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Cronaca

“Adesso mi ammazza”: bimba lasciata fuori casa e punita. Madre indagata per maltrattamenti

Una bambina di sei anni racconta alle maestre ore di gelo sul pianerottolo, docce ghiacciate, grembiuli sporchi di escrementi e capelli tagliati come punizione...

“Adesso mi ammazza”: bimba lasciata fuori casa e punita. Madre indagata per maltrattamenti

“Adesso mi ammazza”: bimba lasciata fuori casa e punita. Madre indagata per maltrattamenti

La frase è uscita in classe, quasi senza voce: «Adesso mi ammazza». Sei parole pronunciate da una bambina di sei anni, sufficienti a far scattare un allarme che ha portato la Procura di Rimini ad aprire un fascicolo per maltrattamenti contro familiari. Nel registro degli indagati è finita una donna riminese di 40 anni, madre della piccola. Il Gip ha disposto l’allontanamento della donna dalla figlia, affidata al padre, e ha segnalato ai servizi sociali anche la posizione del fratello maggiore, di sette anni.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la bambina avrebbe raccontato una sequenza di punizioni e umiliazioni che non si sarebbero limitate a singoli episodi isolati. Docce fredde imposte come castigo, capelli tagliati volontariamente in modo asimmetrico, l’obbligo di andare a scuola con il grembiule sporco di escrementi. E poi ore passate fuori casa, sul pianerottolo, senza cappotto né cibo, mentre la madre si allontanava per commissioni o si fermava al bar. Racconti che, secondo gli atti, hanno trovato riscontri nelle verifiche svolte e che hanno convinto il giudice della necessità di intervenire subito, per evitare una possibile escalation.

Il provvedimento cautelare, firmato il 27 gennaio 2026, si fonda sull’ipotesi di reato prevista dall’articolo 572 del codice penale, che punisce le condotte abituali di vessazione fisica o psicologica all’interno della famiglia. Non serve un singolo gesto eclatante: è la reiterazione, il clima di sopraffazione, l’umiliazione sistematica a configurare il reato. Ed è proprio questa continuità che il Gip ha ritenuto credibile e pericolosa, disponendo il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla minore.

La bambina è ora affidata al padre e potrà essere ascoltata in un contesto protetto, mentre i servizi sociali sono chiamati a valutare anche la situazione del fratello maggiore. Le misure adottate non sono una condanna, ma uno strumento di tutela immediata, pensato per interrompere il contatto e garantire sicurezza in una fase delicata dell’indagine.

In questa vicenda, il punto di svolta non è un referto medico né una denuncia formale, ma l’attenzione della scuola. È lì che la paura ha trovato una crepa, ed è lì che una frase apparentemente sproporzionata è stata presa sul serio. Perché l’esperienza insegna che dietro parole così nette, pronunciate da un bambino, spesso non c’è fantasia ma una richiesta d’aiuto.

L’inchiesta dovrà ora chiarire l’arco temporale dei fatti, la loro effettiva portata e le eventuali responsabilità penali. La difesa potrà fornire una versione alternativa, chiedere accertamenti, contestare i riscontri. Ma intanto una certezza resta: la trascuratezza e l’umiliazione non sono metodi educativi, e nel diritto – come nella vita reale – costituiscono una forma di violenza. È su questo confine, spesso ignorato o minimizzato, che si gioca una parte decisiva della tutela dei minori.

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