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24 Gennaio 2026 - 21:26
Non più soltanto coltelli nascosti negli zaini o lame esibite per intimidire. Ora, nelle scuole italiane, compare anche il machete. Succede a Budrio, nel Bolognese, all’Itis Giordano Bruno, dove venerdì mattina uno studente di 15 anni, italiano, è entrato in classe con una lama di grandi dimensioni nello zaino. A scoprirla è stata una professoressa durante le normali attività scolastiche. Nessuna colluttazione, nessuna minaccia esplicita: ma abbastanza per far scattare l’allarme e chiamare immediatamente i carabinieri.
I militari sono arrivati a scuola, hanno identificato il ragazzo e lo hanno accompagnato in caserma. Il machete è stato sequestrato. La giornata è proseguita tra classi scosse e docenti increduli. Ancora una volta, un’arma da taglio entra in un istituto scolastico senza che nessuno se ne accorga fino all’ultimo momento. Ancora una volta, la scuola si scopre fragile, esposta, impreparata a intercettare un disagio che ormai non è più episodico.
Il caso di Budrio non arriva isolato. Pochi giorni prima, a Trieste, in una scuola secondaria di primo grado, un alunno ha estratto un coltello con una lama di 20 centimetri nei bagni durante la ricreazione, intimorendo i compagni. Anche lì è stato necessario l’intervento dei carabinieri e il sequestro dell’arma. Il Consiglio di classe ha adottato una sanzione disciplinare, ma l’episodio è rimasto come un segnale inquietante: la violenza potenziale entra negli spazi educativi con una facilità che preoccupa.
In questo clima, il tema della sicurezza nelle scuole torna al centro del dibattito politico. A rilanciarlo è il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, intervenuto oggi in Abruzzo a un evento della Lega. Le sue parole sono nette e legano direttamente i fatti di cronaca alla proposta di introdurre metal detector mobili negli istituti scolastici.

Il ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara
«Viene ucciso un ragazzo con un coltello – ha detto riferendosi all’omicidio di Aba, a La Spezia, per mano di un compagno di scuola – ieri hanno trovato un allievo con il machete. Sappiamo che purtroppo sta diventando quasi una moda e molti ragazzi ci vanno in giro». Da qui l’idea: dispositivi di controllo agli ingressi, utilizzabili su richiesta. «La prima cosa che mi viene in mente è proporre metal detector mobili per controllare gli ingressi laddove la scuola sia preoccupata. Il preside o la comunità scolastica possono chiedere al prefetto, che ne valuterà l’utilizzo». E respingendo le accuse di deriva repressiva, Valditara conclude: «Hanno parlato di repressione, ma questa è sicurezza».
La Lega fa immediatamente quadrato attorno al ministro. I parlamentari del Carroccio ricordano che nel pacchetto sicurezza fortemente voluto dal partito è già prevista una stretta sulle lame, con sanzioni più severe, pur tutelando chi porta coltelli per motivi professionali. «È un provvedimento importante e non rinviabile», ribadiscono.
Ma la proposta dei metal detector divide profondamente il mondo della scuola e le istituzioni locali. Tra i più critici c’è il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, che vede in questa soluzione il rischio di inseguire modelli sbagliati. «Se non vogliamo diventare come gli Stati Uniti, che hanno i metal detector in alcune scuole di serie B e C, se non vogliamo seguire la deriva di Trump, dobbiamo sostenere il personale scolastico con stipendi adeguati e, scuola per scuola, riflettere sulle reali esigenze di sicurezza», osserva.
Anche tra i dirigenti scolastici il fronte è tutt’altro che compatto. Il sindacato DirigentiScuola guarda con favore all’idea del ministro, considerandola uno strumento in più per prevenire rischi concreti. Altri presidi, invece, la giudicano una risposta simbolica, difficile da applicare nella quotidianità e potenzialmente controproducente. Un gruppo di dirigenti torinesi sottolinea come «rafforzare empatia, dialogo e ruolo educativo» sia una strada più efficace rispetto a controlli che rischiano di trasformare la scuola in un luogo di sospetto permanente.
Sulla stessa linea si colloca Enrico Galiano, insegnante e scrittore, che affida a una riflessione più ampia il senso del problema. «La scuola dovrebbe essere il luogo dove impari che le emozioni si possono nominare, attraversare, trasformare: non a passare sotto un arco di metallo sperando di non fare bip». Per Galiano, la sicurezza non si costruisce con scorciatoie: «Se vogliamo davvero scuole più sicure, dobbiamo avere il coraggio di dire che è un lavoro lungo e difficile, e investire in ciò che non fa rumore ma funziona: relazioni, ascolto, tempo».
Intanto, però, i fatti incalzano il dibattito. Coltelli, machete, lame sempre più grandi entrano negli zaini degli studenti. A volte per intimidire, a volte per esibizione, altre ancora senza che sia chiaro il confine tra bravata e rischio reale. E ogni episodio aggiunge un tassello a una domanda che resta sospesa: quanto è preparata la scuola a intercettare il disagio prima che diventi pericolo?
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