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27 Gennaio 2026 - 08:00
Jacques e Jessica Moretti
La neve tace, ma non cancella il nero del soffitto. È l’1 gennaio, poco dopo le 01:30: nel seminterrato del locale Le Constellation le scintille delle “fontane” sui colli delle bottiglie di champagne sfiorano il controsoffitto. Bastano secondi: un lampo, un “flashover”, la temperatura che schizza, il fumo che morde i polmoni. Quando le fiamme si placano, restano 40 corpi e una comunità che conta oltre 110 feriti: per molti saranno mesi, anni di sale operatorie, innesti di pelle, riabilitazioni, psicoterapia. E, accanto al lutto, una questione materiale imponente: chi pagherà, quanto, e quando. Le prime stime parlano di un “conto” complessivo che va da 600 milioni a oltre 1 miliardo di franchi; i tempi di liquidazione oscillano tra 10 e 15 anni. Per chi ha perso un figlio, o per chi rinascerà con cicatrici e disabilità, significa una seconda montagna da scalare.
Questi punti non sono dettagli tecnici: dall’accertamento delle responsabilità discende buona parte dell’architettura dei risarcimenti. In Svizzera, l’eventuale colpa accertata dei gestori (e di altri soggetti, se ve ne fossero) determina il perimetro della responsabilità civile, i massimali assicurativi attivabili, le azioni di regresso tra assicurazioni e la compartecipazione ai danni morali e patrimoniali.
Le autorità hanno identificato tutte le vittime. Tra i deceduti si contano prevalentemente cittadini svizzeri, francesi e italiani; tra i feriti, molti sono minorenni o giovani adulti trasferiti anche all’estero per cure specialistiche. La Confederazione ha osservato una giornata di lutto nazionale il 9 gennaio 2026. Questi dati, oltre al loro valore umano, pesano nel calcolo dei danni: l’età giovane delle vittime e dei feriti “allunga” le proiezioni di perdita di reddito e di costi sanitari futuri.
La prima stima ragionata arriva dal professore di diritto privato Pascal Pichonnaz (Università di Friburgo), che – incrociando tabelle di capitalizzazione, voci di danno e platea dei danneggiati – colloca il “cumulo” dei risarcimenti tra 600 milioni e oltre 1 miliardo di franchi. L’ordine di grandezza include tre macro‑voci: cure mediche, perdita di guadagno (attuale e futura) e danno morale per vittime e familiari superstiti.
ALERTE INFO – Jacques et Jessica Moretti ont été auditionnés sur le fond de l’incendie du bar Le Constellation (40 morts, 116 blessés). Ils révèlent qu’un salarié aurait verrouillé la porte de service le soir du drame, en dépit des consignes. Le couple reconnaît aussi… pic.twitter.com/5ihUWd31sX
— Media Express (@media_express_e) January 26, 2026
Secondo analisi e dati condivisi da Suva (l’Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni), i costi di trattamento per grandi ustioni in casi comparabili variano da 650.000 a 1,6 milioni di franchi per persona; l’onere non si esaurisce nel primo anno (chirurgia acuta, unità grandi ustionati, terapie intensive), ma prosegue con riabilitazione e interventi successivi, spesso per anni. Proiettata sul numero di feriti gravi, questa sola voce arriva attorno a 180 milioni di franchi.
La perdita di reddito è la voce più pesante in prospettiva: se si ipotizza, come fa l’esperto di Friburgo, un reddito medio annuo di 100.000 franchi e una vita lavorativa residua di 40 anni per molti feriti minorenni o giovanissimi, la proiezione cumulata supera da sola i 400–450 milioni di franchi. A questo si sommano possibili impatti su rendite pensionistiche e capacità lavorativa residua. Per i familiari delle vittime decedute, la legge civile svizzera riconosce l’indennità per perdita di sostegno e, in alcuni casi, il danno domestico.
Il capitolo del “Genugtuung” (danno morale) in Svizzera ha storicamente ordini di grandezza più contenuti rispetto ad altri paesi europei, ma in casi gravissimi e collettivi può diventare una fetta significativa. Le stime circolate per Crans‑Montana, tenendo conto di vittime e centinaia di congiunti prossimi danneggiati, portano il totale in un range alto di centinaia di milioni. Va ribadito: si tratta di proiezioni, che dipendono da accertamenti individuali e da orientamenti giurisprudenziali sul punto.
In linea generale, i costi sanitari immediati e di lungo periodo sono coperti dall’assicurazione infortuni (Suva o assicuratori privati) e dalle assicurazioni malattia. La partita “calda” si sposta poi sulla responsabilità civile: se il procedimento penale o quello civile accerteranno colpe e nessi causali, scatteranno i massimali delle polizze dei gestori, dei proprietari o di altri soggetti (impiantisti, fornitori di materiali), con possibili azioni di regresso tra assicurazioni e verso i responsabili. Il Canton Vallese ha inoltre annunciato un fondo iniziale di 10 milioni di franchi per le vittime, un intervento ponte che non sostituisce i risarcimenti ma può sostenere i primi bisogni.
Un elemento normativo rilevante, emerso con tempismo crudele, è la modifica entrata in vigore il 1° gennaio 2026 alla legge edilizia cantonale del Vallese: il nuovo articolo chiarisce che l’autorità competente non risponde dei danni causati da violazioni commesse da committenti, proprietari o gestori. Per i legali delle parti civili, ciò può restringere i margini di azione diretta contro i comuni per omissioni di controllo; non esclude, tuttavia, che i profili di colpa di soggetti privati possano aprire comunque ampi spazi risarcitori.
Secondo Pascal Pichonnaz, i tempi di definizione dei risarcimenti – soprattutto per le posizioni più complesse – possono arrivare a 10–15 anni. Il motivo è duplice: da un lato il procedimento penale condiziona il civile (le costituzioni di parte civile “viaggiano” con l’inchiesta e il dibattimento); dall’altro, la necessità di valutare nel tempo il danno biologico e la capacità lavorativa residua dei grandi ustionati rende spesso indispensabile attendere stabilizzazioni cliniche e pronunce medico‑legali definitive. Un accordo stragiudiziale ampio – con assicurazioni, gestori ed eventuali altri responsabili – potrebbe ridurre i tempi, ma richiede basi fattuali solide e convergenza di interessi che oggi, a poche settimane dalla tragedia, ancora non si vede.
Un’ulteriore pista, riportata dalla stampa e all’attenzione degli avvocati di parte civile, riguarda un presunto principio d’incendio nel 2024 nello stesso locale, sempre legato a candele pirotecniche vicino al soffitto: un elemento che, se confermato agli atti, aggraverebbe la posizione dei gestori quanto a conoscenza del rischio. Prudenza, però: la circostanza è oggetto di verifiche e va trattata per ciò che è, un’informazione di stampa in attesa di riscontri giudiziari.
Il caso ha assunto una dimensione diplomatica. Il governo italiano, con la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha annunciato l’intenzione di costituirsi parte civile, chiedendo una squadra investigativa comune con la Svizzera e, in sede UE, il coinvolgimento della Commissione europea. Roma ha persino richiamato temporaneamente il proprio ambasciatore da Berna, segnalando irritazione per “lacune” e “ritardi” nelle indagini. È un pressing che ha un riflesso immediato: assistenza coordinata alle famiglie italiane nelle cause penali e civili, e – sullo sfondo – una potenziale sinergia con altri Paesi europei colpiti.
Se c’è una cosa che la tragedia di Crans‑Montana rende evidente è la vulnerabilità dei locali interrati, con soffitti bassi, materiali potenzialmente fumogeni e tossici e vie di fuga strette. Gli esperti parlano di combinazione letale di quattro fattori: fonte d’innesco (le “fontane”), materiale di rivestimento, assenza/inefficacia dei sistemi di rilevazione/estinzione e densità di folla. È qui che si gioca la partita della prevenzione: divieti chiari sulle pirotecniche indoor, controlli terzi, tracciabilità dei materiali (con certificazioni verificabili e verificabili di nuovo), esercitazioni e personale formato a gestire l’evacuazione.
Un inciso non secondario riguarda il diritto: la riforma vallesana del 1° gennaio 2026 – che limita la responsabilità dell’autorità pubblica per violazioni dei privati – solleva una questione di policy. Se il pubblico si auto‑esclude, i controlli devono essere tanto più rigorosi e affidati a soggetti davvero indipendenti. La fiducia si ricostruisce con regole chiare e ispezioni frequenti, non con dichiarazioni ex post.
Per i genitori che hanno seppellito un figlio, per i ragazzi che si guardano allo specchio cercando un volto da riconoscere, le cifre – 600 milioni, 1 miliardo, 15 anni – sono solo rumore di fondo. Eppure, nella concretezza di un sistema che deve curare e risarcire, quei numeri contano: trasformano la retorica in assistenza, le promesse in protesi, la solidarietà in ore di terapia.
La strada è lunga. Ma qualcosa si è mosso: l’identificazione delle vittime completata, il cordoglio nazionale, la rete di ospedali e centri ustioni attivata anche oltre confine, gli impegni dei governi e le azioni collettive degli avvocati di parte civile. Il resto dipende dalla velocità con cui la verità tecnica (cause, materiali, capienza, vie di fuga) verrà messa in chiaro. Solo allora, dalla giustizia potrà discendere un risarcimento che sia davvero tale: non un prezzo del dolore, ma il riconoscimento, parziale e imperfetto, di una responsabilità.
E insieme a tutto questo, resta la lezione che non si può più eludere: in un locale chiuso, con soffitti bassi e materiali sbagliati, una scintilla non è mai una coreografia. È un innesco.
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