale, ma coinvolge chi aveva il dovere di vigilare.
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