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Cronaca
20 Gennaio 2026 - 14:03
Bici giù dai murazzi a Torino: ragazza scarcerata dopo 2 anni e 11 mesi. Il giudice: “Ha capito” (foto di repertorio)
Dopo due anni e undici mesi di detenzione, la giovane condannata per il lancio della bicicletta dal bastione dei Murazzi del Po è tornata in libertà. Il Tribunale di Sorveglianza di Genova le ha concesso ieri l’affidamento in prova ai servizi sociali, ritenendo che abbia compreso la gravità del gesto e che possa proseguire all’esterno un percorso di recupero. Una decisione che riapre una ferita mai del tutto rimarginata nella memoria collettiva torinese e che riporta sotto i riflettori una vicenda giudiziaria complessa, iniziata quasi tre anni fa e culminata con una delle più dure condanne inflitte a minorenni per un episodio di violenza urbana.
I fatti risalgono alla notte tra il 21 e il 22 gennaio 2023. Mauro Glorioso, allora studente universitario di Medicina, stava camminando lungo i Murazzi, nel tratto sottostante il bastione, quando una bicicletta venne lanciata dall’alto, da oltre dieci metri. L’impatto fu devastante. Glorioso riportò un gravissimo trauma cranico, venne ricoverato in condizioni disperate e rimase in coma per settimane. Per lungo tempo la sua sopravvivenza stessa apparve incerta.
L’episodio scosse profondamente la città. I Murazzi, già da tempo al centro di dibattiti su sicurezza, movida e controllo del territorio, divennero il simbolo di una violenza improvvisa, gratuita, priva di un movente riconoscibile. Le indagini della Procura per i minorenni di Torino portarono rapidamente all’individuazione di un gruppo di cinque giovani, tutti minorenni all’epoca dei fatti, ritenuti responsabili a vario titolo del lancio della bici.
Il procedimento giudiziario si sviluppò lungo il 2023 e il 2024, con un processo celebrato davanti al Tribunale per i minorenni, che riconobbe la piena consapevolezza della pericolosità del gesto. La giovane oggi tornata in libertà fu indicata come una delle figure centrali dell’episodio e venne condannata in primo grado, poi in via definitiva, a sei anni e otto mesi di reclusione per lesioni gravissime. Una pena severa, motivata dal rischio elevatissimo insito nel lancio di un oggetto pesante da un’altezza tale, in un luogo frequentato da pedoni.

Mario Glorioso nel 2025, il giorno della sua laurea
Durante il processo, la difesa sostenne la tesi dell’assenza di un intento diretto di colpire qualcuno, ma i giudici chiarirono come, in casi simili, la responsabilità penale discenda dalla prevedibilità dell’evento e dall’accettazione del rischio. Non si trattò di una bravata, ma di una condotta capace di produrre esiti letali. La sentenza sottolineò la necessità di una risposta forte, anche in funzione educativa.
Parallelamente al percorso giudiziario, la vicenda di Mauro Glorioso divenne un simbolo di resilienza civile. Dopo il coma e una lunga riabilitazione, il giovane riuscì progressivamente a recuperare le funzioni cognitive e motorie. Nonostante le conseguenze permanenti riportate, Glorioso è tornato a studiare, ha ripreso il suo percorso universitario e, nei mesi successivi, si è laureato, completando un traguardo che molti avevano temuto non potesse mai raggiungere. Un passaggio che ha rappresentato, per lui e per la sua famiglia, una forma di riscatto silenzioso, lontano dai riflettori.
La decisione del Tribunale di Sorveglianza arriva ora, a distanza di quasi tre anni dai fatti. I giudici hanno valutato positivamente il comportamento tenuto in carcere dalla giovane, il percorso rieducativo intrapreso e la consapevolezza maturata rispetto alla gravità dell’azione compiuta. L’affidamento in prova ai servizi sociali non equivale a una cancellazione della condanna, ma a una modalità alternativa di esecuzione della pena, prevista dall’ordinamento per favorire il reinserimento sociale quando ne sussistano i presupposti.
Resta però intatto il peso simbolico del caso. Il lancio della bici dai Murazzi ha segnato uno spartiacque nel dibattito cittadino su responsabilità individuale, violenza giovanile e sicurezza degli spazi urbani. Ha imposto interrogativi sul ruolo degli adulti, sull’educazione al limite, sulla capacità delle istituzioni di prevenire comportamenti estremi prima che si trasformino in tragedia.
La libertà concessa oggi alla giovane condannata non chiude quella storia. La chiude, forse, solo il percorso personale di Mauro Glorioso, che ha dimostrato come sia possibile ricostruire una vita anche dopo una notte che avrebbe potuto cancellarla. Sul piano giudiziario, invece, resta una sentenza che ha fatto scuola e un principio ribadito con forza: anche un gesto apparentemente “senza bersaglio” può diventare un crimine gravissimo, quando ignora deliberatamente il valore della vita altrui.
La prossima fase si giocherà fuori dal carcere, sotto il controllo dei servizi sociali. Per la giovane affidata in prova sarà un banco di prova decisivo. Per Torino, il caso dei Murazzi resta una lezione dura, che continua a interrogare coscienza collettiva e politiche pubbliche.
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