Basta una telefonata, una voce sicura che si presenta come carabiniere o avvocato, e in pochi istanti la paura prende il sopravvento. È il meccanismo collaudato della truffa del falso incidente, tornata a far parlare di sé a San Giorgio Canavese dopo un tentativo che, fortunatamente, non è andato a segno grazie alla prontezza della persona contattata. Un episodio sufficiente però a spingere il Comune, in accordo con il comando locale dell’Arma, a diffondere un’allerta pubblica anche attraverso i social, per informare i residenti e spiegare come difendersi.
Il caso è emerso nei giorni scorsi, quando un cittadino ha ricevuto una chiamata sospetta e, intuendo l’inganno, ha segnalato l’accaduto. Da qui la scelta dell’amministrazione di intervenire subito sul piano informativo. Il sindaco Marco Baudino ha sottolineato la necessità di “alzare la guardia e conoscere le modalità utilizzate dai malviventi per prevenire futuri episodi”, ricordando come la prevenzione passi prima di tutto dalla consapevolezza.
Lo schema seguito dai truffatori è sempre lo stesso e proprio per questo particolarmente insidioso. Il chiamante si spaccia per un rappresentante delle forze dell’ordine o per un legale e racconta che un familiare è rimasto coinvolto in un grave incidente stradale o in un problema giudiziario. A quel punto entra in gioco la richiesta: una somma di denaro o gioielli da consegnare come presunta cauzione, spesso con l’annuncio dell’arrivo imminente di un incaricato a domicilio. Tutto è costruito per generare urgenza, confusione e shock emotivo, lasciando alla vittima pochissimo tempo per riflettere.
Proprio su questo punto insistono Comune e carabinieri, chiarendo alcuni elementi fondamentali che permettono di smascherare l’inganno. Nell’ordinamento italiano non esiste alcuna cauzione riscossa a domicilio, e i carabinieri non chiedono mai soldi, oro o preziosi, né per telefono né presentandosi a casa. Nessun appartenente all’Arma si recherà mai da un cittadino per ritirare contanti o valori. Queste telefonate servono esclusivamente a creare panico e a spingere chi risponde ad agire senza verifiche.
L’episodio di San Giorgio Canavese non è isolato: segnalazioni simili arrivano da tutto il Canavese e dal Torinese. Ma il tentativo fallito dimostra anche che il raggiro può essere disinnescato. La differenza la fa la capacità di mantenere la calma, interrompere la chiamata quando qualcosa non torna e prendersi il tempo per contattare direttamente i familiari o le forze dell’ordine attraverso i numeri ufficiali.
L’allerta diffusa dal Comune non vuole creare allarmismo, ma rafforzare gli anticorpi sociali della comunità. Informare significa ridurre lo spazio d’azione dei truffatori, che prosperano sul silenzio e sull’isolamento delle vittime. Parlare di questi tentativi in famiglia, con i vicini e tra conoscenti diventa quindi un gesto di tutela collettiva.
In un contesto in cui l’inganno fa leva sui sentimenti più profondi – l’ansia per un figlio, un nipote, un parente – la conoscenza resta l’arma più efficace. Sapere che nessuna autorità chiede denaro al telefono e che ogni richiesta di questo tipo è un segnale d’allarme può trasformare una situazione di paura in una truffa sventata. A San Giorgio Canavese è già successo. L’obiettivo ora è fare in modo che accada sempre.